Auguri!

Cari pendolari e cari lettori, mi dispiace aver abbandonato il blog, ma purtroppo gli impegni si moltiplicano e il tempo per scrivere scarseggia. La mia vita pendolare però continua, tra traversie e traversine, e spero di tornare presto a raccontare qui le mie (dis)avventure.

Vi faccio tanti auguri di Buon Natale con un video che sfrutta un’altra delle mie passioni che dovreste già conoscere 😀

Ringrazio Marco per l’assistenza al montaggio del trenino e del video, per entrambi era il primo esperimento di time lapse!

A presto!

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il grande e potente… Azz

In questo periodo dell’anno, in cui il mio orario di partenza la mattina coincide più o meno con l’alba, il cielo a volte regala degli spettacoli che compensano, almeno parzialmente, il disagio della levataccia. Stamani, per esempio, uno spesso strato di nuvole scure spadroneggiava a est, diventando via via più sottile e rarefatto nella parte alta del cielo, per poi svanire verso ovest. Il sole tentava con fatica di aprirsi uno spiraglio, come se dovesse sollevare una pesante serranda arrugginita e, mi piace immaginare, per lo sforzo era diventato tutto rosso. L’atmosfera era avvolta da questa luce morbida, nei toni dell’arancio, del rosa, del giallo. Tutto sembrava più bello: i visi ancora assonnati dei pendolari, il vetro sudicio dell’ascensore, le baracche abbandonate, persino le macchinette distributrici di cibarie e bevande, sul cui vetro si specchiavano i riflessi rossastri, avevano un inaspettato fascino. Mi sono spostata lungo il binario, verso la fine del marciapiede, per ammirare lo spettacolo e fare qualche foto. A un certo punto una lama di luce ha colpito i binari in un tratto che iniziava pochi metri davanti a me e proseguiva fino al punto ideale in cui, dopo una leggera curva verso sinistra, convergevano, all’orizzonte, rendendoli luccicanti come se fossero fatti d’oro. Una via dorata, quindi, anche se, invece che di mattoni, era fatta di ferro.
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Ho lasciato liberi di correre lungo quei binari luminosi la fantasia e i ricordi delle letture di quando ero piccola, e allora, ecco che la ragazzina “emo” con i capelli per metà neri e per metà blu e gli stivaletti pieni di borchie metalliche che brillavano, come d’argento,  è diventata Dorothy, il signore elegante con il completo grigio e la borsa per il portatile si è trasformato nell’Uomo di Latta, quel ragazzo con i vestiti trasandati, i capelli e la barba incolti non poteva che essere lo Spaventapasseri e la signora seduta sulla panchina, con quella cascata di riccioli biondi, il Leone pauroso. Tutti in attesa del treno per la Città di Smeraldo (previsto in arrivo con dieci minuti di ritardo). La magia è durata solo pochi secondi, poi le nuvole hanno avuto la meglio e tutto è tornato grigio come sempre. Sono rimasta sospesa, ancora per qualche istante, in questa specie di sogno ad occhi aperti, ma ci ha pensato la gracchiante voce dell’altoparlante, l’uccellaccio del malaugurio di noi poveri pendolari, a riportarmi alla realtà quotidiana: “Si avverte la gentile clientela che il treno 12345 proveniente dalla Città di Smeraldo e diretto alla Strega del Sud –quello che sto aspettando io, per intenderci- oggi non sarà effettuato per un guasto al treno, Trenitalia si scusa per il disagio”. Ed è da questo triste e così poco poetico epilogo della vicenda che trae origine il titolo del post 🙂

Se avessi la macchina del tempo…

Se avessi la macchina del tempo, se potessi invertire il moto delle lancette dell’orologio, sicuramente vorrei tornare a rivivere l’età dei perché: quel periodo dell’infanzia in cui tutto è nuovo, meraviglioso, da scoprire. L’età in cui la realtà si mescola con la fantasia, le cose che per noi grandi sono normali, banali, scontate, appaiono ancora misteriose e affascinanti. Insomma, l’età di quei due bambini che stamani stanno aspettando alla stazione il treno per Firenze Santa Maria Novella, in compagnia dei nonni. La più grande dei due è una bella bimba, con i capelli raccolti in due treccine chiuse con dei fiocchetti colorati, un vestitino estivo a fiori con delle graziose gale sulle spalle e sull’orlo della gonna.

“Come sei bella, stamani!” la schernisce il nonno, “Oh quanti ammennicoli ti sei messa?” indicando i numerosi braccialetti colorati che adornano i polsi della nipotina.

“Hai fatto bene, stamani si va in città! Si va a vedere il Duomo!” replica la nonna.

Il fratellino è leggermente più piccolo, capelli corti a spazzola, occhi incredibilmente vivaci, non riesce a stare fermo e fa continuamente avanti e indietro tra la panchina e la linea gialla lungo i binari (che “non deve essere toccata, sennò arriva il controllore e ti manda via dalla stazione” cit. la nonna).

Appena arriva il treno, si blocca con un’espressione di gioia e di stupore. Che meraviglia! Guardandolo bene, anche a me oggi sembra meno brutto.

Il gruppetto sale sulla mia stessa carrozza e si sistema nei seggiolini di fianco al mio: i nonni siedono uno di fronte all’altro, sul lato del corridoio, lasciando ai piccoli i posti accanto al finestrino. I due bambini stanno in piedi per tutto il viaggio, con il naso e le mani appiccicati al vetro.

Il treno dopo qualche minuto dalla partenza passa lungo un grigio cantiere di periferia, aperto da anni, ormai, dove stanno nascendo come funghi anonimi edifici, tutti uguali. Ma non tutti, stamani, la pensano come me:

“Nonno, guarda, una ruspa! Un’altra, laggiù, è più grossa! Guarda, c’è anche la gru! E lo schiacciasassi! Che cantiere grosso, non l’avevo mai visto un cantiere grosso così!”

Incrociamo un altro treno, che procede in direzione opposta.

“Guarda, è a due piani! Ha un piano di sotto e un piano di sopra! Perché non abbiamo preso quello anche noi?”

“Perché quello non va a Firenze, quando torniamo indietro cerchiamo di prendere anche noi il treno a due piani!” replica paziente la nonna.

“…Ma va più forte di questo?”

“Eh questo non lo so…”

A un certo punto incrociamo anche la superstar dei binari nostrani, lo stupore dei bambini, soprattutto il piccolo, diventa incontenibile.

“La Freccia Rossa! Guarda come va veloce! Dove va, nonno?”

“Penso che vada a Bologna, o a Milano, o a Venezia…”

“Andiamo anche noi a Bologna? Dai!”

“La prossima volta, magari, oggi si è detto che si va a Firenze.”

“… Ma va più forte la Freccia Rossa o Italo? ”

Sull’argomento i nonni, devo dire, non sono molto preparati.

Ci fermiamo in una stazione appena fuori Firenze. Siamo ancora fermi quando il treno sul binario accanto riparte.

“Si parte!” esclama il piccolo.

“Ma non vedi che siamo ancora fermi?” lo corregge la sorellina.

“No, siamo partiti, guarda!” replica indicando i finestrini dell’altro treno, che si stanno muovendo, effettivamente.

Il nonno allora tenta di spiegare in modo semplice il concetto di moti relativi al nipotino, che non sembra troppo convinto.

Entriamo finalmente nella stazione di  Santa Maria Novella, un tripudio di treni a uno, due piani, Frecce Rosse, Frecce Argento, Itali, mezzi di servizio, gente, valigie, negozi… Il treno si ferma, ci prepariamo a scendere. Il piccolo per mano alla nonna, la sorellina con il nonno, si avviano verso il centro. Chissà quante cose meravigliose scopriranno, oggi. Davvero, li invidio un po’ 🙂

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Pendolo is back!

Era  da un paio di mesi che non mi occupavo più del blog, perché mi ero presa un impegno bello grosso che aveva assorbito tutto il mio tempo e le mie energie. Per fortuna è passato e finalmente posso dedicarmi a questo spazio che via via nel tempo è diventato sempre più importante per me. Quando si parla di coincidenze… proprio oggi che volevo ripartire con il blog, alla stazione dove di solito cambio treno c’era questa bellissima locomotiva a vapore con tanto di macchinisti sporchi di carbone e  sbuffi di fumo.

 

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Subito dopo ho ricevuto un’email da Ilaria di Vitadapendolare.it che ci informava di una notizia apparsa su il Venerdì di Repubblica, dove si parlava del blog di Pendolante e dei nostri ritrovi tra pendolari-blogger 🙂

Non poteva essere giorno migliore per ripartire con le avventure di Pendolo!  A presto!

Un anello per ghermirli

La linea ferroviaria tra Granburrone e Minas Tirith è caratterizzata, nella zona dove un tempo si trovavano le antiche miniere di Moria, da un lungo tratto in galleria. Il moderno tunnel è stato realizzato solo di recente per abbreviare il percorso, che prima passava dalla Torre di Saruman, facendo un giro molto più lungo e tortuoso. Le ferrovie della Terra di Mezzo si stanno aggiornando, altroché.

Stamani, proprio mentre il mio treno attraversava questo tetro passaggio tra le montagne, davanti a me si è seduto un tipo dall’aspetto poco gradevole: andatura dinoccolata, schiena curva, pelle grigiastra, pochi capelli, lunghi e appiccicosi, un paio di occhi rotondi e sporgenti su un viso magro e grinzoso. Emanava un fastidioso odore, che sapeva di stantio e di pesce. Nonostante la sua presenza non troppo rassicurante, ho continuato a leggere il mio libro, cercando di non curarmi troppo di lui. Con la coda dell’occhio ho notato comunque che mi stava studiando, per cui ho cercato di non estraniarmi troppo, come faccio di solito quando mi concentro nella lettura, e di mantenere un certo livello di attenzione.

A un certo punto, mi sono accorta che dalla sua manica è scivolato qualcosa per terra, il gesto è stato dissimulato con due sonori colpi di tosse:

“Gollum! Gollum!”

Era un oggetto luccicante: un grosso anello dorato, tipo quello che il Signore Oscuro aveva forgiato per domare tutti gli altri e che quel Frodo Baggins della Contea era riuscito a distruggere. Gli mancava solo la scritta sulla superficie laterale nei caratteri strani, della lingua oscura che ormai nessuno capisce più. Dopo un attimo, il tipo losco ha finto una faccia sorpresa, ha raccolto l’anello e me l’ha mostrato, tutto contento:

“Guardi, ssssignora, le è caduto un anello!”

Ed io, prontamente:

“No, no, non è mio.”

Lui allora si è piegato un po’ in avanti, avvicinando l’anello al mio viso, perché lo guardassi bene:

“Guardi che bello, è d’oro, un vero tessssoro, chissssà quanto vale!”

Ho continuato a fissare il mio libro, anche se quella presenza inopportuna mi disturbava. Avevo già capito che il tipo voleva farmi la classica truffa dell’anello: mi avrebbe offerto di prenderlo, spacciandolo per un oggetto di valore e pretendendo in cambio di un po’ di soldi. Ma è vecchia, ormai, non ci casco più!

E infatti dopo poco ha iniziato:

“Lo prenda lei, guardi com’è bello, è d’oro, ssssi vede!”

Certo, come no, sapesse, caro signore, quanti anelli d’oro ho trovato per terra sul treno, ne ho una collezione a casa! Dunque: ho i tre anelli dei re degli elfi, sette dei nani e otto di quelli degli umani, guardi, me ne mancava giusto uno e per finire un’altra serie… Ma per favore!

“No, guardi, non m’interessa.” Ho risposto, un po’ scocciata.

Ma lui ha continuato a insistere, con quella fasssstidiosa essssse sssssibilante e quegli occhiacci malefici. Anche il suo alito sapeva di pesce. Ho portato pazienza per un po’ ma alla fine ho sollevato il viso dal libro, l’ho guardato male e ho esclamato:

“Non lo voglio, ho detto!”

Rendendosi conto che non avrei ceduto alla sua offerta, si è alzato, tutto risentito, ed è andato a sedersi davanti a una ragazza straniera, alla quale ha ripetuto la scenetta con lo stesso, sgualcito, copione, ottenendo peraltro lo stesso magro risultato.

Che poi, a pensarci bene, non bisogna mai accettare degli anelli nelle gallerie di Moria. Guardate quanti guai ha combinato quel Bilbo della Contea a prenderlo a Gollum: ci hanno dovuto scrivere un librone di migliaia di pagine e quel regista neozelandese ci ha dovuto girare ben sei film per raccontarli tutti!20140122_203256

Da qualche parte, oltre l’arcobaleno

Pendolo partì di casa, come ogni giovedì mattina, alle sette e mezzo. Chiuse la porta con le solite tre mandate e s’incamminò verso la stazione. Lì avrebbe preso il treno che lo avrebbe portato a Cittàgrande, dove lavorava allo sportello dell’ufficio reclami di un Grande Magazzino specializzato nella vendita di elettrodomestici di tutti i tipi. Come ogni mattina lo aspettavano un sacco di clienti inferociti, già s’immaginava, sarebbe ritornato per l’ennesima volta il tizio arrogante a cui non funzionava l’aspirapolvere, ne aveva già comprati tre modelli (ma cosa ci faceva, quello lì, con gli aspirapolvere, vallo a sapere), e poi la signora in lacrime perché la lavatrice nuova si era mangiata il suo maglione preferito, e la ragazza un po’ svampita, in crisi perché il forno a microonde non dava segni di vita dopo appena una settimana dall’acquisto, e così via. Non che lui si intendesse di elettronica, anzi,  le cose tecnologiche non lo avevano mai interessato particolarmente. Probabilmente quel posto di lavoro lo aveva ottenuto più per la pazienza e la capacità di rimanere impassibile di fronte alle scenate e offese dei clienti inferociti che per le sue effettive competenze. Ma, in questi tempi di crisi era bene tenerselo stretto, il lavoro, anche se non era proprio quello a cui aspirava.

Uscendo dal cancello del giardino, quel giovedì mattina, notò una luce strana: stava piovendo, il cielo era scuro, ma le strade, le case, erano insolitamente luminose. Alzando lo sguardo, rimase sorpreso da uno spettacolo inconsueto. Un gigantesco e brillante arcobaleno attraversava il cielo da nord a sud, un arco perfetto e completo, con tutti i colori dell’iride: rosso, arancione, giallo, verde, azzurro, indaco e violetto. Che bellezza! Uno così perfetto, erano anni che non ne vedeva, a pensarci bene, forse, non ne aveva mai visto.

È un segno, pensò. Decise di andare a vedere dove andava a finire, invece di andare al lavoro, non sembrava molto lontano. Nella peggiore delle ipotesi avrebbe preso il treno dopo e sarebbe arrivato in ritardo, il direttore del Grande Magazzino gli avrebbe fatto una bella ramanzina, ma, tanto, lavorando all’ufficio reclami, c’era abituato. Se fosse stato fortunato, invece, magari avrebbe potuto trovare la leggendaria pentola d’oro nascosta dal folletto, di cui aveva sentito raccontare quando era piccino.

Invece di andare alla stazione, si diresse verso sud, dove l’arcobaleno sembrava più vicino. Camminava con il naso all’insù, ignaro degli ostacoli che avrebbe trovato.

Attraversò la strada davanti a casa senza guardare, per poco non venne investito da un tizio in motorino che gli lanciò una sfilza di accidenti.

Proseguì sul marciapiede, dopo pochi passi si scontrò con una signora canuta con un paio di spessi occhiali da vista, che stava andando a fare la spesa. “E stia attento!”, brontolò. Se ne andò borbottando contro i giovani di oggi che non hanno rispetto delle persone anziane.

Attraversò la piazzetta, per fortuna senza intoppi, ed entrò nei giardini pubblici. Andava spedito, perché sapeva che l’arcobaleno non dura molto e gli sembrava che stesse iniziando a sbiadire un po’ nella parte centrale. A un certo punto sentì un “ciak”. No, purtroppo non era quello di un regista che dava il via alle riprese di un film con protagonista la sua attrice preferita. Era invece il rumore della sua scarpa sinistra che si scontrava con la cacca di un cane. Era gigantesca! Il produttore sicuramente era stato quel sanbernardo dei suoi vicini di casa. E, a giudicare dalla consistenza e dall’odore, doveva essere fresca di giornata. Maledizione, pensò, ma poi si ricordò che porta fortuna. Mentre si puliva alla meglio con un fazzolettino di carta, continuava a ripetersi: “E’ un altro segno, oggi deve essere la mia giornata fortunata”.

L’arcobaleno era sempre più sbiadito, doveva sbrigarsi. Riprese il cammino a passo spedito, continuando a guardare ancora per aria, invece che di fronte a sé, nonostante tutto quello che gli era successo. E infatti dopo pochi metri si andò a scontrare con un alberello dal tronco sottile ma la chioma folta, ancora piena di foglie colorate, anche se eravamo quasi alla fine di novembre. L’alberello tremò per la botta e si scrollò di dosso tutte le goccioline di pioggia cadute nella notte, facendo al nostro Pendolo una bella doccia.

Nemmeno questo lo fece desistere, continuò imperterrito a inseguire l’arcobaleno attraverso stradine, vialetti, scale. Gli sembrava di aver percorso un bel po’ di chilometri e che fosse passato un sacco di tempo, quando finalmente arrivò alla meta. Dell’arcobaleno era rimasto solo un piccolo spicchio e in fondo c’era… il treno per Cittàgrande in partenza dal binario tre! Non si era accorto che tutto il suo tragitto lo aveva portato dove si recava ogni mattina, sulla banchina della stazione.

Sulla panchina, un bambino suonava un motivetto allegro con un flauto di Pan. Guardandolo bene, quel bambino aveva la barba lunga e il viso pieno di rughe. Vedendo Pendolo, smise di suonare e si mise a ridere sguaiatamente. “Sei il folletto della pentola, vero? Dove l’hai nascosta?” E il piccoletto, riuscendo a fatica a calmarsi dalle risate, “Ti ho fregato, era dall’altra parte dell’arcobaleno!”

Era troppo deluso per mettersi a discutere, con un folletto poi. Se lo avesse visto qualcuno, lo avrebbe preso per pazzo. Pendolo rinunciò alla pentola d’oro, si godette ancora per qualche istante l’ultimo spicchio di arcobaleno rimasto e salì sul treno, pronto come ogni mattina ad affrontare la consueta sfilza di reclami e lamentele.

Riflessioni sulle riflessioni

…vale a dire, riflessioni al quadrato!

Sono seduti di fronte a me, lei è bella e sofisticata, lui è stanco e arruffato. Non hanno e non fanno niente di particolare, semplicemente, aspettano che il treno arrivi alla loro destinazione. Anche io inganno l’attesa alternando la lettura di un libro con l’osservazione del mondo fuori dal finestrino, ma ormai è buio e, tranne il profilo scuro e qualche luce qua e là, non si vede niente. Non mi piace viaggiare di buio e non rendermi conto di dove sono. Quando non c’è luce fuori l’immagine dal finestrino è disturbata dal riflesso dell’interno della carrozza sul vetro, che riduce ulteriormente la possibilità di distinguere i dettagli del paesaggio. In questa situazione è il riflesso stesso a diventare il protagonista e lo sfondo solo un tenue disturbo. Mi ritrovo allora ad osservare le immagini dei miei compagni di viaggio proiettati sul finestrino, speculari rispetto all’originale, ma, in fondo, non troppo dissimili. Mi accorgo allora che il riflesso dell’uomo seduto dall’altra parte del corridoio sta fissando intensamente quello della donna davanti a me. Non è uno sguardo morboso, da maniaco, direi piuttosto che è tra il curioso e l’ammirato. Istintivamente mi volto, per osservare nella realtà questa scena, ma, in un attimo, lui si gira dall’altra parte. Riprendo a leggere, ma sono stanca e, dopo poche righe, torno a guardare apatica il finestrino. Adesso è l’immagine riflessa di lei che sta fissando lui, con la stessa attenzione e la stessa curiosità. Ancora, mi volto per osservare la scena reale, ma, in un attimo, lei abbassa lo sguardo. Di nuovo, mi abbandono nell’immagine riflessa e di nuovo vedo l’immagine di lui che fissa quella di lei.

Lo so, ci sono un sacco di spiegazioni logiche, sono solo tre coincidenze, magari i due si sono conosciutiin qualche occasione, nessuno dei due si ricorda quale e si vergognano ad attaccare discorso, o, forse, è solo un genuino, reciproco interesse, non lo so. Ma ci possono essere spiegazioni più originali: magari nel mondo reale tridimensionale questi due sono due perfetti estranei, mentre le loro immagini bidimensionali proiettate sul finestrino per qualche motivo si conoscono, ma non possono interagire, perché essendo solo proiezioni devono seguire fedelmente ogni gesto e ogni movimento dei loro proprietari, si devono limitare a qualche sguardo sfuggente.

E ancora, non potrebbe essere che il mondo tridimensionale in cui pensiamo di vivere è solo una proiezione in qualche finestrino di una realtà a quattro o più dimensioni? Ed essendo un riflesso è limitato e parziale, ed è per questo che i due non si conoscono. Mentre nel riflesso del finestrino, riflesso di un riflesso quindi, riappaiono parti dell’immagine che non potevamo vedere nella proiezione tridimensionale. Un po’ come quando il parrucchiere mette due specchi paralleli per farci vedere come è venuta l’acconciatura dietro. Nella testa questi ragionamenti contorti iniziano a mescolarsi in una specie di vortice senza inizio né fine, come in un quadro di Escher. Il treno rallenta entrando nella mia stazione, la vocina metallica mi risveglia ricordandomi di prestare attenzione alle porte rotte e tutti questi pensieri filosofici vengono momentaneamente accantonati per far posto a un dilemma ben più importante: che preparo stasera per cena?

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