Pendolo a Busan

Una trasferta di lavoro organizzata in fretta e furia mi ha strappata via per una settimana dalla consueta vita pendolare e catapultata in Corea del Sud, a Busan, per la precisione. La cosa non mi è dispiaciuta poi tantissimo, è stata pur sempre l’occasione di conoscere un pezzo di mondo che mi mancava.

Per i trasferimenti quotidiani tra l’hotel e la sede in cui avevo l’impegno lavorativo ho utilizzato ovviamente i mezzi pubblici, la metropolitana in particolare. E così per una volta sono stata io la straniera, la viaggiatrice svampita, sempre in mezzo, a disturbare il normale flusso dei pendolari-automi attraverso i corridoi delle stazioni, che non sa mai dove andare, con la mappa in mano, che cerca di capire qualcosa nelle misteriose iscrizioni in questa lingua di cui non conosce nemmeno l’alfabeto.

Il primo impatto è stato disorientante, veramente.

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Le uniche facce amiche e sorridenti mi sembravano quelle dei numerosi cartelloni pubblicitari.

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Anche qui i viaggiatori devono stare lontani dalla linea gialla.

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E anche qui i pendolari devono essere piuttosto stressati, a giudicare dai manifesti pubblicitari (dei quali comprendo solo i disegni).

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Anche se hanno a disposizione, nelle zone di attesa delle stazioni, dei graziosi angoli con tanto verde e giochi d’acqua, per ritemprare lo spirito.

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Non mancano i colori accesi, nei cartelli informativi, nei distributori di bevande.

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Non c’è troppa calca, neppure nelle ore di punta.

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Le fermate vicino alle spiagge hanno decorazioni che ricordano il mare, quando la metro vi si avvicina, oltre al consueto (per me quasi incomprensibile) annuncio, dall’altoparlante si sente il rumore dei gabbiani.

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E i pendolari? Che fanno, i pendolari, in Corea del Sud? Beh, più o meno quello che facciamo noi…

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Non ho visto molti libri cartacei, anzi, a dire il vero, solo uno… e, ispirata da Pendolante, mi sono sbrigata a fotografarlo. Potrei mandarlo a Cartaresistente, ma non ho nessuna idea di autore e titolo…

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Rispetto al pendolarismo normale, qui devo fare un tragitto ben più breve, non faccio in tempo a sedermi che sono già arrivata.

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Ormai mi sono ambientata, dai, vado spedita per i meandri delle stazioni sotterranee come i pendolari autoctoni, ma la vac… ehm trasferta di lavoro già volge al termine. Dalla prossima settimana si riparte con il pendolarismo “nostrano”!

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Enigmi pendolari

In questo periodo dell’anno, non ancora abituata al caldo, durante il viaggio di ritorno sono più stanca del solito. Per questo motivo oggi pomeriggio decido di passare i dodici minuti di attesa tra un treno e l’altro nella sala d’attesa della stazione, dove la temperatura è più clemente e posso stare seduta. Sono in compagnia di vari personaggi: un uomo che dorme sdraiato su una delle panchine della sala, un altro che guarda nervosamente il tabellone con gli orari di partenza dei treni, una suora impegnata in una vivace conversazione telefonica, una donna elegante, con una grossa borsa di pelle chiara, anche lei alle prese con il suo smartphone, seduta alla mia sinistra.

L’attesa è monotona e tranquilla finché nella saletta irrompono quattro adolescenti: tre ragazzi e una ragazza, allegri e spensierati. Dagli asciugamani colorati che spuntano dai rispettivi zaini, dagli abiti sbracciati e dalle ciabattine ai piedi deduco che devono aver passato la giornata in piscina. Beati loro.

Chiacchierando e ridendo rumorosamente si siedono nei posti liberi accanto alla signora con la borsa elegante, dalla parte opposta rispetto alla mia.

“Dai ragazzi, si va un po’ avanti?”, propone uno dei quattro.

“Sì, vediamo se ce la facciamo ad arrivare in fondo!”, risponde la ragazza.

“No, dai, ancora?! Che palle!”, replica un terzo.

Il promotore prende dallo zaino una copia dell’inconfondibile e inimitabile “Settimana Enigmistica”, con le pagine tutte arricciate sugli angoli.

“Dove eravamo arrivati? Ah, ok, ci sono. Questa è difficile: Castruccio, famoso nobile di Lucca!”.

“Quante lettere?”

“Tante, è una parola lunga…”

“Boh, io non la so.”

“Io nemmeno, proviamo ad andare avanti, magari dopo ci viene in mente…”

“Va bene, quindici orizzontale: Valutazione del perito…

“Come si dice quella cosa che fa il perito? Giudizio?”

“No, il giudizio lo fa il giudice, non il perito. Quante lettere?”

“Sette, la terza è una erre!”

La signora accanto a me distoglie l’attenzione dal cellulare e si drizza sulla schiena, come una scolara diligente che sa la risposta alla domanda del professore e freme dalla voglia di dirla.

Perizia”, mormora, “la valutazione del perito è la perizia!”, lo dice titubando, a mezza voce, i ragazzi non la sentono. La sento io, e mi volto inconsciamente verso di lei. Accortasi che la sto ascoltando, è allora a me che si rivolge: “Non è perizia?”.

Annuisco un po’ imbarazzata, non era mia intenzione intromettermi nella ludica discussione.

“Dai, proviamone un’altra”, incalza la ragazzina, rivolgendosi all’amico con il giornalino.

“Questa forse ce la facciamo: Zingara spagnola, sei lettere, finisce con la A”.

Ancora una volta, è a me che la signora si rivolge: “Secondo me è nomade, sei lettere, ci sta, no?”.

Questa volta non la assecondo: prima di tutto perché non sono per niente convinta della correttezza della sua risposta, e poi sto rispondendo a un messaggio con il cellulare.

“Ragazzi, facciamo pena, non ne sappiamo una!”, commenta il ragazzo che non aveva voglia di fare il cruciverba.

“Aspettate, non vi scoraggiate! Questa ce la possiamo fare, sono solo tre lettere: Donne molto devote…”

Ora, io non sono un’esperta di Settimana Enigmistica, ma dal poco che so, questa è una delle definizioni che c’è sempre, in ogni cruciverba che si rispetti.

Anche la signora al mio fianco è sicura, questa volta, e finalmente declama con voce chiara e udibile in tutta la sala: “Pie! Le donne molto devote sono Pie!”.

Il promotore dei quiz conferma: “E’ vero, Pie!”, e compila diligentemente le tre caselle corrispondenti nello schema.

Mi viene da guardare verso la suora, come se fosse in qualche modo chiamata in causa da questa definizione, ma è troppo concentrata nella sua telefonata e pare non curarsi minimamente dei dubbi enigmistici degli altri viaggiatori della sala d’attesa.

“E’ come mia nonna!”, aggiunge la ragazza, compiaciuta, “Anche mia nonna è bravissima a fare i cruciverba, indovina sempre!”.

Ecco, fossi stata nei panni della signora, questo paragone con la nonna della giovane non mi avrebbe fatto molto piacere: noi donne, si sa, arrivate a una certa soglia, siamo piuttosto suscettibili ai confronti anagrafici, seppure indiretti, a nostro sfavore. Voglio dire: se avesse detto: “E’ come mia sorella…”, o, più realisticamente, “E’ come mia mamma…” sarebbe stato un altro conto, insomma. Ma la signora non sembra dar peso alla cosa, anzi, mi pare molto soddisfatta di aver richiamato l’attenzione dei quattro e di poter finalmente contribuire con la sua esperienza alla soluzione del cruciverba.

E, infatti, incalza subito: “La definizione di prima, quella della zingara spagnola, secondo me la risposta è Nomade!”.

Il ragazzo con la Settimana replica, giustamente: “Non mi torna, dovrebbe finire con la A!”.

E la signora, prontamente: “Allora sarà nomadA!”.

Vedendo un po’ di perplessità nei quattro, è a me che si rivolge, di nuovo: “Perché, non si dice nomadA?”.

Non mi va di ribattere, perché questo comporterebbe la mia inclusione nel gruppo di lavoro del cruciverba  e non ne ho molta voglia. Tentenno qualche istante, poi, inaspettatamente, è la voce impassibile dall’altoparlante a salvarmi, annunciando l’imminente arrivo del mio treno. Prendo le mie cose, mi alzo, saluto con un sorriso la combriccola improvvisata e me ne vado al binario… portando con me la soluzione dell’enigma… 🙂

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La ragazza del treno

Rachel è una donna sulla trentina con alle spalle un matrimonio naufragato e una gravidanza tanto desiderata ma mai realizzata. Non ha amici, non ha una famiglia, non ha una casa. Divide un appartamento con una coinquilina/padrona di casa carina e perfettina, che con i suoi modi gentili la fa sentire ancora più brutta e inadeguata. Quando il mondo intorno a lei inizia a scricchiolare, quando sente che non ce la fa più, cerca un’evasione bevendo. L’alcol non solo la consola, ma la trasforma in qualcosa che non è, le fa compiere azioni sciocche e imprudenti, di cui neppure si ricorda, una volta smaltita la sbornia.

L’unica parentesi in qualche modo piacevole, in questa esistenza che sta cadendo a pezzi, è rappresentata, pensate un po’, dal quotidiano viaggio in treno che la porta da Ashbury, nella periferia di Londra, dove vive, a Euston. Dal finestrino osserva scorrere il mondo, là fuori, e per un po’ dimentica tutti i suoi problemi.

Lungo il percorso c’è un segnale ferroviario che impone al treno una breve sosta, ogni giorno, nello stesso punto. Ogni giorno, a causa di questa fermata, Rachel si trova, solo per qualche minuto, a osservare una villetta in cui vive una giovane coppia, dall’apparenza serena e spensierata. Sono belli, sono felici, sono perfetti. La vita che Rachel avrebbe sempre voluto avere, che per qualche tempo ha avuto, e che le è stata portata via. Ha persino dato un nome alla giovane coppia di sconosciuti: sono Jess e Jason, nella sua immaginazione.

Una mattina però, dal finestrino del treno, Rachel vede qualcosa che non va, qualcosa che incrina l’immagine di pura felicità che si era costruita dei due. Qualcosa che la fa infuriare più di quanto sia logico aspettarsi. In fondo, si tratta solo di due sconosciuti, o no? E quando si sente così lei non riesce a non ricadere, come al solito, nell’alcol. Da quel momento, da quel flash, tutto cambia, e la grigia esistenza di Rachel precipita in un vortice di intrighi, menzogne, tradimenti e drammi.

E non vi dico altro, non voglio anticipare troppo…

È l’inizio del libro The girl on the train, di Paula Hawkins, Doubleday 2015, un thriller ambientato nel mondo dei pendolari di Londra.

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Ho trovato questo libro nel reparto “novità” di una libreria a Londra, durante una breve vacanza fatta di recente. Appena letta la trama sul risvolto della copertina, non ho potuto fare a meno di portarmene a casa una copia. Periodicamente mi cimento in qualche lettura in inglese per cercare di arricchire un po’ la mia conoscenza della lingua, che è piuttosto artigianale, e integrare il mio lessico. Scelgo solitamente libri non troppo complicati e con una trama avvincente, altrimenti mi scoraggio e lascio perdere. Il libro di Paula Hawkings mi sembrava  proprio una buona opportunità, vista la trama e l’ambientazione pendolare, e, in effetti, la storia mi ha preso fin dalle prime pagine. Nonostante le mie difficoltà con l’inglese, l’ho finito in appena una settimana! Quasi quasi, quando uscirà, lo rileggerò anche in italiano…

Il libro dovrebbe uscire in Italia a giugno, l’ho letto qui:

http://www.illibraio.it/la-ragazza-del-treno-e-il-coinvolgimento-dei-librai-187136/

Ulteriori informazioni sull’edizione italiana sono invece disponibili qui:

http://www.edizpiemme.it/libri/la-ragazza-del-treno

Vi lascio un piccolo assaggio, dalle prime pagine.

The train crawls along; it judders past warehouses and water towers, bridges and sheds, past modest Victorian houses, their backs turned squarely to the track.

My head leaning against the carriage window, I watch these houses roll past me like a tracking shot in a film. I see them as other do not, even their owners probably don’t see them from this perspective. Twice a day, I am offered a view into their lives, just for a moment. There’s something comforting about the sight of strangers safe at home.

Someone’s phone is ringing an incongruously joyful and upbeat song. They’re slow to answer, it jingles on and on around me. I can feel my fellow commuters shift in their seats, rustle their newspapers, tap at their computers. The train lurches and sways around the bend, slowing as it approaches a red signal. I try not to look up, I try to read the free newspaper I was handed on my way into the station, but the words blur in front of my eyes, nothing holds my interest. In my head I can still see that little pile of clothes lying at the edge of the track, abandoned.

[…]

It’s a relief to be back on the 8.04. It’s not that I can’t wait to get into London to start my week – I don’t particularly want to be in London at all. I just want to lean back in the soft, sagging velour seat, feel the warmth of the sunshine streaming through the window, feel the carriage rock back and forth and back and forth, the comforting rhythm of wheels on tracks. I’d rather be here, looking out at the houses beside the track, than almost everywhere else…

 

Ecco un tentativo di traduzione… fatto alla mia maniera 🙂

Il treno avanza lentamente, lasciando dietro di sé magazzini, depositi di acqua, ponti e baracche, vecchie villette vittoriane, con il loro lato posteriore allineato esattamente con i binari. Con la testa è reclinata verso il finestrino, guardo queste case sparire dietro di me come una carrellata in un film. Le osservo da un punto di vista insolito, neppure i proprietari possono vederle da questa prospettiva. Due volte al giorno, posso dare un’occhiata nelle loro vite, solo per un momento.

Il telefono di qualche viaggiatore suona una melodia inadeguatamente allegra. Non risponde subito, continua a squillare intorno a me. Sento i miei vicini pendolari muoversi nei loro sedili, sfogliare i loro giornali, tamburellare con le dita sulle tastiere dei loro computer. Il treno oscilla lungo la curva, rallentando in prossimità del semaforo rosso. Provo a non guardare, provo a leggere il quotidiano gratuito che mi hanno dato alla stazione, ma le parole mi appaiono sfocate, niente cattura il mio interesse. Nella mia mente vedo ancora quel mucchietto di vestiti abbandonati lungo il bordo del binario.

 […]

È un sollievo tornare sul treno delle 8.04. Non che io sia particolarmente impaziente di arrivare a Londra per iniziare la settimana, a dire il vero non mi interessa affatto stare a Londra. Voglio soltanto starmene qui, appoggiata al soffice, comodo sedile di velluto, sentire il calore del sole attraverso il vetro del finestrino, sentirmi cullata avanti e indietro dal vagone, con il rassicurante ritmo delle ruote sui binari. Voglio essere di nuovo qui, a guardare fuori dal finestrino le case lungo la ferrovia, più che in qualsiasi altro posto.

Buona lettura! 🙂

 

di pirati, corsari, bucanieri e guasti temporanei all’infrastruttura

Sono già alcuni minuti che cammino, su e giù, lungo la banchina in attesa del treno, quando la voce meccanica dall’altoparlante annuncia che il treno che sto aspettando “arriverà con un ritardo previsto di dieci minuti a causa di un guasto temporaneo agli impianti di circolazione”. Mmmh… la cosa non mi convince molto, di solito quando ci sono guasti di questo tipo i minuti di ritardo sono ben più di dieci, ma cosa posso farci? Mi rassegno a prolungare l’attesa. Dieci minuti sono troppo pochi per andare al bar fuori dalla stazione a prendere qualcosa di caldo, ma sono troppi per starsene lì in piedi ad aspettare. Nell’ultima panchina c’è un posto libero, accanto a una ragazza alle prese con il suo smartphone. Mi siedo, prendo il libro dallo zaino e riprendo la lettura dal punto in cui l’avevo lasciata, ieri sera.

Il libro è “I segreti di Londra” di Corrado Augias. Ho scelto questo saggio come lettura di oggi, perché ho recentemente soggiornato per alcuni giorni nella capitale britannica, che non avevo mai avuto occasione di conoscere “per bene”, e ne sono rimasta davvero affascinata. Dello stesso autore avevo già letto “I segreti di Parigi”, e proprio grazie a quel libro avevo avuto occasione di scoprire e visitare luoghi veramente interessanti, al di fuori delle solite mete turistiche.

Stamani parto da pagina 164, dal capitolo intitolato “Corsari, pirati e bucanieri”. Fin dall’inizio la narrazione è interessante. Chi mai si ricordava le definizioni e le differenze tra corsari, bucanieri, filibustieri, farabutti?

Stanno ormai passando i dieci minuti di ritardo previsti, quando la voce meccanica dell’altoparlante aggiorna la previsione a venti. I miei compagni di viaggio iniziano a spazientirsi: c’è chi cammina nervosamente avanti e indietro, chi inizia a brontolare, chi scende nel sottopassaggio per controllare il monitor, chi telefona per avvisare del ritardo, ecc.. Anche a me quest’annuncio provoca un certo disappunto: se lo avessi saputo subito che il ritardo era così consistente sarei potuta andare al bar ad aspettare, almeno lì l’attesa sarebbe stata un po’ più confortevole. Che faccio, ci vado ora? Ma no, per dieci minuti non ne vale la pena. Riprendo la lettura.

Inizio a figurarmi in un’isoletta dei Caraibi: spiagge bianchissime, vegetazione lussureggiante, acque cristalline su cui galleggia una grossa nave dall’aspetto sinistro, dal cui albero maestro sventola l’inconfondibile Jolly Roger.

Sulla nave, poco a poco si materializzano figure dall’aspetto affascinante e al tempo stesso grottesco, oscuro e minaccioso, ma variopinto, uomini capaci di grandi avventure e gesti ignobili e crudeli. Sono catturata dalle loro imprese, le avventure, i viaggi intorno a un mondo nuovo, enorme rispetto a quello in cui viviamo noi, in buona parte ancora sconosciuto e inaccessibile. E, ancora, gli attacchi per depredare navi cariche di tesori a loro volta sottratti dalle terre appena scoperte nel continente americano, le liti, le risse, le tempeste in mare, i naufragi, le condizioni di vita precarie.

E intanto i minuti di ritardo diventano trenta.

Conosco e ritrovo personaggi immaginari e realmente esistiti: Barbanera, Francis Drake, il Corsaro Nero, Edward Low, capitan Kidd… Leggo con interesse i riassunti delle loro vite e delle rocambolesche imprese.

Quaranta minuti… Ma dai, così non si fa, però, non possono centellinare così le informazioni! Ma come si fa? Le telefonate di aggiornamento a colleghi, compagni di scuola e familiari si infittiscono e si arricchiscono di epiteti coloriti, un gergo quasi marinaresco, quasi come quello dei protagonisti delle storie che sto leggendo. Il volume delle lamentele nelle conversazioni lungo la banchina aumenta, non è semplice rimanere concentrati nella lettura.

Leggo delle tecniche di attacco, delle armi utilizzate, delle regole di comportamento. Una vita non semplice, la loro. Se un pirata veniva giudicato colpevole di un furto, ad esempio, veniva “sbarcato su un’isola deserta con una bottiglia d’acqua, un fucile e qualche pallottola”. In caso di disobbedienza o ammutinamento erano previsti vari tipi di punizioni, fustigazioni, torture, tra cui il temutissimo “giro di chiglia”.

Cinquanta minuti, sessanta…

E alla fine sono poco meno di settanta i minuti passati su quella panchina a leggere e ormai mi manca solo mezza pagina per finire il capitolo del libro, quando finalmente appare all’orizzonte il tanto atteso vascello… ehm… treno, tra i brontolii e gli improperi degli ormai esasperati pendolari superstiti.

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Qualunque sia la verità…

“Qualunque sia la verità”, diceva lui, “essa deve dipendere da una bizzarra e rara combinazione di eventi, per cui non dobbiamo esitare ad ammettere per veri tali eventi per arrivare a una spiegazione. In mancanza di dati, dobbiamo abbandonare il metodo analitico o scientifico d’indagine e dobbiamo usare quello sintetico. In altre parole, anziché partire da eventi conosciuti e dedurre da essi ciò che è accaduto, dobbiamo fabbricare una spiegazione ipotetica che sia però compatibile con gli elementi che conosciamo. Poi metteremo a confronto la nostra spiegazione con ogni nuovo fatto che possa emergere. Se tutti i fatti s’incastreranno, vorrà dire che probabilmente siamo sulla strada giusta; e con ogni nuovo fatto questa probabilità aumenterà in progressione geometrica finché la prova non diventerà definitiva e convincente.”

Dal racconto “L’uomo con gli orologi” di Sir Arthur Conan Doyle.

Vi chiederete, ma che c’entra questa citazione con la mia  vita da pendolare? C’entra, perché l’ho ripresa da questo libro:

Delitti in Treno, AA.VV., Mystery Collector’s Edition, Polillo Editore

che ovviamente sto leggendo durante i miei quotidiani viaggi in treno 🙂

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Pendolari in moto… apparente

“Scusi, sono liberi questi posti?”

La domanda mi desta dalla lettura e dal torpore mattutino.

“Sì, sì, prego!”

Le due ragazzine si accomodano nei sedili di fronte al mio, si sfilano gli zaini e i giubbotti e si siedono. Quella a sinistra, lungo il corridoio, porta nelle orecchie un paio di cuffie bianche, collegate a un grosso smartphone dello stesso colore e ha l’aria piuttosto assonnata. L’altra è invece ben sveglia e nervosa.

“Oggi mi interroga, me lo sento…”

Annuncia a voce alta, in modo che l’amica la possa sentire nonostante le cuffie, aprendo lo zaino per estrarne un libro dall’aspetto piuttosto vissuto: i bordi sono tutti ondulati e gli spigoli arricciati. Lo apre circa a metà, in corrispondenza di uno dei tanti segnalibri adesivi disposti tra le pagine. Il testo è stato quasi integralmente pitturato con un evidenziatore rosa, a margine ci sono alcune scritte a penna, in una calligrafia rotonda e decisa. Provo un istintivo sentimento di disappunto per com’è stato trattato il povero volume, colpevole solo di voler insegnare un po’ di scienze a un’adolescente, ma poi ricordo che anch’io, quando andavo a scuola, torturavo i miei libri di testo in modo simile, con fitte note a margine e dosi massicce d’inchiostro fluorescente. Oggi non lo farei mai!

Riprendo la lettura.

Poche pagine dopo, con la coda dell’occhio noto che la giovane studentessa s’interrompe, alza gli occhi dal libro, li rivolge in un punto indefinito alla mia sinistra, nel sedile vuoto accanto a me, e inizia a recitare meccanicamente:

“Quindi… Anche se sembra che il sole si muove (ma… il congiuntivo?) rispetto alla terra da est verso ovest in realtà è la terra che si muove da ovest verso est, mentre il sole sta fermo.”

E, aggiunge con una punta d’incertezza, voltandosi verso l’amica:

“Giusto?”

La sua interlocutrice annuisce, non troppo convinta, a dire il vero.

“C’è altro da sapere sui moti apparenti?”

“Boh?!” risponde l’altra, sollevando le spalle.

“Va bene!”

Chiude il libro e lo rimette nello zaino, dalla tasca anteriore prende lo smarphone e con l’amica inizia a guardare le foto di una serata passata insieme, commentando e ridendo allegramente.

Riprendo nuovamente la lettura, ancora mancano diversi minuti all’arrivo, e penso a come Tolomeo stamani abbia perso una (o forse due?) fan. Certo, di strada ce n’è ancora tanta da fare, prima di arrivare al bosone di Higgs e ai wormhole, ma… mai dire mai!

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Pendolare multi-tasking

Vorrei invitare tutti gli sceneggiatori di fiction, fotoromanzi, telenovelas, soap opera e affini a farsi qualche viaggio su un treno pendolare, la mattina, vi assicuro che è una fonte inesauribile di ispirazione 🙂

Il treno è piuttosto affollato stamani e sono costretta a condividere lo spazio compreso tra i quattro sedili con cui è suddiviso il vagone con altre due donne. Una è seduta al mio fianco, a destra, l’altra di fronte a me. È quest’ultima, stamani, a catturare la mia attenzione. Indossa abiti e accessori scelti con cura, siede con eleganza, anche se la postura è abbastanza piegata su un lato e le gambe accavallate sconfinano nello spazio del sedile di fianco al suo, vuoto, sul quale ha sistemato le due borse che porta con sé. La testa è piegata un po’ in avanti e un po’ a sinistra, cosicché lo sguardo può concentrarsi sul tablet appoggiato sulle ginocchia, mentre la spalla e il lato sinistro della mandibola  contribuisce a sorreggere il telefonino seminascosto dai lunghi capelli biondi contro l’orecchio. Con la mano destra sfiora ritmicamente la superficie del tablet, in orizzontale e verticale, alternativamente. Di tanto in tanto dal dispositivo esce un’allegra musichetta: deve trattarsi di uno di quei giochini elettronici che vanno di moda. Allo stesso tempo porta avanti una confidenziale conversazione con l’incognito interlocutore all’altro capo del telefono. Le due azioni sono totalmente scollegate tra loro: non esiste alcuna relazione tra la traiettoria del suo indice sulla piastra di vetro e le variazioni del ritmo della voce nella comunicazione, come se fossero controllate da due processori distinti e indipendenti tra loro. A un tratto, uno squillo sonoro la distrae momentaneamente da entrambe le mansioni. Proviene da una delle due borse, anzi, per essere precisi, dal secondo telefonino, bianco in questo caso, in essa contenuto.

“Scusa, scusa, amore, aspetta un attimo, ho un’altra telefonata.”

Posa delicatamente il primo cellulare dentro la borsa, aperta, senza chiudere la comunicazione, e prende l’altro. Inizia una seconda conversazione, con lo stesso tono affettuoso e confidenziale della prima.

“Buongiorno, amore, come stai? Dormito bene? Sì, sì, anche io, sono già in treno…”

Continua così per alcuni minuti, e riprende anche l’attività ludica con il tablet. Poco prima della stazione di arrivo, si congeda frettolosamente con il secondo misterioso interlocutore:

“Amore, sono quasi arrivata, devo prepararmi per scendere, ok, ti chiamo più tardi, va bene?”

Chiude la chiamata con il telefonino bianco e riprende il primo, quello nero, che nel frattempo aveva aspettato pazientemente nella borsa.

“Scusa, amore, ci ho messo più del previsto e ora sono quasi arrivata alla stazione, ti devo salutare. Ti chiamo più tardi, ok?”

Termina anche la seconda chiamata, che poi era la prima… Mancano ancora alcuni istanti all’arrivo, il treno ha appena iniziato a rallentare. Giusto il tempo di finire la partita sul tablet, e pure con successo, a giudicare dalla festosa musichetta, prima di riporre anche questo in una delle due borse e prepararsi a scendere.

E intanto a me inizia a frullare per la testa un famoso motivo di Renato Zero…

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