Tracce di umanità

Le condizioni di squallore e degrado in cui versano molte delle nostre stazioni hanno molteplici cause. Una delle principali è la consuetudine, purtroppo abbastanza diffusa, di considerarle un po’ come discariche personali, in cui possiamo liberarci comodamente dei nostri piccoli rifiuti quotidiani, senza perdere troppo tempo a cercare cestini, cassonetti, o comunque luoghi e contenitori più idonei. Cartacce, fazzolettini di carta usati, lattine, giacciono un po’ ovunque, come relitti alla deriva, contribuendo all’atmosfera sciatta e trasandata di questi luoghi.

In questo contesto poco gradevole si inserisce il mio primo incontro pendolare di oggi, a metà della scala che porta dal sottopassaggio al marciapiede lungo il binario da cui parte il mio treno. Abbandonata, su un gradino, in posizione ortogonale rispetto alla direzione di percorrenza, mi accoglie un’inusuale suola di scarpa. Usata, e anche parecchio, a giudicare dall’ombra scura che riproduce in modo inequivocabile l’impronta di colui o colei che l’ha indossata. Un’altra immagine di sciatto degrado che denuncia maleducazione e disinteresse. Eppure, inaspettatamente, non posso fare a meno di trovare, in questa scena, un qualcosa di estetico, di aggraziato, in qualche modo. Sarà la posizione, sarà il contrasto tra la forma approssimativa ma armoniosa dell’impronta e le linee nette e squadrate dei gradini e delle piastrelle, sarà il chiaroscuro, sarà che sono sveglia da poco e i miei canali percettivi sono ancora assopiti. Scatto velocemente una foto con il cellulare (lo so, non è tanto normale mettersi a fotografare suole di scarpe lungo le scale dei sottopassaggi).

Chissà di chi era? Dove stava andando? Perché? Perché proprio sui gradini, visto che a pochi metri, sul marciapiede, ci sono delle panchine (e dei cestini, anche), dove tutta l’operazione si sarebbe potuta svolgere in modo più comodo e discreto? Accompagnata da tutte queste domande filosofiche, più o meno, mi avvio a prendere il treno.

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Pendolare onirico

Viaggio in compagnia di una famigliola chiassosa: marito, moglie, bimbo 1 e bimbo 2, di circa due e quattro anni, stimo. Marito e moglie discutono su dove sia meglio mettere il passeggino. I bambini litigano e si becchettano, mettendosi a piangere alternativamente. Mi metto a leggere, per distrarmi.

La tua intelligenza non ha ali. Vai dietro a Comte e a tutta la sua viscida prole di ruffiani e leccapiedi. Parli della tua posizione nell’universo con una sicumera strabiliante. Dai l’impressione di pensare che un misero individuo come te possa avere una presa salda sull’Assoluto. Eppure stanotte andrai a letto e sognando darai vita a uomini, donne, bambini del passato e del futuro. Come fai a sapere che in questo istante, con tutta la boria che ti viene dal pensiero contemporaneo, non sei solo una creatura di un sogno sul futuro nella mente, poniamo, di un filosofo del Cinquecento? Come fai a sapere che non sei solo una creatura di un sogno sul passato di un hegeliano del 2500? Come fai a sapere, ragazzo, che non svanirai nel XVI o nel XXVI secolo nel momento in cui chi ti sta sognando si sveglierà?*

Il bimbo 1, non so come, si è arrampicato sullo schienale del sedile e ora incombe pericolosamente sulla mia testa. Il bimbo 2 sta gridando, cercando di imitare non so quale animale. Marito e moglie baloccano distrattamente con i rispettivi smartphone.

Mi viene da ripensare al brano appena letto. Se è vero che tutto questo è un’illusione, se è solo la proiezione di un sogno di qualcuno, nel passato o nel futuro, o in un mondo parallelo, questo “qualcuno” deve aver mangiato molto pesante, stasera a cena…

* Edward Page Mitchell, “L’orologio che andava all’indietro”, nella raccolta “Viaggi nel tempo”,  pag. 119-120, edita da Einaudi.

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Incubo di un pomeriggio di mezza estate

Esco stanca e sudata dal lavoro, oggi non funzionava neppure l’aria condizionata. Ma sono tranquilla, non prenderò un malanno, dato nemmeno sul treno funziona. Per lo meno è quasi vuoto, mi metterò a leggere un po’, per rilassarmi. Rettifica, è appena salita una combriccola allegra, colorata e disordinata di gente proveniente dal mare. È formata da una quindicina di adulti e cinque o sei bambini sotto i tre anni, ovviamente accompagnati da borsoni, borsine, borsette, zaini, passeggini, borse termiche, borse da spiaggia, borse della spesa, asciugamani, cappelli, contenitori di ogni forma, colore e dimensione. L’aria calda e umida nella carrozza è pervasa da un odore di crema solare, panino con la mortadella, sudore. Sono stati tutto il giorno al mare, beati loro, sono contenti e riposati e trasmettono tutta la loro gioia agli altri passeggeri emettendo decibel e decibel di risate sgangherate. Vorrei le cuffie giganti che indossa quel ragazzetto seduto là in fondo: sembra così assorto e isolato dal resto della carrozza. Forse se mi concentro nella lettura non li sento. Ci riesco, quasi, ma all’improvviso uno dei bambini scoppia in una bizza disperata. Più che un pianto sembra un misto tra il grido di dolore di un animale preistorico e gli artigli di Freddy Krueger strisciati su una lavagna. I genitori lo ignorano totalmente. Se avessi il numero di cellulare di un esorcista, oggi lo chiamerei. Cambiare carrozza? Sono troppo stanca, poi, arrivando nella stazione e vedendo la quantità di gente che è salita non penso che la situazione migliorerà. Il viaggio sembra ancora più lungo, anche perché nel frattempo il treno per qualche inspiegabile motivo ha accumulato un quarto d’ora di ritardo. Guardo fuori dal finestrino, per distrarmi, ma non funziona. Finalmente il treno rallenta, gli adulti del gruppo confusionario raccolgono tutte le loro carabattole e si preparano a scendere. Una delle donne prende in collo il piccolo indemoniato, che sorprendentemente si mette a strillare ancora più forte, sbracciandosi e agitandosi, non riesco a capacitarmi di come tutto ciò sia fisicamente possibile. La mamma, per niente turbata, cerca con non troppa convinzione e scarsi risultati di calmarlo. Il convoglio si ferma, le porte si aprono, le emissioni acustiche piano piano si placano, finalmente. Si riparte e nelle orecchie ho il tipico fruscio che si percepisce dopo essere stati in discoteca o sotto le casse di un concerto heavy metal. Il treno giunge finalmente alla mia fermata, con passo stanco, quasi strascicando i piedi arrivo a casa e mi getto sotto la doccia, finalmente è finito l’incubo… fino a domani, almeno!

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Alla ricerca di…

Nei moderni treni pendolari è sempre più frequente trovare carrozze dove i sedili non sono organizzati in gruppi di quattro, vis à vis, per intenderci, ma sono disposti a coppie, tutti nello stesso verso, come sui pullman, con direzioni opposte sui due lati del corridoio. Questa sistemazione ha l’indubbio vantaggio di poter garantire un maggiore numero di posti a sedere ai viaggiatori, ma toglie un po’ di comfort e, perché no, di poesia, al viaggio in treno. Avere di fronte il retro dei due sedili antecedenti dà inoltre la sensazione di chiuso, di essere isolati, soli con i propri pensieri. Così finisce che, costretti in questo spazio limitato, che erroneamente percepiamo come intimo e privato, non ci rendiamo conto che a pochi passi di distanza, in direzione opposta, un’altra pendolare, con un libro in mano, una blogger per di più, ci sta osservando…

 

La faccia non è nuova, anzi, è una di quelle figure che incontro quasi quotidianamente, che mi sembra di conoscere, nonostante non ci abbia mai scambiato parola. Maschio, alla soglia degli –anta, aspetto molto curato. Veste sempre abiti molto eleganti: giacca, cravatta, in genere in colori scuri, all’orecchio porta sempre un auricolare. Per questi motivi dentro di me l’ho soprannominato “l’agente Smith”.

Con gli occhi semichiusi nascosti da un paio di lenti scure, guarda fuori dal finestrino il paesaggio che corre verso di lui: le colline, gli alberi, il cielo, le nuvole, l’infinito….

E cerca… cerca dentro di sé, cerca ciò che non può trovare, là, fuori.

Un ricordo del passato, reminiscenze di un’infanzia che ormai è svanita, oppure un pensiero fisso, dentro la sua mente, nel punto più nascosto, inaccessibile. Come un’odiosa incrostazione, lo infastidisce, lo turba, vorrebbe eliminarla con tutte le sue forze. Ma prima deve scovarla, nelle oscure caverne del suo inconscio…

E ci mette davvero tutto il suo impegno in questa estenuante ricerca di se stesso… aiutandosi con il dito indice della mano destra, alternato con il mignolo.

Cerca, cerca ovunque, esplora ogni pertugio, con minuziosa perizia. Periodicamente estrae le falangi dalle oscure cavità, distoglie lo sguardo dal paesaggio e osserva il risultato, per poi riprendere, imperterrito, questo lavoro di manuale pulizia interiore.

La sua intensa attività distoglie la mia attenzione dal libro che sto leggendo per alcuni istanti. Cerco di non fissarlo troppo, non vorrei turbarlo in questo momento d’intimità e mi costringo a concentrarmi sulle pagine, che però non riescono a scorrere.

E ancora, prima una falange, poi anche un pezzetto della seconda, per raggiungere le profondità più recondite del proprio “io” e liberarle dalle impurità e dalle incrostazioni. I suoi occhi, sempre persi, verso l’orizzonte, l’infinito, ignorano la presenza degli altri viaggiatori.

Tutta la magia di questi lunghi istanti di vita pendolare svanisce all’improvviso, con un trillo metallico: come destatosi da un sogno, estrae dalla tasca l’impeccabile smartphone nero e risponde alla chiamata. Dopo pochi istanti arriviamo alla sua fermata e, sempre parlando al telefono, scende dal treno.

Mi raccomando, chiama Massimo!

E’ lunedì, il cielo è grigio, cade una pioggerella leggera, troppo leggera per aprire l’ombrello, ma sufficiente per inumidire i miei capelli e renderli orrendi. La sveglia è suonata con troppa irruenza, sono ancora sotto shock, il caffè che ho preso a colazione non ha fatto alcun effetto. Ho due occhiaie che mi rendono simile a un panda. L’umore è dello stesso colore del cielo: grigio.

Alla stazione, cerco di evitare qualsiasi interazione con altre forme di vita pendolare. Non ho voglia di mettermi a chiacchierare, di sentir raccontare cosa hanno fatto nel fine settimana i miei compagni di viaggio, non ho voglia di discutere del meteo o delle recenti vicende politiche, di imparare nuove gustosissime ricette, di lamentarmi dei ritardi dei treni.  All’arrivo del Regionale Veloce, studio accuratamente il flusso di persone e scelgo la carrozza più lontana, di solito più vuota delle altre.

Lo so, lo so, sono antipatica, stamani, e allora? Avete qualcosa da ridire in proposito?

Per fortuna lo scompartimento è quasi deserto, saremo in tutto sette o otto, non di più. Scelgo il posto in fondo, in modo da non avere vicini accanto o davanti. Il viaggiatore più prossimo è seduto più avanti, sulla destra. Dal mio posto vedo solo le sue gambe accavallate e il quotidiano che sta leggendo. Bene, si preannuncia un viaggio tranquillo. Prendo il libro dalla borsa, cerco il punto dove sono arrivata e inizio a leggere.

Arrivata alla fine del capitolo, alzo per un attimo lo sguardo e noto che il mio vicino  ha posato il quotidiano sul sedile davanti a lui, utilizzandolo per distendere le gambe ed evitare di posare le scarpe sulla seduta. Sembra essere proprio comodo. Gli arti inferiori sono mollemente incrociati all’altezza delle caviglie, le punte dei piedi e delle ginocchia sporgono in fuori, il bacino è scivolato in avanti. Indossa un paio di scarpe di cuoio nero, non nuove ma curate, strette da due lacci sottili, un paio di pantaloni scuri, ma non troppo eleganti. La posa rilassata li ha fatti risalire un poco, rivelando, sotto, un paio di calzini di colore bordeaux e di lunghezza insufficiente,  e un paio di centimetri almeno degli stinchi villosi.

Riprendo la lettura, anche se per poco: sono circa a metà della seconda pagina del nuovo capitolo quando una fastidiosa musichina richiama brutalmente la mia attenzione. È la suoneria del cellulare del mio vicino. Che, con molta calma, sufficiente a sviluppare completamente il tema melodico, si accinge a rispondere. La conversazione si svolge con un livello di emissione acustica simile alla suoneria.

“…”

“Vi siete sentiti poi ieri sera?”

“…”

“Mi ha detto che ti chiamava, ti ha chiamato?”

“…”

“Ah, l’hai chiamato tu? E che cosa ti ha detto?”

“…”

“Ah, ho capito, e poi?”

“…”

“Giusto, io però prima sentirei anche Massimo.”

“…”

“Sì, hai ragione, ma chiama anche Massimo, prima!”

“…”

“Sì, sì, ma Massimo lo sa sicuramente…”

“…”

“No, no, lui lo sa, sono sicuro, lo ha finito la settimana scorsa…”

“…”

“Ho capito, ma io sentirei anche Massimo, prima…”

“…”

“Non ce l’hai il numero di Massimo? Aspetta, te lo do io!”

“…”

“…”

“… aspetta, non lo trovo Marco, Matteo, Massimo, ma questo non è quel massimo lì, aspetta, Massimo… Massimo… forse è questo… no…”

“…”

“…”

“Eccolo, ci sei? Allora, tre-tre-otto…”

“…”

“Prego, mi raccomando, chiamalo, Massimo, senti lui come ha fatto, vedrai che te lo dice!”

“…”

“Comunque se vuoi stare tranquillo senti Massimo, te lo dico, io!”

“…”

“…”

“Vai, ci sentiamo dopo, ciao!”

“…”

“Ciao!”

Lo scompartimento torna in una quiete ovattata, in sottofondo si sente solo lo sferragliare delle ruote sui binari e saltuariamente la voce dell’altoparlante che ci ricorda di convalidare il titolo di viaggio. Dalla postazione del mio vicino, adesso, arrivano pochi, sommessi rumori: il click della chiusura della borsa, seguito dal fruscio di un sacchetto di carta e quindi da un piacevole profumo di mandarini. Riprendo la lettura. Vado avanti ancora tre pagine e poi riecco l’ormai familiare musichetta da cellulare.

“Pronto?”

Risponde il mio vicino, con la voce un po’ impastata, poiché, nonostante stia parlando al cellulare, non smette di mangiare i suoi mandarini.

“…”

“Ah, e che ti ha detto Massimo?”

“…”

“…”

“…”

“Lo sapevo, Massimo è una garanzia!”

“…”

“Visto? Hai fatto bene a chiamarlo!”

“…”

“Ok, va bene, fammi sapere come va, poi! Ci sentiamo, ciao!”

Continuo a leggere, questa volta mi concentro di più. Solo quando sono quasi arrivata mi accorgo che il mio compagno di viaggio è già sceso, in una delle fermate intermedie.

Esco dalla stazione, m’incammino verso l’uscita. Ho ancora sonno, ma l’umore è un po’ migliorato.

Perché adesso so che, qualsiasi cosa mi capiterà oggi, ho già pronta la soluzione: chiamerò Massimo!

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Cosa non farò quando andrò in pensione

… se mai ci andrò, ma questa è un’altra storia.

Non andrò alla posta alle otto di mattina, come dovevo fare per forza quando andavo a lavorare e non intaserò per mezza mattinata lo sportello perché non mi torna il conto della pensione di questo mese.

Non andrò al supermercato il sabato mattina.

Se proprio dovrò andarci, non assalirò come una furia il reparto delle offerte, pretendendo di acquistare il massimo possibile dei prodotti scontati, come se dovessi accaparrarmi beni di prima necessità per un evento bellico imminente.

Non palperò con metodica assiduità tutte le mele e tutti i pomodori del reparto ortofrutta, non busserò contro tutti i cocomeri per trovare quello migliore, maturo al punto giusto, anche perché non ho mai capito e probabilmente mai capirò  che suono fa un cocomero buono.

Se, al mercato, sul treno, sull’autobus, in coda alla posta, in coda dal dottore, incontrerò qualche mia amica, non inizierò con i resoconti tipo bollettino di guerra, su chi è morto questa settimana e come, su chi si è sentito male ed è stato ricoverato. Non informerò il mondo che mi circonda sulla salute mia e dei miei familiari, non descriverò a tutte le persone che condividono il mio spazio i dettagli più raccapriccianti delle malattie che ho avuto.

In luoghi pubblici, dove altri sono costretti a sentire i miei sproloqui, non lancerò critiche generiche sulle generazioni che mi seguiranno, della serie “… i giovani di oggi non sono buoni a niente, non capiscono niente eccetera”, salvo poi, un attimo dopo, decantare le fantastiche doti della mia nipotina (ammesso che ne abbia mai una), che è la prima della classe,  è la più brava della scuola di danza e le hanno assegnato il ruolo da protagonista nel saggio di Natale, suona il violoncello e ha vinto il titolo di Piccola Miss del quartiere.

Non prenderò l’autobus per andare al mercato nell’orario di spostamento dei pendolari. Che cavolo ci andrei a fare, alle otto e mezzo di mattina, al mercato? Potrei benissimo andarci alle dieci quando i pendolari sono già al lavoro, no?

Non salirò sull’autobus con il carrellino pieno zeppo di spesa, pretendendo di andare a sedere nel posto più distante da me.

Non brontolerò continuamente, rivolta alla ragazza di colore vistosamente incinta e con un bimbo piccolo in collo, che “… questi stranieri sono proprio maleducati, non lasciano il posto a sedere alle persone anziane, vorrei vedere se lo facessero nel loro paese… ” e discorsi qualunquisti/razzisti di questo genere.

Ma soprattutto, non mi alzerò dal mio posto a sedere, ottenuto facendo valere i miei diritti di anzianità su un povero studente assonnato, sette fermate prima della mia, che poi è anche il capolinea dove scendono tutti, spingendo, calpestando, molestando i poveri passeggeri appesi ai supporti in modo precario e pressati come in una scatola di sardine, gridando ogni volta, nelle orecchie del malcapitato “Scende alla prossima lei? Si può spostare un pochinino? C’è gente che deve scendere! Oh! Non si spostano mica sai…”,  per poi centrare, con il mezzo tacco della scarpa sinistra, di cuoio nero con una bella fibbia dorata, molto bon-ton devo dire, l’alluce destro di una povera pendolare, appena arrivata con il treno, rovinandole l’inizio della giornata.

Toni di grigio

IMG_2380 copyGli ingredienti per una giornataccia, stamani, ci sono tutti. Una nebbia fitta mista avvolge la stazione e, insieme ad una pioggerellina insistente, rende l’atmosfera fredda e inospitale. C’è ancora poca luce, le giornate si stanno accorciando velocemente e il mio umore è dello stesso colore del cielo. La banchina è più affollata del solito, capisco presto il motivo: il treno precedente al mio è stato soppresso, ci informa la voce sintetica dell’altoparlante. La prima parte del mio viaggio quotidiano sarà probabilmente… come dire… compressa.

Arriva il treno, riesco a salire con difficoltà a causa delle persone che sostano nel vestibolo. Con qualche sforzo riesco a entrare nello scompartimento. Non c’è ovviamente posto a sedere, mi sostengo come posso alla sommità di un seggiolino. La mia sistemazione non è molto stabile, non posso far altro che reggermi e aspettare che il viaggio passi. Peccato perché ero arrivata a un punto chiave nel libro che sto leggendo.

Arrivo alla stazione dove devo cambiare treno con qualche minuto di ritardo, mi affretto a raggiungere il binario giusto. Appena imboccato il sottopassaggio, sono travolta da un’ondata di altri pendolari che si muovono in massa in direzione opposta alla mia a causa di una variazione del binario del loro treno, comunicata, come sempre, all’ultimo momento. Passata la valanga umana, il sottopassaggio rimane semi-vuoto. Dal fondo del tunnel sento echeggiare un frastornante rutto, seguito da grasse risate e commenti impronunciabili: realizzo subito che si tratta del solito gruppo di studenti svogliati, con cui spesso devo condividere il viaggio. Oggi però, per fortuna, hanno altri programmi e si dirigono allegramente verso l’uscita.

Il secondo treno è stranamente quasi vuoto e il viaggio tranquillo, nonostante ciò l’umore non migliora. Dal finestrino, guardo i girasoli rimasti nei campi. Non sembrano proprio le stesse piante di qualche mese fa, sempre alla ricerca dei raggi del sole, con i petali di quel bel colore giallo brillante che mi mette tanto di buonumore. Adesso sono smorti, avvizziti e ingobbiti, come spettri.

Arrivata a destinazione, entro nel bar. Stamani prenderò solo un caffè, non sono dell’umore giusto per il cappuccino: ho bisogno di svegliarmi. Dalla radio arrivano note inconfondibili, mi concentro sulla musica, e non sono sola: anche il barista si lascia andare e libera le sue insospettabili doti di vocalist.

Voglio una vita spericolata 

Voglio una vita come quelle dei film

Voglio una vita esagerata

Voglio una vita come Steve Mc Queen

Dalla mia borsa arriva un fastidioso beep, è un SMS: ”Ci sei vero? La riunione è alle nove e mezzo”. Rispondo velocemente: “Sto arrivando”.

Voglio una vita che non è mai tardi, di quelle che non dormi mai…

Veramente io ho un gran sonno stamani e avrei dormito volentieri un altro po’…

Voglio una vita, la voglio piena di guai…

Se faccio tardi alla riunione di stamani effettivamente potrei essere accontentata in questo senso.

Ehhhh

Ed eccolo, l’immancabile ”ehhhh” liberatorio, una costante irrinunciabile in tutte le canzoni di Vasco, per l’occasione enfatizzato e amplificato dalla possente ugola del barista.

E poi ci troveremo come le star a bere del whisky al Roxy Bar, o forse non ci troveremo mai, ognuno a rincorrere i suoi guai.

Indugio ancora un po’ davanti al bancone: ormai voglio godermela tutta, la canzone.

Ognuno col suo viaggio ognuno diverso, ognuno in fondo perso dentro ai cazzi suoi…

Quando finalmente mi riprendo da questa specie di trance musicale, mi rendo conto che ho passato tutto il tempo a far girare a vuoto il cucchiaino nella tazzina, ancora non ho bevuto nemmeno un po’ di caffè. Ed è già freddo, accidenti.