Natale pendolare #13

Momenti di inaspettata poesia alla stazione di Santa Maria Novella. 

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è passato il Carnevale

Mercoledì mattina, piove e i treni sono in ritardo. Decido di ingannare l’attesa prolungata più del solito prendendo un caffè al bar della stazione. Entro, faccio lo scontrino, mi avvicino al bancone e ordino la bevanda al barista. Ascolto distrattamente la radio, sta passando “I will survive”, inizio a canticchiarla.

“First I was afraid, I was petrified…” Muovo appena le labbra, emettendo un suono debole, almeno un’ottava sotto alla brillante voce di Gloria Gaynor, biascicando le parole delle strofe, che non ricordo bene. Noto che altri avventori del locale stanno facendo altrettanto: il labiale è confuso e incomprensibile in tutto il pezzo tranne nella parte “I will survive, eh, ehi” e nella seguente parte strumentale. Mi sembra un brano azzeccato, stamani.

Proprio mentre la canzone sfuma, entra nel locale un personaggio noto. Si tratta di un signore che trovo spesso nella stazione e che in più di un’occasione ha “attaccato bottone”, tentando di coinvolgermi in improbabili discussioni teologiche e di appiopparmi uno dei numerosi opuscoli a sfondo religioso che porta sempre con sé. Cerco di mimetizzarmi con gli arredi del bar, non ho proprio voglia sentire le sue teorie sulla fine del mondo, stamani. Per fortuna, però, la sua attenzione è rivolta al barista.

“Buongiorno!” irrompe con entusiasmo, decisamente non corrisposto dal suo interlocutore. “Come va, stamani?”

“Male!” risponde il barista, tra il distratto e lo scocciato, “Stamani è cominciata male. Non vedi? Piove…”

“Ehhhh” risponde l’uomo con gli opuscoli, un “eeehh” lungo, abbastanza lungo da contenere un “Non ti angustiare troppo, amico mio, c’è di peggio…” e, continua, “Se va male, è perché è passato il Carnevale!

Ed è con questa riflessione profonda, così profonda che non credo nemmeno di averla capita bene, che, di soppiatto, esco dal bar e vado, sotto la pioggia, a prendere il treno. In ritardo.

L’invasione delle piccole fan

Il viaggio di ritorno dal lavoro procede come di consueto. Il vagone è quasi vuoto, popolato da pochi viaggiatori, sparsi qua e là, ognuno intento a far passare il tempo che manca all’arrivo a destinazione nel modo che ritiene più idoneo. C’è chi dorme, chi lavora con il computer, chi gioca con il cellulare, chi legge, chi guarda dal finestrino non si sa cosa, dato che è già buio. Io sono alle prese con le ultime, drammatiche pagine del libro che mi ha catturato in questi giorni. Appena arrivati a una delle stazioni che precedono il mio arrivo, un desueto e sinistro brusio ad alta frequenza preannuncia la fine della ormai familiare quiete pomeridiana. E infatti, pochi istanti dopo l’apertura delle porte, la carrozza viene invasa da un nugolo di ragazzine frenetiche. La prima immagine che mi viene in mente è quella di uno sciame di farfalle rosa, veramente graziose alla vista, ma, vi assicuro, altrettanto fastidiose per l’udito. Corrono lungo il corridoio, riempiono i sedili vuoti, ridono, saltano, ballano, cantano, strillano, cambiano di posto, scalpitano, scalciano e ancora ridono, saltano, strillano… Va bene, posso dire addio alla mia lettura, per stasera. Dopo di loro ecco arrivare molto più mestamente alcuni adulti, che tentano di sovrastare le urla fanciullesche con inutili raccomandazioni alla compostezza e al silenzio, ottenendo, come unico risultato, l’aggiunta di altri Decibel alla già compromessa situazione acustica. Non è una gita, penso. Prima di tutto, non torna l’orario, inoltre le ragazzine sono veramente troppo allegre e spensierate, e allo stesso tempo gli accompagnatori adulti mi sembrano troppo spaesati e insicuri, hanno troppo l’espressione “ma che cosa sto facendo, io, qui?”, per essere degli insegnanti. Studio meglio lo strano fenomeno: le bimbe hanno un’età compresa tra gli otto e gli undici anni, stimo, e, sotto i giubbotti, indossano tutte maglie o felpe di colore rigorosamente fucsia con stampata sul petto una faccia carina e sorridente circondata da ghirigori e fantasie floreali. Non comprendo, rimango un po’ interdetta. Da dove vengono? Dove vanno? Che cosa vogliono? E inizio con le ipotesi…

Forse un dittatore pazzo sta per conquistare il mondo con un esercito apparentemente innocuo di ragazzine, utilizzando come armi gli ultrasuoni che riescono a produrre quando si riuniscono in gruppi numerosi?

Forse un virus pericolosissimo e assai contagioso, che trasforma gli esseri umani in bimbe isteriche, è fuoriuscito da un laboratorio segreto, dove alcuni scienziati senza scrupoli lo hanno messo a punto?

Forse l’oscura setta delle bambine dalla felpa fucsia ha finalmente deciso di uscire allo scoperto e di ingaggiare una rivolta per soggiogare la grigia società dominata dagli adulti?

Forse una colonia di alieni dall’aspetto di innocenti fanciulle, con una flotta di astronavi dalla forma di gigantesche caramelle di Candy Crush, è appena atterrata qua vicino e sta per invadere il nostro pianeta?

Poi, finalmente, realizzo: “Ah, già, stasera c’è il concerto di Violetta…”OldDesignShop_MyTrueLoveGiftPC

Questa bellissima immagine l’ho presa da qui: http://olddesignshop.com/

Viaggi pendolari… da brivido

Il primo aggettivo che mi è venuto in mente quando l’ho visto sedersi, di fronte a me, stamani sul treno, è stato “oscuro”. Innanzitutto per il colore di base dell’abbigliamento, il nero, appunto: stivaletti con vistose borchie metalliche, jeans stretti e sciupati in più punti, e la T-shirt, che riportava, stampata sul davanti una convulsa scena i cui i protagonisti erano teschi con espressioni beffarde, zombie e altri mostri di vario genere, corpi solo vagamente antropomorfi, sfatti, tumefatti, smembrati, il tutto contornato da un’iscrizione con caratteri gotici che non sono riuscita a decifrare. I lobi delle orecchie erano martoriati da diversi piercing, spunzoni metallici fondamentalmente, mentre numerosi tatuaggi ornavano gli avambracci: ancora teschi, ma anche stelle a cinque punte, scritte e simboli per me sconosciuti e misteriosi. Da un paio di auricolari collegato a un telefonino usciva un ronzio ritmato, in cui era possibile riconoscere il gemito lamentoso di una chitarra elettrica distorta e la voce cavernosa e gutturale di un cantante tutt’altro che melodioso.

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Le premesse, insomma, non erano molto promettenti. I simboli tatuati sulle braccia, in particolare, erano particolarmente inquietanti e sinistri e richiamavano alla mia memoria mitologie e riti oscuri. Io, poi, di solito sono abbastanza paurosa: quando, per sbaglio, in televisione m’imbatto in un film horror cambio subito canale e durante la visione di qualsiasi thriller tengo a portata di mano un cuscino dove nascondere la faccia durante le scene più violente e truci. Stamani per ovvi motivi non avevo con me il cuscino di protezione e ho dovuto arrangiarmi: che fare? Rimanere indifferenti, fingere di dormire, magari, scappare a gambe levate… Calma, mi sono detta, non siamo in un film, ragioniamo.

Nei film dell’orrore e nei thriller molta della paura nasce dalle atmosfere tenebrose e dalle note tese e sospese della colonna sonora. Stamani, invece, era una bella mattinata di ormai fine estate, soleggiata ma fresca, gli altri viaggiatori leggevano o sonnecchiavano, gli unici rumori erano il familiare e tranquillo sferragliare delle ruote sulle rotaie e gli sporadici messaggi automatici dall’altoparlante. Dopo il primo, poco rassicurante impatto, mi sono fatta coraggio e ho osservato un po’ meglio il mio occasionale compagno di viaggio, badando bene di non farmi vedere.

C’erano delle cose che non tornavano, in effetti. Il colore della pelle, innanzi tutto. Molto chiaro, devo dire, ma tendente al roseo, quasi rubicondo in certi punti del viso, non il poco salubre colorito grigio-verdognolo che ci si aspetterebbe, per una siffatta creatura delle tenebre (e, poi, che ci faceva una creatura delle tenebre su un anonimo treno pendolari, alle sette e mezzo di mattina?). Guardando, ancora, mi sono soffermata un attimo sulle guance, belle piene, paffutelle, altro che la pelle grinzosa e cadente, i visi scarni e scheletrici dei mostri sulla sua maglietta. La maglietta, appunto: quelle due pieghe perfettamente diritte, sulle maniche, verso le spalle, tradivano una sapiente stiratura, una perfetta piegatura, nonché la disposizione in un armadio ordinato e pulito, sicuramente incompatibile con l’antro scuro, umido e caotico di un serial-killer. Dalla maglietta leggera emergeva un corpo decisamente in salute, anzi, tendente al rotondetto, specialmente nella zona degli addominali: un fisico compatibile con una dieta a base di lasagne fatte in casa e una modesta attività fisica, non martoriato dagli eccessi e privazioni di una vita dannata. E, poi, gli occhi, quegli occhi marroni, svegli e vivaci, a ben guardare ispiravano più simpatia che terrore. Riflettendoci su, non ho più sentito la necessità di fuggire a gambe levate in un altro scompartimento, e devo dire che non ho neppure rimpianto troppo il mio cuscino.

Ma, allora, vi chiederete, perché questo titolo al post? In effetti durante il viaggio ho tremato… ma non di paura, di freddo! L’aria condizionata in tutto il treno era infatti tarata su una temperatura veramente polare e per di più avevo dimenticato la maglia a casa.

E la colonna sonora? Beh, invece che un pezzo dei Goblin (quelli di Profondo Rosso), cui avevo pensato inizialmente, alla fine per stamani ho optato per questa canzone degli Skiantos… 🙂

 

 

Rapsodia in blu

Sul treno, c’è chi legge, chi dorme, chi chiacchiera con il vicino, chi con il cellulare, chi gioca con il tablet,  chi scrive, chi guarda fuori dal finestrino…

… e poi c’è chi, andando a Boston con il treno e ascoltando lo sferragliare delle ruote sui binari, prende ispirazione per comporre questa cosa qui 😀