Pendolare onirico

Viaggio in compagnia di una famigliola chiassosa: marito, moglie, bimbo 1 e bimbo 2, di circa due e quattro anni, stimo. Marito e moglie discutono su dove sia meglio mettere il passeggino. I bambini litigano e si becchettano, mettendosi a piangere alternativamente. Mi metto a leggere, per distrarmi.

La tua intelligenza non ha ali. Vai dietro a Comte e a tutta la sua viscida prole di ruffiani e leccapiedi. Parli della tua posizione nell’universo con una sicumera strabiliante. Dai l’impressione di pensare che un misero individuo come te possa avere una presa salda sull’Assoluto. Eppure stanotte andrai a letto e sognando darai vita a uomini, donne, bambini del passato e del futuro. Come fai a sapere che in questo istante, con tutta la boria che ti viene dal pensiero contemporaneo, non sei solo una creatura di un sogno sul futuro nella mente, poniamo, di un filosofo del Cinquecento? Come fai a sapere che non sei solo una creatura di un sogno sul passato di un hegeliano del 2500? Come fai a sapere, ragazzo, che non svanirai nel XVI o nel XXVI secolo nel momento in cui chi ti sta sognando si sveglierà?*

Il bimbo 1, non so come, si è arrampicato sullo schienale del sedile e ora incombe pericolosamente sulla mia testa. Il bimbo 2 sta gridando, cercando di imitare non so quale animale. Marito e moglie baloccano distrattamente con i rispettivi smartphone.

Mi viene da ripensare al brano appena letto. Se è vero che tutto questo è un’illusione, se è solo la proiezione di un sogno di qualcuno, nel passato o nel futuro, o in un mondo parallelo, questo “qualcuno” deve aver mangiato molto pesante, stasera a cena…

* Edward Page Mitchell, “L’orologio che andava all’indietro”, nella raccolta “Viaggi nel tempo”,  pag. 119-120, edita da Einaudi.

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Cave canem! Sul treno…

“Sono liberi questi due posti?”

“Certo, prego!”, confermo.

Sollevo lo sguardo dallo schermo del computer portatile. I miei compagni di viaggio di oggi sono una coppia di giovani, entrambi sulla ventina, entrambi di carnagione bianco-grigiastra, entrambi indossano jeans strappati in più punti, maglietta con le maniche tagliate grossolanamente, bianca, larga e sformata, per lui, nera e aderente, per lei. Hanno entrambi numerosi tatuaggi su braccia e collo e diversi piercing in vari punti del viso. Capelli rasati a zero per lui, colore corvino e taglio geometrico per lei, associato a un vistoso trucco nei toni del nero.

La ragazza porta in braccio un fagotto cicciottello, grigio con delle toppe color crema, dall’aspetto morbido, con due occhioni azzurri: un cagnolino che avrà al massimo un paio di mesi, ma già piuttosto grosso. Da adulto sarà un bel bestione, immagino. Ma adesso è veramente troppo carino, non resisto.

“Che bello!”, esclamo, “come si chiama?”

“Igor”, risponde lei, sorridendo, orgogliosa.

“E’ adorabile!”, commento, mentre il piccolo sbadiglia.

È un cucciolo di pitbull, mi spiegano, lo hanno adottato, sono andati a prenderlo oggi e lo stanno portando verso la nuova casa. L’aspetto tenero e indifeso di quel fagottino vellutato stride un po’ con l’immagine non troppo rassicurante degli esemplari adulti di quella razza, ma la dolcezza con cui i due giovani lo accudiscono e le buffe espressioni del suo muso, tra l’assonnato e il curioso, mi fanno credere che non potrà mai diventare molto cattivo, lui.

In pochi minuti, come potrete immaginare, la simpatica bestiola diventa protagonista assoluta e inconsapevole del viaggio di oggi. Nei posti rimasti liberi, intorno a noi, si avvicendano vari personaggi che proprio nell’interazione con il cucciolo mostrano curiose peculiarità per le quali vale la pena spendere un post.

Ve li presento, nell’ordine in cui si sono manifestati.

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#1. L’esperto. Sale nella stessa stazione, qualche istante dopo i due, stessa età e stesso stile nell’abbigliamento. Porta un paio di grosse cuffie appoggiate sul collo. Appena seduto nel posto libero accanto al mio, inizia a dispensare consigli su come crescere al meglio il piccolo Igor. Suggerimenti sull’alimentazione di tipo generico (“Mi raccomando, non gli date assolutamente niente di quello che mangiate voi!”), ma anche molto dettagliati (“La frutta gli fa bene, la mela è ottima, ma, mi raccomando, non gli date la banana, che sennò gli viene la cacca durissima!”), e poi, ancora, sul tipo di guinzaglio, sulla vita sessuale che dovrà tenere, una volta cresciuto, sull’educazione (“Mi raccomando, se fa qualcosa di sbagliato, non lo brontolate, altrimenti si spaventa, piuttosto, mostratevi dispiaciuti, così non lo rifà più!”). E’ per me un sollievo, quando scende.

#2. Il foto-video-amatore. Prende il posto dell’esperto, appena sceso, nel sedile libero accanto a me. Non parla molto bene l’italiano, per cui, per fortuna, i complimenti sono limitati a un generico “Bello… canino… complimenti!”. In compenso, appena seduto, tira fuori dalla tasca un moderno smartphone, chiede il permesso ai padroni con un incerto “Posso?” e scatta un’interminabile serie di foto al cucciolo, cambiando spesso inquadratura e invadendo la mia porzione di spazio. Ma non basta. Esaudito il bisogno di immortalare lo sconosciuto quadrupede, tiene a precisare che “Anche io… uguale… cane… pitbull…” e continua ad aggeggiare con il dispositivo finché non riesce a riprodurre nel piccolo schermo una serie di video (che ovviamente mi metto a sbirciare) aventi come protagonista un molosso di colore grigio scuro e dimensioni ragguardevoli, dall’apparenza piuttosto vivace, che si diverte a fare dispetti al padrone e che viene ripetutamente richiamato e corretto in una lingua a me sconosciuta.

#3. L’addetto alle pulizie. Su questo treno è presente il servizio di pulizia a bordo, quindi, come di consueto, un addetto  percorre il treno avanti e indietro svuotando i contenitori dei rifiuti. Arrivato nella nostra postazione, dopo aver diligentemente compiuto la propria ecologica mansione, con la stessa mano guantata che ha ravanato nei profondi pertugi del cestino, accarezza il musetto del cucciolo, che ringrazia tutto soddisfatto leccandola con la lingua rosata… bleah!

#4. Il virtuoso. Eccoci arrivati al mio personaggio preferito. Un vero artista. Seduto nel gruppetto di sedili di fianco ai nostri, dall’altra parte del corridoio, si esibisce in una sorprendente dimostrazione di human beatbox (non so se è il termine giusto, non saprei come definire questo talento), a base di miagolii, stridii, garriti, cinguettii, schiocchi, fruscii, ronzii, fischi, barriti, latrati, muggiti, pigolii, squittii, cinguettii, friniti, nitriti, grugniti, sibili, ragli, belati e tanti altri versi ancora, incredibilmente realistici. Il suo scopo? Attirare l’attenzione dell’assonnato cagnolino, con scarso successo tra l’altro, visto che il piccolo a malapena si gira verso di lui sbadigliando.

#5. Le americane, dulcis in fundo. Un dulcis fin troppo dulcis, quasi stucchevole, come quelle caramelle troppo colorate che si attaccano ai denti. Un dulcis rosa shocking. Si tratta di sette ragazze, infradito-e-reflex-munite, strizzate in canottiere, pantaloncini e gonnelline di dimensioni minime, dai colori sgargianti, sedute un po’ più in là nel vagone. Il sottofondo sonoro di quasi tutto il viaggio è stato un medley delle loro chiacchiere rumorose e delle loro risate sguaiate. Turiste di ritorno da una gita, suppongo. Se ne stanno per conto loro per quasi tutto il viaggio, sono rumorose, sì, ma non troppo moleste. Solo alla fine, per colpa di uno dei capolavori del virtuoso, si accorgono del cagnolino. Ed è una vera e propria deflagrazione di tenerezza cucciolosa, una reazione che a confronto la scioglievolezza di Lindor è roba da ragazzi. Dall’incontenibile esplosione di gioiosa sorpresa con cui accolgono il cucciolo mi verrebbe quasi da dedurre che in America non esistono i cagnolini. Tutto il vagone a questo punto è trascinato in un vorticoso susseguirsi di “Oh, my God!”, “Wonderful!”, “So sweet!”, “So cute!”… Una selva di mani graziose e curate, con unghie lunghissime, variamente decorate, circonda la povera bestiola, che pare quasi intimorita. Coccole, carezze, grattini dietro le orecchie, scatti di foto da cellulari variopinti, urla di gioia… Dal punto di vista della bestiola deve essere una visione simile alle allucinazioni provocate da certi tipi di droghe, immagino. Sono pochi minuti ma sembrano non finire mai. Poi, finalmente, il treno inizia a rallentare, siamo quasi arrivati a destinazione, ci alziamo e ci avviamo verso l’uscita, con sollievo del cagnolino, dei neo-padroni e… mio!

 

L’invasione delle piccole fan

Il viaggio di ritorno dal lavoro procede come di consueto. Il vagone è quasi vuoto, popolato da pochi viaggiatori, sparsi qua e là, ognuno intento a far passare il tempo che manca all’arrivo a destinazione nel modo che ritiene più idoneo. C’è chi dorme, chi lavora con il computer, chi gioca con il cellulare, chi legge, chi guarda dal finestrino non si sa cosa, dato che è già buio. Io sono alle prese con le ultime, drammatiche pagine del libro che mi ha catturato in questi giorni. Appena arrivati a una delle stazioni che precedono il mio arrivo, un desueto e sinistro brusio ad alta frequenza preannuncia la fine della ormai familiare quiete pomeridiana. E infatti, pochi istanti dopo l’apertura delle porte, la carrozza viene invasa da un nugolo di ragazzine frenetiche. La prima immagine che mi viene in mente è quella di uno sciame di farfalle rosa, veramente graziose alla vista, ma, vi assicuro, altrettanto fastidiose per l’udito. Corrono lungo il corridoio, riempiono i sedili vuoti, ridono, saltano, ballano, cantano, strillano, cambiano di posto, scalpitano, scalciano e ancora ridono, saltano, strillano… Va bene, posso dire addio alla mia lettura, per stasera. Dopo di loro ecco arrivare molto più mestamente alcuni adulti, che tentano di sovrastare le urla fanciullesche con inutili raccomandazioni alla compostezza e al silenzio, ottenendo, come unico risultato, l’aggiunta di altri Decibel alla già compromessa situazione acustica. Non è una gita, penso. Prima di tutto, non torna l’orario, inoltre le ragazzine sono veramente troppo allegre e spensierate, e allo stesso tempo gli accompagnatori adulti mi sembrano troppo spaesati e insicuri, hanno troppo l’espressione “ma che cosa sto facendo, io, qui?”, per essere degli insegnanti. Studio meglio lo strano fenomeno: le bimbe hanno un’età compresa tra gli otto e gli undici anni, stimo, e, sotto i giubbotti, indossano tutte maglie o felpe di colore rigorosamente fucsia con stampata sul petto una faccia carina e sorridente circondata da ghirigori e fantasie floreali. Non comprendo, rimango un po’ interdetta. Da dove vengono? Dove vanno? Che cosa vogliono? E inizio con le ipotesi…

Forse un dittatore pazzo sta per conquistare il mondo con un esercito apparentemente innocuo di ragazzine, utilizzando come armi gli ultrasuoni che riescono a produrre quando si riuniscono in gruppi numerosi?

Forse un virus pericolosissimo e assai contagioso, che trasforma gli esseri umani in bimbe isteriche, è fuoriuscito da un laboratorio segreto, dove alcuni scienziati senza scrupoli lo hanno messo a punto?

Forse l’oscura setta delle bambine dalla felpa fucsia ha finalmente deciso di uscire allo scoperto e di ingaggiare una rivolta per soggiogare la grigia società dominata dagli adulti?

Forse una colonia di alieni dall’aspetto di innocenti fanciulle, con una flotta di astronavi dalla forma di gigantesche caramelle di Candy Crush, è appena atterrata qua vicino e sta per invadere il nostro pianeta?

Poi, finalmente, realizzo: “Ah, già, stasera c’è il concerto di Violetta…”OldDesignShop_MyTrueLoveGiftPC

Questa bellissima immagine l’ho presa da qui: http://olddesignshop.com/

Incubo di un pomeriggio di mezza estate

Esco stanca e sudata dal lavoro, oggi non funzionava neppure l’aria condizionata. Ma sono tranquilla, non prenderò un malanno, dato nemmeno sul treno funziona. Per lo meno è quasi vuoto, mi metterò a leggere un po’, per rilassarmi. Rettifica, è appena salita una combriccola allegra, colorata e disordinata di gente proveniente dal mare. È formata da una quindicina di adulti e cinque o sei bambini sotto i tre anni, ovviamente accompagnati da borsoni, borsine, borsette, zaini, passeggini, borse termiche, borse da spiaggia, borse della spesa, asciugamani, cappelli, contenitori di ogni forma, colore e dimensione. L’aria calda e umida nella carrozza è pervasa da un odore di crema solare, panino con la mortadella, sudore. Sono stati tutto il giorno al mare, beati loro, sono contenti e riposati e trasmettono tutta la loro gioia agli altri passeggeri emettendo decibel e decibel di risate sgangherate. Vorrei le cuffie giganti che indossa quel ragazzetto seduto là in fondo: sembra così assorto e isolato dal resto della carrozza. Forse se mi concentro nella lettura non li sento. Ci riesco, quasi, ma all’improvviso uno dei bambini scoppia in una bizza disperata. Più che un pianto sembra un misto tra il grido di dolore di un animale preistorico e gli artigli di Freddy Krueger strisciati su una lavagna. I genitori lo ignorano totalmente. Se avessi il numero di cellulare di un esorcista, oggi lo chiamerei. Cambiare carrozza? Sono troppo stanca, poi, arrivando nella stazione e vedendo la quantità di gente che è salita non penso che la situazione migliorerà. Il viaggio sembra ancora più lungo, anche perché nel frattempo il treno per qualche inspiegabile motivo ha accumulato un quarto d’ora di ritardo. Guardo fuori dal finestrino, per distrarmi, ma non funziona. Finalmente il treno rallenta, gli adulti del gruppo confusionario raccolgono tutte le loro carabattole e si preparano a scendere. Una delle donne prende in collo il piccolo indemoniato, che sorprendentemente si mette a strillare ancora più forte, sbracciandosi e agitandosi, non riesco a capacitarmi di come tutto ciò sia fisicamente possibile. La mamma, per niente turbata, cerca con non troppa convinzione e scarsi risultati di calmarlo. Il convoglio si ferma, le porte si aprono, le emissioni acustiche piano piano si placano, finalmente. Si riparte e nelle orecchie ho il tipico fruscio che si percepisce dopo essere stati in discoteca o sotto le casse di un concerto heavy metal. Il treno giunge finalmente alla mia fermata, con passo stanco, quasi strascicando i piedi arrivo a casa e mi getto sotto la doccia, finalmente è finito l’incubo… fino a domani, almeno!

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Mi raccomando, chiama Massimo!

E’ lunedì, il cielo è grigio, cade una pioggerella leggera, troppo leggera per aprire l’ombrello, ma sufficiente per inumidire i miei capelli e renderli orrendi. La sveglia è suonata con troppa irruenza, sono ancora sotto shock, il caffè che ho preso a colazione non ha fatto alcun effetto. Ho due occhiaie che mi rendono simile a un panda. L’umore è dello stesso colore del cielo: grigio.

Alla stazione, cerco di evitare qualsiasi interazione con altre forme di vita pendolare. Non ho voglia di mettermi a chiacchierare, di sentir raccontare cosa hanno fatto nel fine settimana i miei compagni di viaggio, non ho voglia di discutere del meteo o delle recenti vicende politiche, di imparare nuove gustosissime ricette, di lamentarmi dei ritardi dei treni.  All’arrivo del Regionale Veloce, studio accuratamente il flusso di persone e scelgo la carrozza più lontana, di solito più vuota delle altre.

Lo so, lo so, sono antipatica, stamani, e allora? Avete qualcosa da ridire in proposito?

Per fortuna lo scompartimento è quasi deserto, saremo in tutto sette o otto, non di più. Scelgo il posto in fondo, in modo da non avere vicini accanto o davanti. Il viaggiatore più prossimo è seduto più avanti, sulla destra. Dal mio posto vedo solo le sue gambe accavallate e il quotidiano che sta leggendo. Bene, si preannuncia un viaggio tranquillo. Prendo il libro dalla borsa, cerco il punto dove sono arrivata e inizio a leggere.

Arrivata alla fine del capitolo, alzo per un attimo lo sguardo e noto che il mio vicino  ha posato il quotidiano sul sedile davanti a lui, utilizzandolo per distendere le gambe ed evitare di posare le scarpe sulla seduta. Sembra essere proprio comodo. Gli arti inferiori sono mollemente incrociati all’altezza delle caviglie, le punte dei piedi e delle ginocchia sporgono in fuori, il bacino è scivolato in avanti. Indossa un paio di scarpe di cuoio nero, non nuove ma curate, strette da due lacci sottili, un paio di pantaloni scuri, ma non troppo eleganti. La posa rilassata li ha fatti risalire un poco, rivelando, sotto, un paio di calzini di colore bordeaux e di lunghezza insufficiente,  e un paio di centimetri almeno degli stinchi villosi.

Riprendo la lettura, anche se per poco: sono circa a metà della seconda pagina del nuovo capitolo quando una fastidiosa musichina richiama brutalmente la mia attenzione. È la suoneria del cellulare del mio vicino. Che, con molta calma, sufficiente a sviluppare completamente il tema melodico, si accinge a rispondere. La conversazione si svolge con un livello di emissione acustica simile alla suoneria.

“…”

“Vi siete sentiti poi ieri sera?”

“…”

“Mi ha detto che ti chiamava, ti ha chiamato?”

“…”

“Ah, l’hai chiamato tu? E che cosa ti ha detto?”

“…”

“Ah, ho capito, e poi?”

“…”

“Giusto, io però prima sentirei anche Massimo.”

“…”

“Sì, hai ragione, ma chiama anche Massimo, prima!”

“…”

“Sì, sì, ma Massimo lo sa sicuramente…”

“…”

“No, no, lui lo sa, sono sicuro, lo ha finito la settimana scorsa…”

“…”

“Ho capito, ma io sentirei anche Massimo, prima…”

“…”

“Non ce l’hai il numero di Massimo? Aspetta, te lo do io!”

“…”

“…”

“… aspetta, non lo trovo Marco, Matteo, Massimo, ma questo non è quel massimo lì, aspetta, Massimo… Massimo… forse è questo… no…”

“…”

“…”

“Eccolo, ci sei? Allora, tre-tre-otto…”

“…”

“Prego, mi raccomando, chiamalo, Massimo, senti lui come ha fatto, vedrai che te lo dice!”

“…”

“Comunque se vuoi stare tranquillo senti Massimo, te lo dico, io!”

“…”

“…”

“Vai, ci sentiamo dopo, ciao!”

“…”

“Ciao!”

Lo scompartimento torna in una quiete ovattata, in sottofondo si sente solo lo sferragliare delle ruote sui binari e saltuariamente la voce dell’altoparlante che ci ricorda di convalidare il titolo di viaggio. Dalla postazione del mio vicino, adesso, arrivano pochi, sommessi rumori: il click della chiusura della borsa, seguito dal fruscio di un sacchetto di carta e quindi da un piacevole profumo di mandarini. Riprendo la lettura. Vado avanti ancora tre pagine e poi riecco l’ormai familiare musichetta da cellulare.

“Pronto?”

Risponde il mio vicino, con la voce un po’ impastata, poiché, nonostante stia parlando al cellulare, non smette di mangiare i suoi mandarini.

“…”

“Ah, e che ti ha detto Massimo?”

“…”

“…”

“…”

“Lo sapevo, Massimo è una garanzia!”

“…”

“Visto? Hai fatto bene a chiamarlo!”

“…”

“Ok, va bene, fammi sapere come va, poi! Ci sentiamo, ciao!”

Continuo a leggere, questa volta mi concentro di più. Solo quando sono quasi arrivata mi accorgo che il mio compagno di viaggio è già sceso, in una delle fermate intermedie.

Esco dalla stazione, m’incammino verso l’uscita. Ho ancora sonno, ma l’umore è un po’ migliorato.

Perché adesso so che, qualsiasi cosa mi capiterà oggi, ho già pronta la soluzione: chiamerò Massimo!

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Di oroscopi, di (foto)romanze e di orbite ellittiche

Sottotitolo: Riflessioni sconclusionate di una pendolare al bar della stazione, davanti al suo cappuccino.

Più che al bar della stazione, questa mattina, mi sembra di essere in una puntata di “The Walking Dead”.  Il locale pullula di non-morti, o meglio, di non-svegli, con le facce di un poco rassicurante color grigiastro, che strascicano i piedi mentre si avvicinano prima alla cassa e poi al bancone. Per fortuna, invece dei loro simili televisivi, sempre a caccia di carne umana di cui cibarsi, questi anelano solo un po’ di caffeina, una sostanza miracolosa in grado di riportarli nel mondo dei viventi. Sono anch’io una di loro, ovviamente.

Le uniche ad avere un po’ di vitalità sono le bariste, intente come sempre a destreggiarsi tra un caffè lungo in tazza grande, uno  basso in vetro, un latte macchiato tiepido e un ginseng.

In questa mattinata assonnata, le conversazioni sono scarse e a volume molto basso. Non si distinguono nemmeno le singole voci, si sente solo un leggero e ovattato brusìo, i viaggiatori di passaggio nel bar, ancora in modalità “risparmio energetico”, limitano al minimo le emissioni acustiche.

Su questo soffice sottofondo si staglia, leggermente in rilievo, la voce della radio. Il volume è piacevolmente contenuto, tiene compagnia senza imporsi, con discrezione.

A quest’ora di solito passano sempre dei grandi classici della musica italiana, quei pezzi che tutti, proprio tutti, anche quelli con gusti sofisticati e sopraffini, non possono fare a meno di conoscere e inevitabilmente cantare, magari anche a  squarciagola: in macchina, al karaoke della festa aziendale di fine anno, quando si è ormai mezzi ubriachi, oppure sotto la doccia. Ma non a quest’ora.

Stamani, per esempio, è la volta della nostra amata Gianna da Siena.

“Ti telefono o no, ti telefono o no, io non cedo per prima…”

La massima espressione di coinvolgimento ce l’ha un insospettabile signore in giacca e cravatta, che aspetta il suo caffè,  battendo a ritmo l’indice sul bancone.

Quando parte il ritornello, lo vedo lanciarsi in un penoso playback: la sua voce è appena uno stridulo sussurro in falsetto.

“Quest’amore è una camera a gas…”

Ma si ferma subito, perché si incarta con le parole. Lo capisco, anch’io faccio sempre confusione e non mi ricordo mai se viene prima la “finta sul ring” o il “palazzo che brucia in città”.

Sulle ultime note della canzone si intromette una suadente voce femminile.

“Ariete: buongiorno, amici dell’Ariete…”

Seduta al tavolino del bar, osservo quasi ipnotizzata le volute bianche e marroncine che si sono create sulla superficie del mio cappuccino mescolando lo zucchero. Non ci credo negli oroscopi, ma quello della radio trasmesso la mattina mentre sono al bar e aspetto il treno, un po’ mi piace. Perché, pur non credendoci, non fa mica male sentirsi dire da quella voce sicura che oggi sarà una giornata splendida. Se ci fate caso, negli oroscopi alla radio dicono sempre cose belle, della serie “oggi farai un incontro che cambierà la tua vita”, oppure “amici del Sagittario, siete davvero in splendida forma oggi!”, oppure “nessuno potrà resistere al fascino che vi regala Venere, amici dell’Acquario”. Il messaggio più crudele che ho sentito finora è stato: “Attenzione, amici del … (non me lo ricordo), Mercurio in quadratura porta instabilità, copritevi quando uscite, altrimenti rischiate di prendere un raffreddore”. Ah, quindi sarebbe colpa di Mercurio che ce l’ha con un segno zodiacale sfigato se uno prende il raffreddore? Non del fatto che siamo in pieno inverno? Mah…

Vergine…

Ci siamo quasi, tra poco tocca a me. Vediamo cosa mi dice oggi…

Complimenti cari amici della Bilancia! Marte in transito nel vostro segno vi regalerà forza e bellezza. Vi sentirete davvero invincibili, oggi!

E bravo Marte, mi ci voleva proprio uno come te, stamani. Già che sei in transito nel mio segno, ti andrebbe di andare a quella riunione soporifera al posto mio, oggi pomeriggio? E visto che ti senti invincibile, puoi  convincere quelli della commissione a finanziare il mio progetto? Tanto, cosa hai da fare, tu, oggi? Hai solo da piroettare su te stesso e contemporaneamente percorrere un’orbita ellittica della quale il centro del Sole è uno dei fuochi, che ti ci vuole? Ok, devi stare attento che il quadrato del tempo che impieghi a percorrere la tua orbita sia proporzionale al cubo della tua distanza media dal Sole,  ma lo fai da ormai un sacco di anni, non ti dovrebbe costare tanta fatica. Pensaci bene, caro Marte, sei un pianeta fortunato, tu. Non hai mica sei miliardi di rompiscatole che ti pesticciano, ti sforacchiano, ti insozzano, ti affumicano, ti prosciugano, Te ne stai lì solo soletto, in mezzo al sistema solare… ma non ti annoi neanche un po’?

“Scorpione…”  

La parte che mi interessava dell’oroscopo è finita ed è finito anche il cappuccino. È l’ora di avviarsi verso il binario per prendere il treno. Ah dimenticavo, già che sei in transito da queste parti, caro Marte portatore di forza e bellezza, vedi di farlo arrivare in orario, almeno oggi.

A proposito di oroscopi, aruspici, di quelli che leggono il futuro nei fondi del caffè, ecco quello che mi è apparso un po’ di tempo fa, mescolando il cappuccino (non ho ritoccato la foto, giuro, a parte un filtro di Instagram)… sarà un segno? Che vorrà dire? Mah…

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E per finire, la gita delle medie!!!

Alcune pagine fa, in un post intitolato “Ah, come vorrei che fosse sempre così”, ho raccontato di una mattinata speciale, con il treno in orario, i pendolari quieti e pure simpatici, l’aria primaverile, insomma, una favola. Fossi un regista e dovessi realizzarci un film, per questa scena sceglierei delle luci color pastello e un’atmosfera leggermente sfocata, un po’ onirica. Perché di questo si è trattato: di un sogno. La realtà quotidiana, purtroppo, è ben diversa.

Oggi è uno dei giorni in cui devo effettuare, per il rientro, di un cambio treno nella stazione centrale della mia città, con un margine di tempo risicatissimo di otto minuti teorici. Ovviamente, per la legge di Murphy, il primo treno accumula durante il viaggio i suoi consueti, direi quasi fisiologici, sei-sette minuti di ritardo e arriva, sbuffando accaldato come i suoi passeggeri, al binario sedici. L’altro treno che devo prendere parte al binario uno, dalla parte opposta. Lo so che non ho speranze di prenderlo, ma tento ugualmente lo scatto. Ma devo desistere presto perché, davanti a me, si sta avvicinando minaccioso un gigantesco gruppo di bambini, tutti con dei cappellini colorati di blu e arancione, tenuti insieme da alcuni insegnanti che si muovono minacciosi e nervosi nel tentativo di tenerli uniti. Mi ricordano i cani pastori alle prese con un gregge un po’ troppo ribelle.

Non ci sono vie d’uscita alternative: come i salmoni, devo risalire la corrente. Ci riesco con fatica, ma purtroppo quando arrivo al binario uno riesco a vedere solo la coda del treno che sparisce all’orizzonte.  Devo aspettare un’ora per il prossimo. Ma tutto sommato è presto, è una bella giornata, ne approfitto per fare una breve passeggiata in centro. Torno alla stazione con un buon anticipo, il treno è già lì che mi aspetta. Scelgo la carrozza in modo da minimizzare, all’arrivo, la distanza tra il punto in cui scenderò e l’ingresso al sottopassaggio (ecco, questa è una delle manie che mi sono venute dopo un po’ di pendolarismo). Salgo, ancora non c’è quasi nessuno, scelgo il posto, mi siedo. La pacchia dura poco: un signore con la divisa di Trenitalia m’invita cortesemente a cambiare di posto perché quella carrozza è stata prenotata. Invece di attraversare il treno, scendo e torno sul marciapiede. La carrozza adiacente non va bene, è di prima classe, devo salire su quella successiva, che ha una delle porte bloccate. Raggiungo l’altra porta, evidentemente è quella accanto alla toilette, poiché, proprio mentre sto per salire, qualche simpaticone tira lo scarico del wc investendo il binario sottostante con uno scroscio di acqua tutt’altro che limpido, che per poco non colpisce anche le mie scarpe. Finalmente trovo un posto in cui sedermi, ci sono già alcuni passeggeri. Ma l’epopea non è finita, no, oggi non mi sono fatta mancare proprio niente. Mancano pochi minuti alla partenza quanso l’intera carrozza è invasa da un altro gruppo di ragazzi, più grandicelli di quelli di prima, probabilmente delle medie, di rientro da una gita. Mamma mia, si spostano spingendosi, sbattono da tutte le parti e soprattutto, urlano, urlano come degli ossessi. E le insegnanti, per farsi sentire, urlano più di loro, intimandoli: “VOLETE STARE ZITTI!!!!!! NON CI SIETE SOLO VOI SUL TRENO!!!!!”. Lo so, lo fanno in buona fede, ma nonostante le buone intenzioni, in realtà peggiorano ulteriormente la situazione. E la mia vicina, che sta parlando al telefono, anche lei, urla! Decibel e decibel di caos. Quando, finalmente, riesco a scendere e m’incammino verso casa, i timpani per un po’ rimangono traumatizzati, sento uno strano fruscio nelle orecchie che sparisce solo dopo una buona mezzora e una lunga, lunghissima doccia rigenerante.

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