Auguri!

Cari pendolari e cari lettori, mi dispiace aver abbandonato il blog, ma purtroppo gli impegni si moltiplicano e il tempo per scrivere scarseggia. La mia vita pendolare però continua, tra traversie e traversine, e spero di tornare presto a raccontare qui le mie (dis)avventure.

Vi faccio tanti auguri di Buon Natale con un video che sfrutta un’altra delle mie passioni che dovreste già conoscere 😀

Ringrazio Marco per l’assistenza al montaggio del trenino e del video, per entrambi era il primo esperimento di time lapse!

A presto!

di pirati, corsari, bucanieri e guasti temporanei all’infrastruttura

Sono già alcuni minuti che cammino, su e giù, lungo la banchina in attesa del treno, quando la voce meccanica dall’altoparlante annuncia che il treno che sto aspettando “arriverà con un ritardo previsto di dieci minuti a causa di un guasto temporaneo agli impianti di circolazione”. Mmmh… la cosa non mi convince molto, di solito quando ci sono guasti di questo tipo i minuti di ritardo sono ben più di dieci, ma cosa posso farci? Mi rassegno a prolungare l’attesa. Dieci minuti sono troppo pochi per andare al bar fuori dalla stazione a prendere qualcosa di caldo, ma sono troppi per starsene lì in piedi ad aspettare. Nell’ultima panchina c’è un posto libero, accanto a una ragazza alle prese con il suo smartphone. Mi siedo, prendo il libro dallo zaino e riprendo la lettura dal punto in cui l’avevo lasciata, ieri sera.

Il libro è “I segreti di Londra” di Corrado Augias. Ho scelto questo saggio come lettura di oggi, perché ho recentemente soggiornato per alcuni giorni nella capitale britannica, che non avevo mai avuto occasione di conoscere “per bene”, e ne sono rimasta davvero affascinata. Dello stesso autore avevo già letto “I segreti di Parigi”, e proprio grazie a quel libro avevo avuto occasione di scoprire e visitare luoghi veramente interessanti, al di fuori delle solite mete turistiche.

Stamani parto da pagina 164, dal capitolo intitolato “Corsari, pirati e bucanieri”. Fin dall’inizio la narrazione è interessante. Chi mai si ricordava le definizioni e le differenze tra corsari, bucanieri, filibustieri, farabutti?

Stanno ormai passando i dieci minuti di ritardo previsti, quando la voce meccanica dell’altoparlante aggiorna la previsione a venti. I miei compagni di viaggio iniziano a spazientirsi: c’è chi cammina nervosamente avanti e indietro, chi inizia a brontolare, chi scende nel sottopassaggio per controllare il monitor, chi telefona per avvisare del ritardo, ecc.. Anche a me quest’annuncio provoca un certo disappunto: se lo avessi saputo subito che il ritardo era così consistente sarei potuta andare al bar ad aspettare, almeno lì l’attesa sarebbe stata un po’ più confortevole. Che faccio, ci vado ora? Ma no, per dieci minuti non ne vale la pena. Riprendo la lettura.

Inizio a figurarmi in un’isoletta dei Caraibi: spiagge bianchissime, vegetazione lussureggiante, acque cristalline su cui galleggia una grossa nave dall’aspetto sinistro, dal cui albero maestro sventola l’inconfondibile Jolly Roger.

Sulla nave, poco a poco si materializzano figure dall’aspetto affascinante e al tempo stesso grottesco, oscuro e minaccioso, ma variopinto, uomini capaci di grandi avventure e gesti ignobili e crudeli. Sono catturata dalle loro imprese, le avventure, i viaggi intorno a un mondo nuovo, enorme rispetto a quello in cui viviamo noi, in buona parte ancora sconosciuto e inaccessibile. E, ancora, gli attacchi per depredare navi cariche di tesori a loro volta sottratti dalle terre appena scoperte nel continente americano, le liti, le risse, le tempeste in mare, i naufragi, le condizioni di vita precarie.

E intanto i minuti di ritardo diventano trenta.

Conosco e ritrovo personaggi immaginari e realmente esistiti: Barbanera, Francis Drake, il Corsaro Nero, Edward Low, capitan Kidd… Leggo con interesse i riassunti delle loro vite e delle rocambolesche imprese.

Quaranta minuti… Ma dai, così non si fa, però, non possono centellinare così le informazioni! Ma come si fa? Le telefonate di aggiornamento a colleghi, compagni di scuola e familiari si infittiscono e si arricchiscono di epiteti coloriti, un gergo quasi marinaresco, quasi come quello dei protagonisti delle storie che sto leggendo. Il volume delle lamentele nelle conversazioni lungo la banchina aumenta, non è semplice rimanere concentrati nella lettura.

Leggo delle tecniche di attacco, delle armi utilizzate, delle regole di comportamento. Una vita non semplice, la loro. Se un pirata veniva giudicato colpevole di un furto, ad esempio, veniva “sbarcato su un’isola deserta con una bottiglia d’acqua, un fucile e qualche pallottola”. In caso di disobbedienza o ammutinamento erano previsti vari tipi di punizioni, fustigazioni, torture, tra cui il temutissimo “giro di chiglia”.

Cinquanta minuti, sessanta…

E alla fine sono poco meno di settanta i minuti passati su quella panchina a leggere e ormai mi manca solo mezza pagina per finire il capitolo del libro, quando finalmente appare all’orizzonte il tanto atteso vascello… ehm… treno, tra i brontolii e gli improperi degli ormai esasperati pendolari superstiti.

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Pendolari in moto… apparente

“Scusi, sono liberi questi posti?”

La domanda mi desta dalla lettura e dal torpore mattutino.

“Sì, sì, prego!”

Le due ragazzine si accomodano nei sedili di fronte al mio, si sfilano gli zaini e i giubbotti e si siedono. Quella a sinistra, lungo il corridoio, porta nelle orecchie un paio di cuffie bianche, collegate a un grosso smartphone dello stesso colore e ha l’aria piuttosto assonnata. L’altra è invece ben sveglia e nervosa.

“Oggi mi interroga, me lo sento…”

Annuncia a voce alta, in modo che l’amica la possa sentire nonostante le cuffie, aprendo lo zaino per estrarne un libro dall’aspetto piuttosto vissuto: i bordi sono tutti ondulati e gli spigoli arricciati. Lo apre circa a metà, in corrispondenza di uno dei tanti segnalibri adesivi disposti tra le pagine. Il testo è stato quasi integralmente pitturato con un evidenziatore rosa, a margine ci sono alcune scritte a penna, in una calligrafia rotonda e decisa. Provo un istintivo sentimento di disappunto per com’è stato trattato il povero volume, colpevole solo di voler insegnare un po’ di scienze a un’adolescente, ma poi ricordo che anch’io, quando andavo a scuola, torturavo i miei libri di testo in modo simile, con fitte note a margine e dosi massicce d’inchiostro fluorescente. Oggi non lo farei mai!

Riprendo la lettura.

Poche pagine dopo, con la coda dell’occhio noto che la giovane studentessa s’interrompe, alza gli occhi dal libro, li rivolge in un punto indefinito alla mia sinistra, nel sedile vuoto accanto a me, e inizia a recitare meccanicamente:

“Quindi… Anche se sembra che il sole si muove (ma… il congiuntivo?) rispetto alla terra da est verso ovest in realtà è la terra che si muove da ovest verso est, mentre il sole sta fermo.”

E, aggiunge con una punta d’incertezza, voltandosi verso l’amica:

“Giusto?”

La sua interlocutrice annuisce, non troppo convinta, a dire il vero.

“C’è altro da sapere sui moti apparenti?”

“Boh?!” risponde l’altra, sollevando le spalle.

“Va bene!”

Chiude il libro e lo rimette nello zaino, dalla tasca anteriore prende lo smarphone e con l’amica inizia a guardare le foto di una serata passata insieme, commentando e ridendo allegramente.

Riprendo nuovamente la lettura, ancora mancano diversi minuti all’arrivo, e penso a come Tolomeo stamani abbia perso una (o forse due?) fan. Certo, di strada ce n’è ancora tanta da fare, prima di arrivare al bosone di Higgs e ai wormhole, ma… mai dire mai!

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Viaggi pendolari… da brivido

Il primo aggettivo che mi è venuto in mente quando l’ho visto sedersi, di fronte a me, stamani sul treno, è stato “oscuro”. Innanzitutto per il colore di base dell’abbigliamento, il nero, appunto: stivaletti con vistose borchie metalliche, jeans stretti e sciupati in più punti, e la T-shirt, che riportava, stampata sul davanti una convulsa scena i cui i protagonisti erano teschi con espressioni beffarde, zombie e altri mostri di vario genere, corpi solo vagamente antropomorfi, sfatti, tumefatti, smembrati, il tutto contornato da un’iscrizione con caratteri gotici che non sono riuscita a decifrare. I lobi delle orecchie erano martoriati da diversi piercing, spunzoni metallici fondamentalmente, mentre numerosi tatuaggi ornavano gli avambracci: ancora teschi, ma anche stelle a cinque punte, scritte e simboli per me sconosciuti e misteriosi. Da un paio di auricolari collegato a un telefonino usciva un ronzio ritmato, in cui era possibile riconoscere il gemito lamentoso di una chitarra elettrica distorta e la voce cavernosa e gutturale di un cantante tutt’altro che melodioso.

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Le premesse, insomma, non erano molto promettenti. I simboli tatuati sulle braccia, in particolare, erano particolarmente inquietanti e sinistri e richiamavano alla mia memoria mitologie e riti oscuri. Io, poi, di solito sono abbastanza paurosa: quando, per sbaglio, in televisione m’imbatto in un film horror cambio subito canale e durante la visione di qualsiasi thriller tengo a portata di mano un cuscino dove nascondere la faccia durante le scene più violente e truci. Stamani per ovvi motivi non avevo con me il cuscino di protezione e ho dovuto arrangiarmi: che fare? Rimanere indifferenti, fingere di dormire, magari, scappare a gambe levate… Calma, mi sono detta, non siamo in un film, ragioniamo.

Nei film dell’orrore e nei thriller molta della paura nasce dalle atmosfere tenebrose e dalle note tese e sospese della colonna sonora. Stamani, invece, era una bella mattinata di ormai fine estate, soleggiata ma fresca, gli altri viaggiatori leggevano o sonnecchiavano, gli unici rumori erano il familiare e tranquillo sferragliare delle ruote sulle rotaie e gli sporadici messaggi automatici dall’altoparlante. Dopo il primo, poco rassicurante impatto, mi sono fatta coraggio e ho osservato un po’ meglio il mio occasionale compagno di viaggio, badando bene di non farmi vedere.

C’erano delle cose che non tornavano, in effetti. Il colore della pelle, innanzi tutto. Molto chiaro, devo dire, ma tendente al roseo, quasi rubicondo in certi punti del viso, non il poco salubre colorito grigio-verdognolo che ci si aspetterebbe, per una siffatta creatura delle tenebre (e, poi, che ci faceva una creatura delle tenebre su un anonimo treno pendolari, alle sette e mezzo di mattina?). Guardando, ancora, mi sono soffermata un attimo sulle guance, belle piene, paffutelle, altro che la pelle grinzosa e cadente, i visi scarni e scheletrici dei mostri sulla sua maglietta. La maglietta, appunto: quelle due pieghe perfettamente diritte, sulle maniche, verso le spalle, tradivano una sapiente stiratura, una perfetta piegatura, nonché la disposizione in un armadio ordinato e pulito, sicuramente incompatibile con l’antro scuro, umido e caotico di un serial-killer. Dalla maglietta leggera emergeva un corpo decisamente in salute, anzi, tendente al rotondetto, specialmente nella zona degli addominali: un fisico compatibile con una dieta a base di lasagne fatte in casa e una modesta attività fisica, non martoriato dagli eccessi e privazioni di una vita dannata. E, poi, gli occhi, quegli occhi marroni, svegli e vivaci, a ben guardare ispiravano più simpatia che terrore. Riflettendoci su, non ho più sentito la necessità di fuggire a gambe levate in un altro scompartimento, e devo dire che non ho neppure rimpianto troppo il mio cuscino.

Ma, allora, vi chiederete, perché questo titolo al post? In effetti durante il viaggio ho tremato… ma non di paura, di freddo! L’aria condizionata in tutto il treno era infatti tarata su una temperatura veramente polare e per di più avevo dimenticato la maglia a casa.

E la colonna sonora? Beh, invece che un pezzo dei Goblin (quelli di Profondo Rosso), cui avevo pensato inizialmente, alla fine per stamani ho optato per questa canzone degli Skiantos… 🙂

 

 

Vacanze!

Nonostante l’inaspettata e antipatica intrusione di novembre, che ha preteso di prendere il posto di luglio quest’anno, alla fine siamo arrivati anche ad agosto. Un buon mese per me, se non altro perché non pago l’abbonamento del treno. E, se tutto va bene, mi riposerò anche un po’, almeno spero. Non troppo però: ho un sacco di cose da fare in casa che sono rimaste indietro. E poi ho i “compiti delle vacanze” che ogni anno mi porto dal lavoro, perché senza “to do list” non mi sento a mio agio (ma so già che  difficilmente la porterò in fondo :D). E magari, vorrei anche a risistemare gli appunti incasinati del mio inseparabile quadernino e a trasformarli in qualche post che proporrò prossimamente qui.

Per oggi  comunque preparo soltanto la valigia e parto… buone vacanze! 🙂

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