Il caleidoscopio

La forma dei vagoni del solito treno regionale che prendo ogni giorno per andare e tornare dal lavoro mi fa talvolta venire in mente quella di un caleidoscopio: noi passeggeri siamo i pezzettini di vetro che, disponendoci in modo casuale, grazie a un gioco di specchi, diamo origine a perfetti disegni geometrici, ogni giorno diversi, ma, in fondo, sempre uguali.

L’altro giorno il caso ha voluto produrre un’immagine  più curiosa del solito. Era un disegno composto da un lui e da una lei, seduti uno di fronte all’altra, durante il viaggio di ritorno nel tardo pomeriggio.

Lui non era una nuova conoscenza, anzi, lo incrocio frequentemente sia la mattina, durante il viaggio di andata, che al ritorno, il pomeriggio. Differentemente a me e a molti miei compagni di viaggio, che la mattina all’alba siamo ancora un po’ addormentati e ci spostiamo lentamente, come zombie, strascicando i piedi e tenendo la schiena curva, lui ha sempre una postura fiera ed eretta. A me servirebbero almeno tre caffè per raggiungere un tale livello di prontezza e consapevolezza a quell’ora. Indossa abiti scuri molto eleganti, di colore grigio o blu. Sotto la giacca porta una camicia candida e perfettamente inamidata, che riesce a passare indenne la giornata lavorativa, comprensiva di due viaggi su un treno di pendolari. Al collo ha sempre la cravatta, ben stretta e perfettamente annodata. Il viaggio di andata lo passa leggendo attentamente un quotidiano, ha sempre con sé il “Corriere” e “il Sole 24 Ore”, il ritorno tipicamente consiste in un’unica, interminabile telefonata con toni secchi e concitati. Lui e il suo interlocutore discutono  di acquisti, vendite, quote, azioni.

Ero arrivata a pensare che non fosse nemmeno umano, che fosse un cyborg o magari un extraterrestre, estraneo alle esalazioni corporali e al decadimento fisico di noi comuni mortali. E invece un pomeriggio si presentò in modo diverso. Era inizio estate, ormai le ferie erano ben visibili all’orizzonte. Era già sul treno quando salii. Si era tolto la giacca e il viso era segnato da pesanti occhiaie. La cravatta era allentata e l’ultimo bottone della camicia slacciato. Le maniche erano arrotolate fino al gomito e sotto le ascelle notai due macchie più scure e opache. Eppure l’aria condizionata nella carrozza funzionava correttamente e la temperatura era gradevolmente fresca. Lungo una tempia, vidi pure scorrere una goccia di sudore. Allora, forse, era un essere umano anche lui, menomale! Come al solito, passò il viaggio al telefono, sempre a parlare di lavoro, snocciolando termini tecnici a raffica. Ma il tono e il volume della conversazione erano alti, e talvolta la voce si rompeva, diventando nervosamente acuta. Le frasi erano inframezzate da secche imprecazioni che non pensavo appartenessero al suo lessico. Non so cosa avesse provocato una simile trasformazione in lui, so solo che, qualunque cosa fosse stata, non doveva poi essere così grave visto che, un paio di giorni dopo, lo ritrovai, la mattina, impeccabile e imperturbabile come al solito, con i suoi quotidiani sotto il braccio.

Anche lei non è un viso nuovo per me, è più giovane, studia all’università e viaggia spesso con delle amiche. Dai frammenti dei loro dialoghi ho capito che frequentano uno di quei nuovi corsi di laurea in moda o design, che non c’erano ai  miei tempi. Ama la musica, penso, visto che, quando non è con le sue amiche, indossa sempre un paio di auricolari bianchi collegati a un cavetto che esce dalla sua borsa, una di quelle grosse borse di stoffa senza una forma né un colore preciso. Veste in modo decisamente casual, ampi pantaloni o gonne lunghe, maglie dal taglio particolare e asimmetrico, sempre super colorata, con decise fantasie in stile etnico. In questo periodo nasconde la moltitudine di ricci neri sotto un cappello dalla  forma che ricorda quello dei Puffi, lavorato a maglia, di colore azzurrino. Ha un pearcing sul sopracciglio destro. Solitamente dedica l’ultima parte del viaggio a fabbricarsi con il tabacco e le cartine due sigarette, una delle quali viene accesa immediatamente dopo aver varcato la porta del treno. Nonostante l’abbigliamento apparentemente trasandato,  il suo viso è carino, valorizzato da un leggero trucco, solare e sorridente. Le unghie, corte ma curate, sono sempre perfettamente laccate, ovviamente con colori sgargianti.

Girando a caso questo grosso caleidoscopio, dunque, i due personaggi un giorno si ritrovano seduti di fronte uno all’altra. Insomma, la situazione ideale per innescare una bella storiella romantica: un equivoco, uno sguardo, una scusa, al posto del controllore passa Cupido, che trafigge entrambi con i suoi dardi ed ecco che i due si ritrovano innamorati. Poi, come ogni storia che si rispetti, ci vuole un imprevisto, un ostacolo, che ne so, per esempio, lui viene promosso super direttore galattico nella sede di Dubai della banca per cui lavora, ma lei non può seguirlo perché non vuole abbandonare i suoi dodici cani… Oppure, lei in realtà è l’ultima discendente di una delle famiglie nobili più antiche della Toscana, la figlia ribelle di un uomo molto importante, che ostacola con ogni mezzo la relazione… Ma poi, come ogni storia romantica che si rispetti, tutto si sistema e si procede spediti verso il meritato happy-end, magari anche con una bella colonna sonora strappa-lacrime.

Sono seduta sul treno, a pochi sedili di distanza tra i due, e ogni tanto lancio uno sguardo in quella direzione per cogliere qualche segno di interazione, insomma, il sassolino lanciato dalla cima della montagna che scatena la valanga, la farfalla che sbatte le ali in Brasile che provoca un tornado in Texas…

Aspetto, aspetto e difatti alla fine, proprio all’ultimo minuto, quando avevo perso ormai ogni speranza… niente, non succede proprio niente. Durante tutto il viaggio, lui continua la solita discussione telefonica di lavoro, mentre lei è molto concentrata a disegnare qualcosa sul suo blocco con una biro nera. Come se fossero racchiusi in due bolle di sapone distinte, pur essendo a meno di un metro di distanza uno dall’altra, semplicemente, si ignorano. Scendo dal treno un po’ delusa, come quando esci dal cinema dopo aver visto  un film che non ti è piaciuto.

E  il giorno dopo, di nuovo, il caleidoscopio gira: lei è di nuovo accompagnata dalle amiche, stanno preparandosi per i prossimi esami universitari, mentre accanto a lui si siedono due turisti tedeschi.

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Le gocce di rugiada  su una ragnatela, una mattina di autunno…

Riflessioni sulle riflessioni

…vale a dire, riflessioni al quadrato!

Sono seduti di fronte a me, lei è bella e sofisticata, lui è stanco e arruffato. Non hanno e non fanno niente di particolare, semplicemente, aspettano che il treno arrivi alla loro destinazione. Anche io inganno l’attesa alternando la lettura di un libro con l’osservazione del mondo fuori dal finestrino, ma ormai è buio e, tranne il profilo scuro e qualche luce qua e là, non si vede niente. Non mi piace viaggiare di buio e non rendermi conto di dove sono. Quando non c’è luce fuori l’immagine dal finestrino è disturbata dal riflesso dell’interno della carrozza sul vetro, che riduce ulteriormente la possibilità di distinguere i dettagli del paesaggio. In questa situazione è il riflesso stesso a diventare il protagonista e lo sfondo solo un tenue disturbo. Mi ritrovo allora ad osservare le immagini dei miei compagni di viaggio proiettati sul finestrino, speculari rispetto all’originale, ma, in fondo, non troppo dissimili. Mi accorgo allora che il riflesso dell’uomo seduto dall’altra parte del corridoio sta fissando intensamente quello della donna davanti a me. Non è uno sguardo morboso, da maniaco, direi piuttosto che è tra il curioso e l’ammirato. Istintivamente mi volto, per osservare nella realtà questa scena, ma, in un attimo, lui si gira dall’altra parte. Riprendo a leggere, ma sono stanca e, dopo poche righe, torno a guardare apatica il finestrino. Adesso è l’immagine riflessa di lei che sta fissando lui, con la stessa attenzione e la stessa curiosità. Ancora, mi volto per osservare la scena reale, ma, in un attimo, lei abbassa lo sguardo. Di nuovo, mi abbandono nell’immagine riflessa e di nuovo vedo l’immagine di lui che fissa quella di lei.

Lo so, ci sono un sacco di spiegazioni logiche, sono solo tre coincidenze, magari i due si sono conosciutiin qualche occasione, nessuno dei due si ricorda quale e si vergognano ad attaccare discorso, o, forse, è solo un genuino, reciproco interesse, non lo so. Ma ci possono essere spiegazioni più originali: magari nel mondo reale tridimensionale questi due sono due perfetti estranei, mentre le loro immagini bidimensionali proiettate sul finestrino per qualche motivo si conoscono, ma non possono interagire, perché essendo solo proiezioni devono seguire fedelmente ogni gesto e ogni movimento dei loro proprietari, si devono limitare a qualche sguardo sfuggente.

E ancora, non potrebbe essere che il mondo tridimensionale in cui pensiamo di vivere è solo una proiezione in qualche finestrino di una realtà a quattro o più dimensioni? Ed essendo un riflesso è limitato e parziale, ed è per questo che i due non si conoscono. Mentre nel riflesso del finestrino, riflesso di un riflesso quindi, riappaiono parti dell’immagine che non potevamo vedere nella proiezione tridimensionale. Un po’ come quando il parrucchiere mette due specchi paralleli per farci vedere come è venuta l’acconciatura dietro. Nella testa questi ragionamenti contorti iniziano a mescolarsi in una specie di vortice senza inizio né fine, come in un quadro di Escher. Il treno rallenta entrando nella mia stazione, la vocina metallica mi risveglia ricordandomi di prestare attenzione alle porte rotte e tutti questi pensieri filosofici vengono momentaneamente accantonati per far posto a un dilemma ben più importante: che preparo stasera per cena?

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