Natale pendolare #18

L’albero di Natale più minimalista… nel sottopasso della stazione.

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Da qualche parte, oltre l’arcobaleno

Pendolo partì di casa, come ogni giovedì mattina, alle sette e mezzo. Chiuse la porta con le solite tre mandate e s’incamminò verso la stazione. Lì avrebbe preso il treno che lo avrebbe portato a Cittàgrande, dove lavorava allo sportello dell’ufficio reclami di un Grande Magazzino specializzato nella vendita di elettrodomestici di tutti i tipi. Come ogni mattina lo aspettavano un sacco di clienti inferociti, già s’immaginava, sarebbe ritornato per l’ennesima volta il tizio arrogante a cui non funzionava l’aspirapolvere, ne aveva già comprati tre modelli (ma cosa ci faceva, quello lì, con gli aspirapolvere, vallo a sapere), e poi la signora in lacrime perché la lavatrice nuova si era mangiata il suo maglione preferito, e la ragazza un po’ svampita, in crisi perché il forno a microonde non dava segni di vita dopo appena una settimana dall’acquisto, e così via. Non che lui si intendesse di elettronica, anzi,  le cose tecnologiche non lo avevano mai interessato particolarmente. Probabilmente quel posto di lavoro lo aveva ottenuto più per la pazienza e la capacità di rimanere impassibile di fronte alle scenate e offese dei clienti inferociti che per le sue effettive competenze. Ma, in questi tempi di crisi era bene tenerselo stretto, il lavoro, anche se non era proprio quello a cui aspirava.

Uscendo dal cancello del giardino, quel giovedì mattina, notò una luce strana: stava piovendo, il cielo era scuro, ma le strade, le case, erano insolitamente luminose. Alzando lo sguardo, rimase sorpreso da uno spettacolo inconsueto. Un gigantesco e brillante arcobaleno attraversava il cielo da nord a sud, un arco perfetto e completo, con tutti i colori dell’iride: rosso, arancione, giallo, verde, azzurro, indaco e violetto. Che bellezza! Uno così perfetto, erano anni che non ne vedeva, a pensarci bene, forse, non ne aveva mai visto.

È un segno, pensò. Decise di andare a vedere dove andava a finire, invece di andare al lavoro, non sembrava molto lontano. Nella peggiore delle ipotesi avrebbe preso il treno dopo e sarebbe arrivato in ritardo, il direttore del Grande Magazzino gli avrebbe fatto una bella ramanzina, ma, tanto, lavorando all’ufficio reclami, c’era abituato. Se fosse stato fortunato, invece, magari avrebbe potuto trovare la leggendaria pentola d’oro nascosta dal folletto, di cui aveva sentito raccontare quando era piccino.

Invece di andare alla stazione, si diresse verso sud, dove l’arcobaleno sembrava più vicino. Camminava con il naso all’insù, ignaro degli ostacoli che avrebbe trovato.

Attraversò la strada davanti a casa senza guardare, per poco non venne investito da un tizio in motorino che gli lanciò una sfilza di accidenti.

Proseguì sul marciapiede, dopo pochi passi si scontrò con una signora canuta con un paio di spessi occhiali da vista, che stava andando a fare la spesa. “E stia attento!”, brontolò. Se ne andò borbottando contro i giovani di oggi che non hanno rispetto delle persone anziane.

Attraversò la piazzetta, per fortuna senza intoppi, ed entrò nei giardini pubblici. Andava spedito, perché sapeva che l’arcobaleno non dura molto e gli sembrava che stesse iniziando a sbiadire un po’ nella parte centrale. A un certo punto sentì un “ciak”. No, purtroppo non era quello di un regista che dava il via alle riprese di un film con protagonista la sua attrice preferita. Era invece il rumore della sua scarpa sinistra che si scontrava con la cacca di un cane. Era gigantesca! Il produttore sicuramente era stato quel sanbernardo dei suoi vicini di casa. E, a giudicare dalla consistenza e dall’odore, doveva essere fresca di giornata. Maledizione, pensò, ma poi si ricordò che porta fortuna. Mentre si puliva alla meglio con un fazzolettino di carta, continuava a ripetersi: “E’ un altro segno, oggi deve essere la mia giornata fortunata”.

L’arcobaleno era sempre più sbiadito, doveva sbrigarsi. Riprese il cammino a passo spedito, continuando a guardare ancora per aria, invece che di fronte a sé, nonostante tutto quello che gli era successo. E infatti dopo pochi metri si andò a scontrare con un alberello dal tronco sottile ma la chioma folta, ancora piena di foglie colorate, anche se eravamo quasi alla fine di novembre. L’alberello tremò per la botta e si scrollò di dosso tutte le goccioline di pioggia cadute nella notte, facendo al nostro Pendolo una bella doccia.

Nemmeno questo lo fece desistere, continuò imperterrito a inseguire l’arcobaleno attraverso stradine, vialetti, scale. Gli sembrava di aver percorso un bel po’ di chilometri e che fosse passato un sacco di tempo, quando finalmente arrivò alla meta. Dell’arcobaleno era rimasto solo un piccolo spicchio e in fondo c’era… il treno per Cittàgrande in partenza dal binario tre! Non si era accorto che tutto il suo tragitto lo aveva portato dove si recava ogni mattina, sulla banchina della stazione.

Sulla panchina, un bambino suonava un motivetto allegro con un flauto di Pan. Guardandolo bene, quel bambino aveva la barba lunga e il viso pieno di rughe. Vedendo Pendolo, smise di suonare e si mise a ridere sguaiatamente. “Sei il folletto della pentola, vero? Dove l’hai nascosta?” E il piccoletto, riuscendo a fatica a calmarsi dalle risate, “Ti ho fregato, era dall’altra parte dell’arcobaleno!”

Era troppo deluso per mettersi a discutere, con un folletto poi. Se lo avesse visto qualcuno, lo avrebbe preso per pazzo. Pendolo rinunciò alla pentola d’oro, si godette ancora per qualche istante l’ultimo spicchio di arcobaleno rimasto e salì sul treno, pronto come ogni mattina ad affrontare la consueta sfilza di reclami e lamentele.

Le (dis)avventure sul treno de LaGattaBigia e della sua umana

Ho ricevuto questa lettera da Muffin, alias LaGattaBigia, in cui mi racconta della (dis)avventura ferroviaria che lei e soprattutto la sua umana hanno avuto un po’ di tempo fa. Probabilmente la simpatica gattina è stata aiutata dalla sua umana NonnaSo a scriverla, perché lei, con le sue zampette, non è tanto pratica con le tastiere del computer.

gatto

Cara Vita da Pendolare…

come promesso sono qui con un po’ di tempo a raccontarti cosa è recentemente successo alla mia umana e di cosa sono state testimoni le panchine (beh, veramente le piastrelle del binario di partenza, visto che di panchine qui ce ne sono ben poche) della stazione da cui ogni tanto ancora partiamo verso casa dei suoi genitori…

Premetto che viaggio sempre con la mia umana, standomene comodamente acciambellata nella mia sacca da viaggio imperiale. Per un attimo ho avuto il dubbio che fossi stata io a fare la conquista… e invece no.

È stata lei, lei che odia il pendolarismo anche se ormai ne è raramente afflitta, lei che odia i marpioni e la marpioneria, le scuse di abbordaggio patetiche, gli sconosciuti che approfittano della ristrettezza dei posti sul treno per buttartisi addosso o importi una conversazione meno che mai brillante, lei che odia insomma l’umana natura che circola di questi tempi, su questi mezzi, in questo mondo.

Sì, lei, lei che odia i francesi, è stata abbordata proprio da un francese di mezza età, con la patetica scusa di chiederle a che binario partiva il treno per XXX (domanda posta esattamente SOTTO il pannello elettronico che indicava il treno per XXX) – che si è avventato a buttare giù la telefonata che stava facendo non appena l’ha vista (?) in attesa sulla banchina.

E che poi ci ha seguite, non contento fino a dove lei si  è seduta, coinvolgendola in un quantomeno tedioso viaggio di 40 minuti in cui:

– le ha raccontato mezzo in francese e mezzo in italiano sciroccato delle vecchissime barzellette su Andreotti;

– le ha confessato che noi italiani siamo tutti antipatici perché non appena uno si avvicina lo guardiamo diffidenti e ci allontaniamo senza aiutare/fornire informazioni/permettergli di attaccare bottone (devo ricordarle di fare come tutti gli altri italiani, e non dare corda agli sconosciuti… );

– ha continuato a ripetere che gli italiani sono tutti mafiosi, che i politici sono tutti mafiosi, e che gli italiani sono tutti stupidi perché votano politici mafiosi e perché non sono riusciti a colonizzare più paesi che la Libia, mentre i francesi loro sì che hanno colonizzato l’Africa che conta;

– per il resto del tempo si è sbizzarrito nel raccontare l’invidia del parcheggiatore a cui ha lasciato la sua lussuosissima, grandissima, fichissima macchina (piena di documenti di lavoro e che perciò non è stata portata “in viaggio” per quel breve intermezzo, ma mollata bellamente a Milano, chiusa in tutta sicurezza in un parcheggio sotterraneo, ma monitorata tramite GPS – che ci è stato prontamente mostrato più volte);

– infine le ha chiesto il numero di telefono, e ha insistito per provare che fosse veramente il suo numero di telefono, per poi tartassarla di telefonate su quando si sarebbero rivisti… salvo poi desistere quando lei gli ha comunicato precisamente di avere un fidanzato (gliel’ho detto che ha sbagliato a dare il numero, ma lei temeva che continuasse a insistere all’infinito, lì in mezzo a tutti, se gli diceva di no…in fondo è più comodo sparire e, semmai, non rispondere o cambiare numero… che prenderle da un francese di mezza età pazzo e con le crisi maniaco imperialistiche… no, no, non mi ha convinto, ha sbagliato e basta).

Ma ora io ti chiedo, cara pendolare umana di questa era… anche a te è capitato di essere marpionata in tal maniera? Come fate a sopportare certi individui? Una roba da brividi, menomale che sono una gatta.

un caro “miao” a te e a tutti i tuoi lettori

Muffin, LaGattaBigia

firma

 

 

 

 

 

Nota: Ringrazio NonnaSo per essersi prestata a questo improvvisato gemellaggio di blog. Ecco qui i link ai suoi blog, andate a visitarli se non li conoscete, sono proprio simpatici!

Giovane, Carina e Disoccupata

Your Shopping Friend

e, ovviamente

La Gatta Bigia