Il viaggiatore inquieto

Sale sul treno quando mancano ancora cinque minuti alla partenza. È affannato, deve aver fatto una bella corsa per arrivare in tempo. E inquieto, un viaggiatore inquieto. Porta con sé solo una borsa di pelle da ufficio. Cerca tra i viaggiatori già seduti uno dall’aspetto esperto e lo interroga sulla destinazione del treno, per avere conferma di quanto scritto sul tabellone lungo il binario, che si trova proprio davanti a questa carrozza e che ha controllato almeno due volte prima di salire. Si sposta verso il centro dello scompartimento, poi ci ripensa e torna indietro, verso l’entrata. Sceglie un posto, si siede. Si guarda intorno, ci ripensa e si sposta dalla parte opposta del corridoio, sul lato lungo il binario, in modo da poter tenere sott’occhio il tabellone. Posa la borsa sul sedile accanto al suo, libero. Anche i due posti di fronte sono liberi. Arriva l’orario della partenza, il treno inizia a muoversi, in direzione opposta a quella del sedile su cui si trova il viaggiatore inquieto. Si alza, leggermente contrariato, e va a sedersi nel posto di fronte. Come se le sue natiche, nell’atto di sedersi, anziché posarsi sul tessuto del sedile, si fossero imbattute in un cespuglio spinoso, il viaggiatore inquieto, non ancora terminato lo spostamento, si rialza immediatamente, per prendere la borsa e il giubbotto, rimasti nel posto davanti a lui, e spostarli accanto a sé. Finalmente, si siede, posa un braccio sui suoi averi, accanto a lui, e inizia a guardare fuori dal finestrino. Non c’è molto da vedere, a dire il vero: è buio, siamo in campagna, si riconoscono appena i profili delle colline, con qualche luce qua e là, e il tutto è mascherato dal riflesso pallido della carrozza semivuota sul vetro. Il treno rallenta, sta per arrivare alla prossima fermata del suo quotidiano tragitto. Il viaggiatore inquieto scatta in piedi, chiede a uno degli altri passeggeri dove ci troviamo. Ottenuta la risposta, chiede conferma del fatto che ancora non siamo arrivati nella stazione dove lui deve scendere. No, non ci siamo ancora, mancano ancora quattro fermate, manca almeno una quarantina di minuti. Il viaggiatore inquieto si risiede, apre la borsa, prende un foglio stampato, che riporta in alto il logo delle Ferrovie e nella parte centrale un elenco. Cerca ancora nella borsa, più a fondo. Trova un paio di occhiali e una penna. Inforca i primi, mentre con la seconda spunta i primi due nomi dell’elenco sul foglio. Rimette a posto il tutto e ricomincia a guardare fuori dal finestrino, anche se il panorama non è molto più interessante di prima. Dalla parte opposta della carrozza entra il capotreno e inizia la verifica dei titoli di viaggio. Il viaggiatore inquieto scatta come un soldatino sull’attenti. Inizia a frugare nelle tasche dei pantaloni. Si sente il tintinnare di alcuni spiccioli e lo scricchiolare di un mazzo di chiavi. Niente. Passa alle tasche posteriori. Ma dove l’ho messo? Passa ad esaminare il giubbotto, senza successo. È il turno della borsa, che ha due scomparti esterni. Nel primo che apre trova finalmente l’agognato cartoncino. Aspetta impaziente il suo turno per la verifica, in capotreno è stato trattenuto da una coppia di turisti che gli chiedono informazioni su una coincidenza. Tocca a lui, tutto a posto. Grazie, buon viaggio. Il viaggiatore inquieto ripone il biglietto nella tasca esterna della borsa. Non quella da cui l’aveva presa, l’altra. Ha appena chiuso la cerniera quando si accorge dell’incongruenza, a cui pone rimedio immediatamente. Nella fermata successiva, il treno indugia qualche minuto prima di ripartire. Nessun problema particolare, sta solo aspettando il treno che deve arrivare dalla direzione opposta, poiché nel tratto successivo la linea è a binario unico. Il viaggiatore inquieto guarda nervosamente l’orologio. Riprende il foglio stampato dalla borsa, lo controlla, calcola qualcosa mentalmente, riguarda l’orologio, poi, di nuovo, il foglio e ancora l’orologio. Il fischio della chiusura delle porte pone fine ai suoi tormenti, almeno per un po’. A ogni fermata si ripete la coreografia del foglio, la spunta dell’elenco, il controllo dell’orologio e la verifica che il biglietto sia ancora nella tasca giusta, non si sa mai, potrebbe essere scivolato, qualche malintenzionato potrebbe averlo preso, bisogna stare attenti, un altro controllo all’orologio, un altro al foglio, un calcolo mentale, ancora, finché il treno non riparte. Dopo un tempo che sembra infinito arriviamo alla penultima spunta dell’elenco del foglio stampato. Ci siamo quasi: alla prossima fermata il viaggiatore inquieto dovrà scendere dal treno. Anche se manca almeno un altro quarto d’ora al termine di quest’agonia, il viaggiatore inquieto inizia a prepararsi. Piega in quattro il foglio con l’elenco delle fermate, lo rimette nella borsa, già che c’è ricontrolla che il biglietto ci sia ancora, sì, c’è ancora, si alza, indossa il giubbotto, chiude la cerniera, poi i bottoni, sistema le maniche, prende la borsa, poi, indovinate un po’, la riapre, ricontrolla che ci sia tutto, anche il biglietto nella tasca esterna, richiude le varie cerniere, si guarda intorno, identifica l’uscita più vicina e inizia a camminare in quella direzione. Passa gli ultimi minuti in equilibrio davanti ai gradini della porta. Il treno sta ancora rallentando, non è ancora fermo, nonostante ciò il viaggiatore inquieto afferra saldamente la maniglia di apertura. Ecco lo sbuffo dell’aria compressa, si possono aprire le porte, ora. Il viaggiatore inqueto tira con forza la maniglia, si sente un rumore strano, la porta non si apre, riprova, niente. Inizia a tirare avanti e indietro la maniglia in modo convulso, aiutandosi con oscillazioni di tutto il corpo, niente da fare, sembra inesorabilmente bloccata. Un pendolare paziente si offre di provare. Il viaggiatore inquieto si sposta malvolentieri, rimane apprensivo a ridosso dell’uscita, per ora interdetta. Il pendolare paziente tira con decisione la maniglia. Tac, si sente uno scatto e la porta si apre. Il viaggiatore inquieto, ora anche contrariato, scende i due gradini e s’incammina verso il sottopasso. Lo osservo dal finestrino, forse sembra un po’ meno inquieto, e lo siamo anche noi, i suoi compagni di viaggio di oggi.IMG_20160219_095247

Annunci

Alfonso Perfetti

In un tiepido pomeriggio autunnale, un temporale improvviso e piuttosto irruento sorprende noi pendolari del treno delle diciassette e diciotto durante il tragitto tra i vari luoghi di lavoro e studio e la stazione. Chi può si ripara con gli immancabili ombrellini pieghevoli, ma dispettose folate di vento si divertono a rovesciarli e a romperli. C’è chi si protegge i capelli con un foulard, chi affretta il passo, chi si mette a correre, chi si rifugia nel rientro di un portone o di un negozio. Quelli che hanno avuto la fortuna di incrociare uno degli affollatissimi autobus, si ritrovano fermi, imbottigliati nel traffico, intrappolati in uno spazio ridottissimo in cui l’aria è irrespirabile a causa dell’umidità.

Arrivati alla stazione, siamo tutti piuttosto stravolti: scapigliati, esausti, con le scarpe e i piedi fradici, le borse e i capelli gocciolanti. Tutti, tranne lui: Alfonso Perfetti. Non si sa come abbia fatto, ma lui, sul treno, sale impassibile e impeccabile, come sempre.

In effetti, è difficile sorprendere Alfonso Perfetti. La mattina, appena si alza, controlla con una delle sue app installate nel telefonino le condizioni del meteo e sulla base delle previsioni decide cosa indossare. Prima di uscire da casa, un’altra app lo informa se il treno è o meno in orario. Se ci fossero ritardi eccessivi o cancellazioni, un’altra app ancora verifica il percorso ottimale e gli orari degli autobus. Se non ci fossero soluzioni a questo punto Alfonso prenderebbe la propria auto, non prima di aver consultato, tramite un’apposita app, le condizioni del traffico e l’eventuale presenza di lavori o rallentamenti lungo il percorso.

Il suo aspetto è sempre impeccabilmente, ma sobriamente, elegante, dalla punta delle scarpe alla sommità dei capelli. Non mancano mai giacca, cravatta, e camicia immacolata e perfettamente inamidata, anche nel pomeriggio, dopo una giornata di lavoro.

Porta con sé uno zainetto leggero, dalle forme stondate, ergonomiche, che contiene un piccolo ma potente computer portatile e un taccuino nero. In tasca, non manca mai il fedele smartphone, con tutte le sue app. Ha sempre il modello di punta, quello più aggiornato, con il processore più veloce, la memoria più capiente, lo spessore più sottile, la forma più elegante.

Gli piace tenere tutto sotto controllo: a casa, al lavoro, e anche nel suo viaggio pendolare. Alfonso si prepara sempre un pochino in anticipo all’arrivo a destinazione del treno: gli piace essere il primo a scendere e tirare la maniglia per aprire la porta della carrozza. Nei treni più nuovi, quelli in cui ci sono gli schermi che riportano le principali condizioni del viaggio, tiene d’occhio i dati, la velocità in particolare, e la confronta con quella che gli fornisce una delle sue app.

A un primo sguardo, potrebbe sembrare una persona arida di sentimenti, che sta meglio con chip e processori che con i suoi simili, una specie di cyborg, uno che vede il mondo attraverso una matrice di pixel. Ma è davvero così?

Quando non digita freneticamente sulla tastiera del piccolo computer, Alfonso ama leggere. Anche per questa attività è stato tentato dalla tecnologia: ha provato gli ebook sul tablet, poi è passato all’ebook reader, ma la soluzione digitale non lo ha convinto e alla fine è tornato al cartaceo. Legge soprattutto i gialli classici, quelli in cui la vittima muore nelle prime pagine e l’investigatore per tutto il tempo raccoglie indizi e mette insieme i pezzi del puzzle, fino a scovare l’assassino, che si sfoga in un’accorata confessione, per permettere al lettore di capire. Alfonso è piuttosto severo nel giudicare le sue letture. Di solito, già dopo pochi capitoli si fa un’idea di cosa è successo. Se, alla fine, la sua teoria è confermata, liquida l’opera come prevedibile e banale, se, invece, la vicenda prende una piega per lui inaspettata, la critica di essere inverosimile. Alla fine di ogni volume annota questi giudizi con cura, con una delle sue app, insieme al titolo e l’edizione, la data d’inizio e fine lettura.

Il pomeriggio, Alfonso Perfetti arriva alla stazione sempre dieci minuti prima della partenza del treno, si ferma al bar e gusta un caffè decaffeinato e un muffin al cioccolato. Non è chiaro se gli piaccia di più il muffin o la barista. Ora che ci penso… ecco perché non è stato sorpreso dal temporale, oggi!

Difficilmente Alfonso Perfetti perde il controllo della situazione, ma a volte, molto di rado a dire il vero, cede a qualche segno di stanchezza. Oggi pomeriggio, per esempio, verso la metà del viaggio di ritorno in treno, Alfonso sembra quasi ipnotizzato dallo scorrere all’indietro delle case, degli alberi e delle colline fuori dal finestrino. Lascia vagare liberi i pensieri, nella sua testa è come se fosse apparso quel cerchietto che gira al centro delle schermate dei computer quando sta caricando un programma molto pesante. Solo dopo qualche istante si ricorda di essere sul treno e si rende conto di avere quasi metà dell’indice della mano destra dentro la corrispondente narice. E solo allora si accorge della pendolare svampita, quella che arriva sempre tardi, che, seduta poco più avanti, lo osserva. Ha in mano quel suo cellulare dai colori pacchiani… non l’avrà mica fotografato mentre aveva le dita nel naso? No, dai, è troppo imbranata, neanche le saprà fare, lei, le foto con il cellulare. Non sembra molto avvezza alla tecnologia in effetti. Ecco che ricomincia a leggere il suo libro.

Scorrono lenti i minuti, siamo quasi arrivati. Alfonso, con il solito anticipo, si avvia verso l’uscita. Il treno si ferma, la porta si apre, i passeggeri scendono. Alfonso è il primo, come sempre. La pendolare distratta no, ha fatto tardi con il suo libro, la vede dal finestrino che si dispera per aver perso la fermata. Quando è lei ad accorgersi che lui la sta fissando, dal marciapiede, la disperazione le si trasforma improvvisamente in un sorrisetto ironico e beffardo. Il treno riparte, lei lo saluta agitando il braccio, mostrando fiera il suo cellulare pacchiano…

temporale

Amelia Svampitelli

Sono le sette e undici, il treno si avvicina alla banchina del binario tre. I viaggiatori tutti in fila, lungo il binario, si avvicinano – senza oltrepassarla – alla linea gialla, in modo coordinato, quasi sincrono. Un’immagine regolare, statica, se non fosse per quella sagoma che arranca in modo sgraziato su per le scale del sottopassaggio.

Eccola, Amelia Svampitelli, in ritardo come ogni mattina, che rischia di perdere il treno.

Forse, penserete, è rimasta bloccata nel traffico o non ha trovato il parcheggio? No, perché abita a cinque minuti a piedi dalla stazione e non deve prendere la macchina.

Forse è una di quelle che ottimizza i tempi, come il ragionier Fantozzi nella famosa scena dell’omonimo film, per posticipare più possibile il suono della sveglia? No, lei si sveglia un’ora prima della partenza e ha tutto il tempo per prepararsi con comodo.

Forse ha una famiglia numerosa da gestire, bimbi da preparare per la scuola, all’asilo, dalla nonna? No, Amelia non ha figli.

Allora? Perché si riduce ogni mattina all’ultimo minuto? Amelia, semplicemente, “si perde”. No, non soffre di una strana forma di amnesia, non è che perde la strada da casa sua alla stazione, perde solo di vista per un po’ quello che deve fare e lo mette in secondo piano rispetto a quello che le va di fare.

Tipicamente, quando mancano dieci minuti alle sette, è già pronta: potrebbe uscire, arrivare con calma alla stazione, prendere un caffè al bar, anche. Poi succede che, proprio quando sta per aprire la porta, si accorge che le piantine sulla mensola hanno bisogno di acqua e deve assolutamente innaffiarle.

Oppure si ricorda che ha finito di leggere il libro che ha in borsa e si mette a scegliere quale iniziare dalla pila che ha sul comodino, ne prende uno, si avvia, poi cambia idea, ne prende un altro, legge la trama e la biografia dell’autore sulla quarta di copertina, poi ci pensa un po’ su e riprende quello che aveva scelto prima.

Oppure a un tratto non le piace più l’ordine delle tazze che ha sulla mensola della cucina – ha una piccola collezione di tazze, ne compra una ogni volta che fa un viaggio – e si mette a risistemarle.

Insomma, ogni mattina l’orologio per qualche misterioso motivo salta direttamente dalle sei e cinquanta alle sette e cinque. Amelia solo a quel punto si sveglia, prende le sue cose in fretta e furia e corre alla stazione.

Quando sale in treno ha ancora il fiatone della corsa. La prima parte del viaggio la passa a controllare di aver preso tutto e a chiedersi con preoccupazione se ha dato o no le mandate alla porta di casa o se ha chiuso la finestra del bagno. Poi piano piano si tranquillizza e inizia a leggere.

Ad Amelia piacciono le agende, soprattutto quelle colorate con la copertina morbida e gli anelli, ne ha sempre una con sé in borsa, ma non le piace organizzarsi e pianificare le cose. Non le piace sentirsi vincolata in una struttura precostituita, neppure quando è lei a definirla. Le piace molto di più sorprendersi e improvvisare. Sarebbe bello poter vivere così, ma per una donna che ha un lavoro dipendente e che per di più è costretta a quotidiani viaggi pendolari in treno, non è per niente semplice.

Quando passa il controllore a verificare i biglietti, Amelia impiega sempre un po’ a trovare il suo nella borsa e deve chiedergli di pazientare. Non è particolarmente disordinata, ma la sua borsa è veramente piena, straripante di cose e trovare quella che serve al momento giusto non è mai banale. Quando le serve la tessera del supermercato, trova il telefono; quando cerca il telefono, trova le chiavi di casa; quando cerca le chiavi di casa, trova il volantino che le hanno dato alla stazione.

Amelia passa il tempo del viaggio a leggere o a guardare il panorama fuori dal finestrino. Le piacciono i colori caldi dell’autunno, le fredde nebbie invernali, che trasformano tutte le cose in flebili ombre, la natura che rinasce a primavera, i campi di girasoli in estate. Le piacciono le forme bizzarre delle nuvole, i colori sorprendenti dell’alba e del tramonto, il ticchettio della pioggia sulle falde dell’ombrello, le gocce che si inseguono sul vetro del finestrino, in diagonale, quando il treno va veloce.

Recentemente si è comprata un bel telefonino moderno, che ha subito accessoriato con una cover molto colorata e piena di brillantini. Non le interessa tanto che sia super-connesso e che le consenta di accedere alla posta elettronica e ai vari social network. Le piace usarlo soprattutto per fotografare il paesaggio fuori dal finestrino, anche se raramente ottiene immagini decenti: sono quasi sempre mosse, storte, e c’è sempre qualche elemento – un paletto, un semaforo, un cartello- a disturbarle. Va troppo veloce, questo treno, non potrebbe rallentare un po’ quando ci sono degli scorci belli da fotografare?

Non lega molto con gli altri viaggiatori, preferisce starsene per conto suo, tenere tutto per sé il tempo del viaggio. A volte le capita di viaggiare con una collega, in quei casi è costretta a discorrere sulle beghe dell’ufficio e non le piace molto, visto che in ufficio, poi, ci dovrà stare un sacco di ore: perché bisogna anticipare o prolungare tutte queste seccature?

La incuriosisce molto quel pendolare solitario e brontolone che trova ogni mattina, sempre nello stesso posto. Una volta gli si è seduta di fronte per spiare il titolo del librone vecchio e ingiallito che stava leggendo, ma lui  l’ha guardata malissimo e lei non ci ha più riprovato.

Ed eccoci, durante il viaggio di ritorno, in un qualsiasi pomeriggio autunnale. Amelia è come sempre immersa nella lettura, sta per finire un romanzo che l’ha veramente appassionata. Si accorge che il pendolare solitario e burbero si è alzato per prepararsi alla fermata. È ancora presto, pensa. Lui, preciso e rigoroso com’è, si prepara sempre con molto anticipo, e poi oggi è pure molto scocciato perché si sono sedute nei posti vicini due ragazze che sicuramente non gli piacciono, con i capelli a strisce fucsia e i piercing nel naso. Forse ce la faccio a finire il capitolo: mi manca solo una pagina e mezzo.

Il treno rallenta, Amelia continua a leggere. Il treno si ferma. Manca ancora meno di mezza pagina, ormai deve assolutamente scoprire come va a finire. Le porte si aprono. Amelia, con un sospiro, finisce il libro, lo rimette in borsa, le è piaciuto veramente tanto. Le porte del vagone si chiudono. Amelia si alza, si avvia verso l’uscita, ancora emozionata. Il treno riparte. Amelia dovrà scendere alla fermata successiva e tornare indietro.

2015-09-30 08.09.29

Dimitri Biasimov

Dimitri Biasimov è quello che può essere definito un signore distinto. Canuto, magro e longilineo, sarebbe ancora più alto se la schiena non fosse un po’ ingobbita, probabilmente dai numerosi decenni passati chino su una scrivania. Sobriamente elegante e impeccabile nell’abbigliamento, predilige i colori smorti.
È un tipo molto abitudinario, Dimitri. Prende sempre il treno delle sette e dodici la mattina e quello delle diciassette e diciotto il pomeriggio. Da quanto tempo? Non lo so io, non lo sanno i miei compagni di viaggio con i quali occasionalmente scambio qualche parola, sicuramente da molto prima che iniziasse la mia avventura pendolare, ma non mi stupirei se fossero diversi decenni. Sale sulla seconda carrozza, verso la testa del treno, sceglie un posto nella parte centrale della carrozza, possibilmente evitando di avere altri viaggiatori seduti a fianco o di fronte, possibilmente sul lato destro, guardando nella direzione di marcia, per non avere il riflesso del sole. Si accomoda sul sedile dalla parte del finestrino e posa una consunta borsa di pelle sul sedile di fianco al suo, per scoraggiare eventuali viaggiatori a sedervisi. Prende dalla borsa un libro dalla copertina di tela marrone, con le pagine ingiallite e i caratteri piccolissimi, inforca un paio di occhialini e inizia a leggere. Continua a leggere fino all’arrivo, cercando di non distrarsi. Non tollera alcuna alterazione delle sue quotidiane abitudini e, se capita qualche evento a perturbare il suo viaggio, lo vedi subito che inizia ad agitarsi e a borbottare sottovoce. Un brontolio concitato e per niente amichevole.
Non sopporta il caldo dell’estate, il freddo dell’inverno, l’umidità dell’autunno, i pollini della primavera. Se mi chiedeste qual è la sua situazione metereologica ideale, avrei non poche difficoltà a rispondervi.
Non sopporta quelli che non pagano il biglietto: lui, in tutti gli ormai numerosi lustri di pendolarismo, non è mai stato neppure una volta fuori regola con l’abbonamento. Non sopporta le inutili discussioni che nascono quando il controllore li scopre: non avete pagato il biglietto? Pagate la multa e smettetela di discutere.
Non sopporta i ragazzetti chiassosi che vanno a scuola. Sono inutilmente confusionari, non fanno altro che spingersi e rimbalzare da un posto all’altro del vagone con quegli zaini ciondolanti.
Non sopporta quei due tizi sempre in giacca, cravatta, auricolare e occhiali da sole, anche se il sole non c’è: sono sempre alle prese con conversazioni telefoniche complicatissime che secondo loro sono di vitale importanza, vista la concentrazione e il piglio sicuro con cui le conducono, ma di cui a Dimitri non interessa la benché minima parte.
Non sopporta le signore ciarliere, quelle che passano il tempo del viaggio a discorrere delle prodezze dei propri figli, sicuramente degli adolescenti brufolosi come quelli che lo infastidiscono tanto, di ricette che trasudano grassi e colesterolo, di saldi e negozi convenienti.
Non sopporta il profumo intenso e dolciastro con cui si cospargono ogni mattina in modo smisuratamente esagerato e con cui infestano l’intero vagone.
Non sopporta in generale gli odori del vagone: le esalazioni umane di ogni tipo, particolarmente concentrate in estate, il tanfo insopportabile che ogni tanto proviene dalle toilette, gli aromi delle pietanze che qualche scellerato viaggiatore consuma durante il viaggio.
Non sopporta quelli che giocano a quegli inutili giochini sui cellulari e sui tablet, tenendo la suoneria a volume elevato, costringendo tutta la carrozza ad ascoltare quelle musichine sciocche e infantili.
Non sopporta quelli che mettono i piedi sul seggiolino di fronte, quelli che dormono con la bocca spalancata e russano pure, in generale non sopporta chi non mantiene, durante il viaggio, una postura e un atteggiamento composti e rispettosi, come fa lui.
Nel suo mondo ideale, vorrebbe avere ogni giorno uno scompartimento tutto per sé, o almeno, abbastanza vuoto da non dover vedere, né sentire, dal suo posto, nessun altro. Gli succede molto raramente, di solito deve condividere il viaggio con altre persone irrispettose, rumorose e maleducate. Perché lui non sopporta niente e nessuno che disturbi la sua lettura. Una situazione che, purtroppo per lui, invece, accade piuttosto di frequente. E allora il suo umore, tendenzialmente grigio anche in situazioni ottimali, s’incupisce, e inizia a borbottare, con un volume di borbottio proporzionale al livello di fastidio. È quasi divertente, vederlo da fuori: sembra uno di quei vecchi trattori con il motore scoppiettante che ogni tanto emette uno sbuffo.
Come oggi pomeriggio: a poche fermate dall’arrivo i due sedili di fronte al suo vengono occupati da due ragazze con i jeans tutti strappati, i capelli scompigliati, con ciocche di colori improbabili e i visi ornati da numerosi piercing. Quella seduta lungo il lato del corridoio mastica una gomma, roteando la mascella come un bovino al pascolo. A intervalli regolari produce con la gomma palloncini che riempie d’aria fino a farli scoppiare rumorosamente. Quella davanti a lui siede in modo scomposto, tiene le gambe sgraziatamente accavallate e ad un tratto, con la punta dello scarpone borchiato, sfiora la piega perfetta dei pantaloni di Dimitri. Già vistosamente infastidito dalla presenza per niente gradita, a questo punto il canuto pendolare inizia a borbottare. Capto frammenti delle sue lamentele “Ah questi giovani… ma l’educazione non gliela insegnano più… il rispetto per le persone anziane… se l’avessimo fatto noi, ai nostri tempi… io alla loro età…” e così via. Le due, invece, auricolari alle orecchie con musica a tutto volume, sguardo fisso sui rispettivi telefonini, non lo degnano della minima attenzione. Vedo che sta per perdere veramente la pazienza, il volume del borbottio aumenta, come una pentola sul fuoco che inizia a bollire. Chissà, oggi forse lo vedremo perdere le staffe! Ma per fortuna il treno inizia a rallentare, Dimitri si alza e sempre borbottando si avvia verso l’uscita. Anche per oggi il suo viaggio pendolare è terminato.

2015-09-02 17.52.06

Enigmi pendolari

In questo periodo dell’anno, non ancora abituata al caldo, durante il viaggio di ritorno sono più stanca del solito. Per questo motivo oggi pomeriggio decido di passare i dodici minuti di attesa tra un treno e l’altro nella sala d’attesa della stazione, dove la temperatura è più clemente e posso stare seduta. Sono in compagnia di vari personaggi: un uomo che dorme sdraiato su una delle panchine della sala, un altro che guarda nervosamente il tabellone con gli orari di partenza dei treni, una suora impegnata in una vivace conversazione telefonica, una donna elegante, con una grossa borsa di pelle chiara, anche lei alle prese con il suo smartphone, seduta alla mia sinistra.

L’attesa è monotona e tranquilla finché nella saletta irrompono quattro adolescenti: tre ragazzi e una ragazza, allegri e spensierati. Dagli asciugamani colorati che spuntano dai rispettivi zaini, dagli abiti sbracciati e dalle ciabattine ai piedi deduco che devono aver passato la giornata in piscina. Beati loro.

Chiacchierando e ridendo rumorosamente si siedono nei posti liberi accanto alla signora con la borsa elegante, dalla parte opposta rispetto alla mia.

“Dai ragazzi, si va un po’ avanti?”, propone uno dei quattro.

“Sì, vediamo se ce la facciamo ad arrivare in fondo!”, risponde la ragazza.

“No, dai, ancora?! Che palle!”, replica un terzo.

Il promotore prende dallo zaino una copia dell’inconfondibile e inimitabile “Settimana Enigmistica”, con le pagine tutte arricciate sugli angoli.

“Dove eravamo arrivati? Ah, ok, ci sono. Questa è difficile: Castruccio, famoso nobile di Lucca!”.

“Quante lettere?”

“Tante, è una parola lunga…”

“Boh, io non la so.”

“Io nemmeno, proviamo ad andare avanti, magari dopo ci viene in mente…”

“Va bene, quindici orizzontale: Valutazione del perito…

“Come si dice quella cosa che fa il perito? Giudizio?”

“No, il giudizio lo fa il giudice, non il perito. Quante lettere?”

“Sette, la terza è una erre!”

La signora accanto a me distoglie l’attenzione dal cellulare e si drizza sulla schiena, come una scolara diligente che sa la risposta alla domanda del professore e freme dalla voglia di dirla.

Perizia”, mormora, “la valutazione del perito è la perizia!”, lo dice titubando, a mezza voce, i ragazzi non la sentono. La sento io, e mi volto inconsciamente verso di lei. Accortasi che la sto ascoltando, è allora a me che si rivolge: “Non è perizia?”.

Annuisco un po’ imbarazzata, non era mia intenzione intromettermi nella ludica discussione.

“Dai, proviamone un’altra”, incalza la ragazzina, rivolgendosi all’amico con il giornalino.

“Questa forse ce la facciamo: Zingara spagnola, sei lettere, finisce con la A”.

Ancora una volta, è a me che la signora si rivolge: “Secondo me è nomade, sei lettere, ci sta, no?”.

Questa volta non la assecondo: prima di tutto perché non sono per niente convinta della correttezza della sua risposta, e poi sto rispondendo a un messaggio con il cellulare.

“Ragazzi, facciamo pena, non ne sappiamo una!”, commenta il ragazzo che non aveva voglia di fare il cruciverba.

“Aspettate, non vi scoraggiate! Questa ce la possiamo fare, sono solo tre lettere: Donne molto devote…”

Ora, io non sono un’esperta di Settimana Enigmistica, ma dal poco che so, questa è una delle definizioni che c’è sempre, in ogni cruciverba che si rispetti.

Anche la signora al mio fianco è sicura, questa volta, e finalmente declama con voce chiara e udibile in tutta la sala: “Pie! Le donne molto devote sono Pie!”.

Il promotore dei quiz conferma: “E’ vero, Pie!”, e compila diligentemente le tre caselle corrispondenti nello schema.

Mi viene da guardare verso la suora, come se fosse in qualche modo chiamata in causa da questa definizione, ma è troppo concentrata nella sua telefonata e pare non curarsi minimamente dei dubbi enigmistici degli altri viaggiatori della sala d’attesa.

“E’ come mia nonna!”, aggiunge la ragazza, compiaciuta, “Anche mia nonna è bravissima a fare i cruciverba, indovina sempre!”.

Ecco, fossi stata nei panni della signora, questo paragone con la nonna della giovane non mi avrebbe fatto molto piacere: noi donne, si sa, arrivate a una certa soglia, siamo piuttosto suscettibili ai confronti anagrafici, seppure indiretti, a nostro sfavore. Voglio dire: se avesse detto: “E’ come mia sorella…”, o, più realisticamente, “E’ come mia mamma…” sarebbe stato un altro conto, insomma. Ma la signora non sembra dar peso alla cosa, anzi, mi pare molto soddisfatta di aver richiamato l’attenzione dei quattro e di poter finalmente contribuire con la sua esperienza alla soluzione del cruciverba.

E, infatti, incalza subito: “La definizione di prima, quella della zingara spagnola, secondo me la risposta è Nomade!”.

Il ragazzo con la Settimana replica, giustamente: “Non mi torna, dovrebbe finire con la A!”.

E la signora, prontamente: “Allora sarà nomadA!”.

Vedendo un po’ di perplessità nei quattro, è a me che si rivolge, di nuovo: “Perché, non si dice nomadA?”.

Non mi va di ribattere, perché questo comporterebbe la mia inclusione nel gruppo di lavoro del cruciverba  e non ne ho molta voglia. Tentenno qualche istante, poi, inaspettatamente, è la voce impassibile dall’altoparlante a salvarmi, annunciando l’imminente arrivo del mio treno. Prendo le mie cose, mi alzo, saluto con un sorriso la combriccola improvvisata e me ne vado al binario… portando con me la soluzione dell’enigma… 🙂

enigmisticapendolare

Scrittori in carrozza!

Ho ricevuto per email l’invito a partecipare a un concorso letterario ferroviario… proprio in tema con il blog! Conoscendo le mie non eccelse abilità letterarie, la carenza di fantasia e ispirazione di questo periodo e la mia proverbiale discontinuità, non so se riuscirò a partecipare… Comunque potrebbe essere divertente e invito i colleghi pendolari blogger a prenderlo in considerazione 😀
Riporto di seguito il testo dell’email
———————————————————————————–
«ODDIO, QUANTA GENTE!
CHISSÀ CHE STORIA OGGI MI TOCCHERÀ ASCOLTARE…!»
 
È PARTITO IL CONCORSO LETTERARIO
“SCRITTORI IN CARROZZA!”
 
TRENORD E L’UNIVERSITÀ CATTOLICA PREMIANO
I RACCONTI PIÙ BELLI DI CHI VIAGGIA IN TRENO
 
Gli elaborati dovranno essere inviati entro il 30 settembre 2013
Milano, 17 giugno 2013 – «Scrittori in carrozza!» è il primo concorso letterario proposto da Trenord e Università Cattolica del Sacro Cuore, rivolto a tutti i viaggiatori, che vuole dare voce a chi ogni giorno vive il treno, non solo come mezzo di trasporto ma anche come vero e proprio luogo dove le persone si incontrano e si raccontano, come testimoniato dal sempre più diffuso utilizzo dei social network. Il viaggio può diventare quindi narrazione fino a suscitare esperienze letterarie.
Il concorso si affianca a quello in cui si cimenteranno i partecipanti al corso di alta formazione «Il piacere della scrittura» dell’Università Cattolica. Senza costi per l’iscrizione e totalmente gratuito per i partecipanti, è dedicato in particolare ai pendolari, abbonati e non, dai giovanissimi che utilizzano il treno per andare a scuola a tutte quelle persone che lo utilizzano quotidianamente per recarsi sul posto di lavoro.
Chi viaggia con Trenord potrà partecipare con scritti inediti ambientati sul treno, in lingua italiana e della lunghezza massima di ventimila battute (spazi compresi). L’incipit degli elaborati dovrà essere lo stesso per tutti: «Oddio, quanta gente! Chissà che storia oggi mi toccherà ascoltare…!»
Gli interessati troveranno tutte le informazioni (dal bando di concorso al regolamento alla semplice procedura per l’iscrizione gratuita) sul sito di Trenord alla pagina trenord.it/concorso_letterario. Gli elaborati dovranno essere inviati, secondo le modalità indicate, entro il 30 settembre 2013.
Una Giuria composta da scrittori, docenti universitari, giornalisti ed esperti di comunicazione valuterà i racconti e selezionerà i vincitori. Il professor Ermanno Paccagnini e il professor Giuseppe Farinelli, direttore e condirettore del corso «Il piacere della scrittura», saranno rispettivamente presidente e vicepresidente della Giuria.
I migliori dieci autori, viaggiatori-scrittori, saranno premiati con la pubblicazione delle loro storie in un apposito volume. I primi tre classificati riceveranno inoltre in omaggio un abbonamento familiare, valido nel weekend su tutte le direttrici della Lombardia (annuale per il primo classificato, semestrale per il secondo e trimestrale per il terzo).

Tutti i racconti premiati e quelli ritenuti meritevoli saranno anche pubblicati sul sito di Trenord.

19 marzo

Nonno, ma oggi non arriva il treno?

Viaggia con un po’ di ritardo, Lorenzo, bisogna aspettare…

Uffa ma io mi annoio, è sempre in ritardo!

Stai buono dai, e non andare di là dalla linea gialla, che se arriva la Frecciarossa ti porta via!

Uffa, ma quando arriva?

Dai Lorenzo, vieni qua che ti leggo il libro!

Prese il libro dalla tasca interna del giubbotto, aveva la copertina di cartone verdolino, gli angoli un po’ sciupati, le pagine ingiallite. Apparteneva a suo figlio ed erano anni che giaceva immobile nella libreria della sua vecchia camera. “Che strano”, gli venne da pensare, “a mio figlio non ho mai letto un libro”.

Dai nonno, leggi!

Va bene, va bene, che fretta hai? Tanto bisogna aspettare il treno…

“…E il povero Pinocchio cominciò a piangere e a berciare così forte, che lo sentivano da cinque chilometri lontano.

Geppetto, che di tutto quel discorso arruffato aveva capito una cosa sola, cioè che il burattino sentiva morirsi dalla gran fame, tirò fuori di tasca tre pere, e porgendogliele, disse:

 — Queste tre pere erano per la mia colazione: ma io te le do volentieri. Mangiale, e buon pro ti faccia.

— Se volete che le mangi, fatemi il piacere di sbucciarle.

 — Sbucciarle? — replicò Geppetto meravigliato.

 — Non avrei mai creduto, ragazzo, mio, che tu fossi così boccuccia e così schizzinoso di palato. Male! In questo mondo, fin da bambini, bisogna avvezzarsi abboccati e a saper mangiare di tutto, perché non si sa mai quel che ci può capitare. I casi son tanti!

— Voi direte bene, — soggiunse Pinocchio, — ma io non mangerò mai una frutta, che non sia sbucciata. Le bucce non le posso soffrire. ―

 E quel buon uomo di Geppetto, cavato fuori un coltellino, e armatosi di santa pazienza, sbucciò le tre pere, e pose tutte le bucce sopra un angolo della tavola.

Quando Pinocchio in due bocconi ebbe mangiata la prima pera, fece l’atto di buttar via il torsolo: ma Geppetto gli trattenne il braccio, dicendogli:

 — Non lo buttar via: tutto in questo mondo può far comodo.

 — Ma io il torsolo non lo mangio davvero!… — gridò il burattino, rivoltandosi come una vipera.

 — Chi lo sa! I casi son tanti!… — ripetè Geppetto, senza riscaldarsi.

 Fatto sta che i tre torsoli, invece di essere gettati fuori dalla finestra, vennero posati sull’angolo della tavola in compagnia delle bucce.

 Mangiate o, per dir meglio, divorate le tre pere, Pinocchio fece un lunghissimo sbadiglio e disse piagnucolando:

 — Ho dell’altra fame!

 — Ma io, ragazzo mio, non ho più nulla da darti.

 — Proprio nulla, nulla?

— Ci avrei soltanto queste bucce e questi torsoli di pera. — Pazienza! — disse Pinocchio — se non c’è altro, mangerò una buccia. —

 E cominciò a masticare. Da principio storse un po’ la bocca; ma poi, una dietro l’altra, spolverò in un soffio tutte le bucce: e dopo le bucce, anche i torsoli, e quand’ebbe finito di mangiare ogni cosa, si battè tutto contento le mani sul corpo, e disse gongolando:

 — Ora sì che sto bene!

 — Vedi dunque, — osservò Geppetto, — che avevo ragione io quando ti dicevo che non bisogna avvezzarsi né troppo sofistici né troppo delicati di palato. Caro mio, non si sa mai quel che ci può capitare in questo mondo. I casi son tanti!… —“

Nonno, nonno, arriva, guarda!

Visto come va veloce stasera? Ci credo, è in ritardo…

Che bello! Da grande voglio diventare il pilota della Frecciarossa…

Va bene, Lorenzo, ora però andiamo a casa che sennò la tu’ nonna si preoccupa…

2012-07-05 14.36.16

Note: il post è dedicato a tutti i Geppetti, il testo del settimo capitolo de “Le Avventure di Pinocchio” l’ho ripreso da qui.