Alfonso Perfetti

In un tiepido pomeriggio autunnale, un temporale improvviso e piuttosto irruento sorprende noi pendolari del treno delle diciassette e diciotto durante il tragitto tra i vari luoghi di lavoro e studio e la stazione. Chi può si ripara con gli immancabili ombrellini pieghevoli, ma dispettose folate di vento si divertono a rovesciarli e a romperli. C’è chi si protegge i capelli con un foulard, chi affretta il passo, chi si mette a correre, chi si rifugia nel rientro di un portone o di un negozio. Quelli che hanno avuto la fortuna di incrociare uno degli affollatissimi autobus, si ritrovano fermi, imbottigliati nel traffico, intrappolati in uno spazio ridottissimo in cui l’aria è irrespirabile a causa dell’umidità.

Arrivati alla stazione, siamo tutti piuttosto stravolti: scapigliati, esausti, con le scarpe e i piedi fradici, le borse e i capelli gocciolanti. Tutti, tranne lui: Alfonso Perfetti. Non si sa come abbia fatto, ma lui, sul treno, sale impassibile e impeccabile, come sempre.

In effetti, è difficile sorprendere Alfonso Perfetti. La mattina, appena si alza, controlla con una delle sue app installate nel telefonino le condizioni del meteo e sulla base delle previsioni decide cosa indossare. Prima di uscire da casa, un’altra app lo informa se il treno è o meno in orario. Se ci fossero ritardi eccessivi o cancellazioni, un’altra app ancora verifica il percorso ottimale e gli orari degli autobus. Se non ci fossero soluzioni a questo punto Alfonso prenderebbe la propria auto, non prima di aver consultato, tramite un’apposita app, le condizioni del traffico e l’eventuale presenza di lavori o rallentamenti lungo il percorso.

Il suo aspetto è sempre impeccabilmente, ma sobriamente, elegante, dalla punta delle scarpe alla sommità dei capelli. Non mancano mai giacca, cravatta, e camicia immacolata e perfettamente inamidata, anche nel pomeriggio, dopo una giornata di lavoro.

Porta con sé uno zainetto leggero, dalle forme stondate, ergonomiche, che contiene un piccolo ma potente computer portatile e un taccuino nero. In tasca, non manca mai il fedele smartphone, con tutte le sue app. Ha sempre il modello di punta, quello più aggiornato, con il processore più veloce, la memoria più capiente, lo spessore più sottile, la forma più elegante.

Gli piace tenere tutto sotto controllo: a casa, al lavoro, e anche nel suo viaggio pendolare. Alfonso si prepara sempre un pochino in anticipo all’arrivo a destinazione del treno: gli piace essere il primo a scendere e tirare la maniglia per aprire la porta della carrozza. Nei treni più nuovi, quelli in cui ci sono gli schermi che riportano le principali condizioni del viaggio, tiene d’occhio i dati, la velocità in particolare, e la confronta con quella che gli fornisce una delle sue app.

A un primo sguardo, potrebbe sembrare una persona arida di sentimenti, che sta meglio con chip e processori che con i suoi simili, una specie di cyborg, uno che vede il mondo attraverso una matrice di pixel. Ma è davvero così?

Quando non digita freneticamente sulla tastiera del piccolo computer, Alfonso ama leggere. Anche per questa attività è stato tentato dalla tecnologia: ha provato gli ebook sul tablet, poi è passato all’ebook reader, ma la soluzione digitale non lo ha convinto e alla fine è tornato al cartaceo. Legge soprattutto i gialli classici, quelli in cui la vittima muore nelle prime pagine e l’investigatore per tutto il tempo raccoglie indizi e mette insieme i pezzi del puzzle, fino a scovare l’assassino, che si sfoga in un’accorata confessione, per permettere al lettore di capire. Alfonso è piuttosto severo nel giudicare le sue letture. Di solito, già dopo pochi capitoli si fa un’idea di cosa è successo. Se, alla fine, la sua teoria è confermata, liquida l’opera come prevedibile e banale, se, invece, la vicenda prende una piega per lui inaspettata, la critica di essere inverosimile. Alla fine di ogni volume annota questi giudizi con cura, con una delle sue app, insieme al titolo e l’edizione, la data d’inizio e fine lettura.

Il pomeriggio, Alfonso Perfetti arriva alla stazione sempre dieci minuti prima della partenza del treno, si ferma al bar e gusta un caffè decaffeinato e un muffin al cioccolato. Non è chiaro se gli piaccia di più il muffin o la barista. Ora che ci penso… ecco perché non è stato sorpreso dal temporale, oggi!

Difficilmente Alfonso Perfetti perde il controllo della situazione, ma a volte, molto di rado a dire il vero, cede a qualche segno di stanchezza. Oggi pomeriggio, per esempio, verso la metà del viaggio di ritorno in treno, Alfonso sembra quasi ipnotizzato dallo scorrere all’indietro delle case, degli alberi e delle colline fuori dal finestrino. Lascia vagare liberi i pensieri, nella sua testa è come se fosse apparso quel cerchietto che gira al centro delle schermate dei computer quando sta caricando un programma molto pesante. Solo dopo qualche istante si ricorda di essere sul treno e si rende conto di avere quasi metà dell’indice della mano destra dentro la corrispondente narice. E solo allora si accorge della pendolare svampita, quella che arriva sempre tardi, che, seduta poco più avanti, lo osserva. Ha in mano quel suo cellulare dai colori pacchiani… non l’avrà mica fotografato mentre aveva le dita nel naso? No, dai, è troppo imbranata, neanche le saprà fare, lei, le foto con il cellulare. Non sembra molto avvezza alla tecnologia in effetti. Ecco che ricomincia a leggere il suo libro.

Scorrono lenti i minuti, siamo quasi arrivati. Alfonso, con il solito anticipo, si avvia verso l’uscita. Il treno si ferma, la porta si apre, i passeggeri scendono. Alfonso è il primo, come sempre. La pendolare distratta no, ha fatto tardi con il suo libro, la vede dal finestrino che si dispera per aver perso la fermata. Quando è lei ad accorgersi che lui la sta fissando, dal marciapiede, la disperazione le si trasforma improvvisamente in un sorrisetto ironico e beffardo. Il treno riparte, lei lo saluta agitando il braccio, mostrando fiera il suo cellulare pacchiano…

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Pendolare multi-tasking

Vorrei invitare tutti gli sceneggiatori di fiction, fotoromanzi, telenovelas, soap opera e affini a farsi qualche viaggio su un treno pendolare, la mattina, vi assicuro che è una fonte inesauribile di ispirazione 🙂

Il treno è piuttosto affollato stamani e sono costretta a condividere lo spazio compreso tra i quattro sedili con cui è suddiviso il vagone con altre due donne. Una è seduta al mio fianco, a destra, l’altra di fronte a me. È quest’ultima, stamani, a catturare la mia attenzione. Indossa abiti e accessori scelti con cura, siede con eleganza, anche se la postura è abbastanza piegata su un lato e le gambe accavallate sconfinano nello spazio del sedile di fianco al suo, vuoto, sul quale ha sistemato le due borse che porta con sé. La testa è piegata un po’ in avanti e un po’ a sinistra, cosicché lo sguardo può concentrarsi sul tablet appoggiato sulle ginocchia, mentre la spalla e il lato sinistro della mandibola  contribuisce a sorreggere il telefonino seminascosto dai lunghi capelli biondi contro l’orecchio. Con la mano destra sfiora ritmicamente la superficie del tablet, in orizzontale e verticale, alternativamente. Di tanto in tanto dal dispositivo esce un’allegra musichetta: deve trattarsi di uno di quei giochini elettronici che vanno di moda. Allo stesso tempo porta avanti una confidenziale conversazione con l’incognito interlocutore all’altro capo del telefono. Le due azioni sono totalmente scollegate tra loro: non esiste alcuna relazione tra la traiettoria del suo indice sulla piastra di vetro e le variazioni del ritmo della voce nella comunicazione, come se fossero controllate da due processori distinti e indipendenti tra loro. A un tratto, uno squillo sonoro la distrae momentaneamente da entrambe le mansioni. Proviene da una delle due borse, anzi, per essere precisi, dal secondo telefonino, bianco in questo caso, in essa contenuto.

“Scusa, scusa, amore, aspetta un attimo, ho un’altra telefonata.”

Posa delicatamente il primo cellulare dentro la borsa, aperta, senza chiudere la comunicazione, e prende l’altro. Inizia una seconda conversazione, con lo stesso tono affettuoso e confidenziale della prima.

“Buongiorno, amore, come stai? Dormito bene? Sì, sì, anche io, sono già in treno…”

Continua così per alcuni minuti, e riprende anche l’attività ludica con il tablet. Poco prima della stazione di arrivo, si congeda frettolosamente con il secondo misterioso interlocutore:

“Amore, sono quasi arrivata, devo prepararmi per scendere, ok, ti chiamo più tardi, va bene?”

Chiude la chiamata con il telefonino bianco e riprende il primo, quello nero, che nel frattempo aveva aspettato pazientemente nella borsa.

“Scusa, amore, ci ho messo più del previsto e ora sono quasi arrivata alla stazione, ti devo salutare. Ti chiamo più tardi, ok?”

Termina anche la seconda chiamata, che poi era la prima… Mancano ancora alcuni istanti all’arrivo, il treno ha appena iniziato a rallentare. Giusto il tempo di finire la partita sul tablet, e pure con successo, a giudicare dalla festosa musichetta, prima di riporre anche questo in una delle due borse e prepararsi a scendere.

E intanto a me inizia a frullare per la testa un famoso motivo di Renato Zero…

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8 p.m. in Ponte a Elsa

Viaggio di ritorno di un qualsiasi giorno feriale in cui una riunione si è protratta un po’ troppo e ho fatto più tardi del solito. Stanca morta, passo il tempo sul treno leggendo un libro. La linea ferroviaria che percorro quotidianamente ha due caratteristiche che rendono ogni viaggio avventuroso e ricco di imprevisti più o meno (soprattutto meno, devo dire) divertenti. Innanzi tutto, per gran parte del suo percorso, è una linea a binario unico, con tutte le complicazioni che ne conseguono in termini di coincidenze e scambi fra treni che viaggiano in direzioni opposte. Come se non bastasse, nell’arco di poche decine di chilometri ci sono parecchi passaggi a livello e la probabilità che ne rimanga qualcuno erroneamente aperto è piuttosto concreta. Capita quindi abbastanza spesso che il treno si blocchi nel bel mezzo della campagna, per lunghi, lunghissimi minuti, a causa di qualche imprevisto. Di solito il capotreno in questi casi annuncia un “ritardo imprecisato” che, soprattutto di sera, quando hai voglia di spaparanzarti sul divano, fuori è già buio e non si vede niente, mette un pochino di inquietudine.

Siamo fermi già da almeno cinque minuti nel bel mezzo del nulla, quando sospendo la lettura e mi guardo intorno, un poco intimorita. Sul sedile di fianco al mio, dalla parte opposta del corridoio è seduto un signore anziano dall’aspetto simpatico, è salito poco fa, con la coda dell’occhio ho visto che armeggiava con una grossa cartellina da disegno, ma ero concentrata nella lettura e non ci ho fatto troppo caso. Non mi ero neppure accorta che una volta sistemato aveva aperto la cartellina e stava riordinando una serie di disegni realizzati con gli acquerelli, secondo la dimensione, dai più grandi ai più piccoli. Il suo aspetto mi ricorda molto quello di un pittore che avevo incontrato a Montmartre, durante un recente viaggio a Parigi, da cui avevo comprato un quadretto raffigurante la vetrina di uno degli innumerevoli café della capitale francese, che tra l’altro devo ancora appendere in casa.

Il mio sguardo curiosa tra i disegni, dal tratto e dai colori delicati. Uno in particolare mi colpisce: ritrae un grosso castagno dal tronco storto e nodoso e dalle foglie di un delicato colore verdolino. Mentre vedo scorrere i disegni, la mia mente torna a Parigi, immagino di essere non sul Regionale Veloce per Firenze SMN, ma su una linea del metrò parigino, magari la linea 6, quella che a un certo punto sbuca fuori dai sotterranei, attraversa la Senna sul ponte di Bir-Hakeim, per poi continuare in superficie, verso Montparnasse, su una struttura sopraelevata che permette di ammirare le strade, le piazze, i tetti con gli inconfondibili camini: Dupleix, La Motte Picquet-Grenelle, Cambronne… Mi sembra quasi di sentire l’inconfondibile odore di gomma proveniente dagli pneumatici dei treni, caratteristici proprio di questa linea. Immagino poi di scendere dal metrò alla fermata di Abbesses, non con la linea 6 però, quella fa tutto un altro percorso, di risalire le ripide scalinate, girare intorno al Sacre Coeur, raggiungere la Place du Tertre, sedermi ad un tavolino di uno dei tanti café e stare lì ad oziare per tutto il pomeriggio, in perfetto stile flâneur.

L’anziano pittore si accorge della mia curiosità e mi sorride. Ricambio il sorriso e gli dico che i suoi disegni sono molto belli, soprattutto quello del castagno. Non è mia abitudine attaccare discorso sul treno, ma questo signore mi ispira simpatia. “Le piacciono davvero?” mi chiede, con soddisfazione, “Allora gliene faccio vedere altri se vuole, tanto abbiamo tempo…” Siamo infatti ancora fermi nel bel mezzo del nulla. “Volentieri”, rispondo, contenta di aver trovato un insolito diversivo per ingannare quest’odiosa attesa. Inaspettatamente richiude la cartellina, la appoggia sul sedile libero di fronte a lui e si prende dalla tasca un moderno smartphone nero fiammante con annessa mela mangiucchiata. “Vede, io non ci capisco molto con questi aggeggi tecnologici, ma mio nipote che è bravo con i computer, mi ha messo tutti i quadri qui dentro: qui sì che si vedono bene!”. Il resto del nostro viaggio lo passa a scegliere immagini da cartelle virtuali, cliccare, spostare, selezionare, trascinare, ruotare il minuscolo schermo da quattro pollici o poco più, zoomare sui particolari… Per fortuna dopo poco il treno riparte, con solo ventisette minuti di ritardo.

Che peccato, per un attimo avevo quasi immaginato di essere stata catapultata nei magici Anni Venti della Ville Lumière, come lo sceneggiatore e aspirante scrittore Gil in“Midnight in Paris”, ma sono solo le otto e venticinque, qui, a Ponte a Elsa.

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Mi raccomando, chiama Massimo!

E’ lunedì, il cielo è grigio, cade una pioggerella leggera, troppo leggera per aprire l’ombrello, ma sufficiente per inumidire i miei capelli e renderli orrendi. La sveglia è suonata con troppa irruenza, sono ancora sotto shock, il caffè che ho preso a colazione non ha fatto alcun effetto. Ho due occhiaie che mi rendono simile a un panda. L’umore è dello stesso colore del cielo: grigio.

Alla stazione, cerco di evitare qualsiasi interazione con altre forme di vita pendolare. Non ho voglia di mettermi a chiacchierare, di sentir raccontare cosa hanno fatto nel fine settimana i miei compagni di viaggio, non ho voglia di discutere del meteo o delle recenti vicende politiche, di imparare nuove gustosissime ricette, di lamentarmi dei ritardi dei treni.  All’arrivo del Regionale Veloce, studio accuratamente il flusso di persone e scelgo la carrozza più lontana, di solito più vuota delle altre.

Lo so, lo so, sono antipatica, stamani, e allora? Avete qualcosa da ridire in proposito?

Per fortuna lo scompartimento è quasi deserto, saremo in tutto sette o otto, non di più. Scelgo il posto in fondo, in modo da non avere vicini accanto o davanti. Il viaggiatore più prossimo è seduto più avanti, sulla destra. Dal mio posto vedo solo le sue gambe accavallate e il quotidiano che sta leggendo. Bene, si preannuncia un viaggio tranquillo. Prendo il libro dalla borsa, cerco il punto dove sono arrivata e inizio a leggere.

Arrivata alla fine del capitolo, alzo per un attimo lo sguardo e noto che il mio vicino  ha posato il quotidiano sul sedile davanti a lui, utilizzandolo per distendere le gambe ed evitare di posare le scarpe sulla seduta. Sembra essere proprio comodo. Gli arti inferiori sono mollemente incrociati all’altezza delle caviglie, le punte dei piedi e delle ginocchia sporgono in fuori, il bacino è scivolato in avanti. Indossa un paio di scarpe di cuoio nero, non nuove ma curate, strette da due lacci sottili, un paio di pantaloni scuri, ma non troppo eleganti. La posa rilassata li ha fatti risalire un poco, rivelando, sotto, un paio di calzini di colore bordeaux e di lunghezza insufficiente,  e un paio di centimetri almeno degli stinchi villosi.

Riprendo la lettura, anche se per poco: sono circa a metà della seconda pagina del nuovo capitolo quando una fastidiosa musichina richiama brutalmente la mia attenzione. È la suoneria del cellulare del mio vicino. Che, con molta calma, sufficiente a sviluppare completamente il tema melodico, si accinge a rispondere. La conversazione si svolge con un livello di emissione acustica simile alla suoneria.

“…”

“Vi siete sentiti poi ieri sera?”

“…”

“Mi ha detto che ti chiamava, ti ha chiamato?”

“…”

“Ah, l’hai chiamato tu? E che cosa ti ha detto?”

“…”

“Ah, ho capito, e poi?”

“…”

“Giusto, io però prima sentirei anche Massimo.”

“…”

“Sì, hai ragione, ma chiama anche Massimo, prima!”

“…”

“Sì, sì, ma Massimo lo sa sicuramente…”

“…”

“No, no, lui lo sa, sono sicuro, lo ha finito la settimana scorsa…”

“…”

“Ho capito, ma io sentirei anche Massimo, prima…”

“…”

“Non ce l’hai il numero di Massimo? Aspetta, te lo do io!”

“…”

“…”

“… aspetta, non lo trovo Marco, Matteo, Massimo, ma questo non è quel massimo lì, aspetta, Massimo… Massimo… forse è questo… no…”

“…”

“…”

“Eccolo, ci sei? Allora, tre-tre-otto…”

“…”

“Prego, mi raccomando, chiamalo, Massimo, senti lui come ha fatto, vedrai che te lo dice!”

“…”

“Comunque se vuoi stare tranquillo senti Massimo, te lo dico, io!”

“…”

“…”

“Vai, ci sentiamo dopo, ciao!”

“…”

“Ciao!”

Lo scompartimento torna in una quiete ovattata, in sottofondo si sente solo lo sferragliare delle ruote sui binari e saltuariamente la voce dell’altoparlante che ci ricorda di convalidare il titolo di viaggio. Dalla postazione del mio vicino, adesso, arrivano pochi, sommessi rumori: il click della chiusura della borsa, seguito dal fruscio di un sacchetto di carta e quindi da un piacevole profumo di mandarini. Riprendo la lettura. Vado avanti ancora tre pagine e poi riecco l’ormai familiare musichetta da cellulare.

“Pronto?”

Risponde il mio vicino, con la voce un po’ impastata, poiché, nonostante stia parlando al cellulare, non smette di mangiare i suoi mandarini.

“…”

“Ah, e che ti ha detto Massimo?”

“…”

“…”

“…”

“Lo sapevo, Massimo è una garanzia!”

“…”

“Visto? Hai fatto bene a chiamarlo!”

“…”

“Ok, va bene, fammi sapere come va, poi! Ci sentiamo, ciao!”

Continuo a leggere, questa volta mi concentro di più. Solo quando sono quasi arrivata mi accorgo che il mio compagno di viaggio è già sceso, in una delle fermate intermedie.

Esco dalla stazione, m’incammino verso l’uscita. Ho ancora sonno, ma l’umore è un po’ migliorato.

Perché adesso so che, qualsiasi cosa mi capiterà oggi, ho già pronta la soluzione: chiamerò Massimo!

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Il silenzio dei manifesti

Ha colpito di nuovo, freddo e calcolatore come sempre. Non ha resistito neppure un giorno, appena ha visto le sue prede, non ha pianificato, non si è fatto sfuggire l’occasione. Come un predatore nella savana, ha trovato e colpito le sue vittime. Chi è? Nessuno lo sa. Nessuno conosce il suo volto. Nessuno l’ha mai visto all’opera. L’hanno soprannominato in tanti modi: il terrore delle fotomodelle, l’incubo dei pubblicitari, il fantasma del sottopassaggio.

La sua ultima apparizione risale a pochi giorni fa, quando una nota compagnia telefonica ha promosso una nuova tariffa, tappezzando la stazione e il relativo sottopassaggio con grossi manifesti, dai quali simpatici fotomodelli e fotomodelle ci invitano, in varie lingue, a prendere in considerazione l’offerta proposta. È bastata una sola notte e lui, il misterioso e oscuro serial writer, ha colpito. Ed ecco i risultati.

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Le facce sorridenti e rassicuranti sono state velocemente trasformate, grazie all’abile azione di un pennarello esperto, in smorfie grottesche. Un incisivo qua, un canino di là, tutti i volti sui manifesti sono stati sfregiati in questo modo. A differenza degli atti vandalici a cui siamo abituati, particolarmente frequenti nelle stazioni e dintorni, in questo lo sfregio è solo ed esclusivamente odontoiatrico: non ci sono altri scarabocchi, firme o scritte. E questo infittisce il mistero. Perché lo fa? Sicuramente è stato un trauma subito da piccolo. Forse, durante una rissa con dei bambini più grandi, per un cazzotto un po’ troppo forte ha perso un incisivo. O magari, qualche anno dopo, il dentista, un vecchio sadico dall’aspetto tutt’altro che rassicurante, gli ha voluto togliere un dente del giudizio senza fargli l’anestesia.

Esce la sera sul tardi, quando è buio, e si aggira circospetto per la città in cerca della prossima vittima, che non può evidentemente ribellarsi o difendersi dal suo pennarello nero. Magari a casa sua ha una stanza dove si rifugia, uno scantinato debolmente illuminato da una vecchia e polverosa lampadina a incandescenza da pochi watt. Uno di quegli scantinati che quando scendi le scale, i gradini di legno scricchiolano e senti in sottofondo una musica inquietante, che ti fa pensare “ma chi me lo fa fare di scendere fin quaggiù?”.  Lì dentro, di nascosto, colleziona riviste patinate di moda e, con perizia, sfregia, uno a uno, i sorrisi di modelle, attrici e soubrette…

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Un viaggio… come dire… sFibrante

Adoro la musica, in tutte le sue forme e in tutti i suoi generi, o quasi. Penso che sia un’arte sublime, in grado di innalzare lo spirito umano e trascendere dalla quotidiana realtà terrena. La ascolto, la seguo, la amo e, nei limiti delle mie capacità, la pratico.

In un viaggio pendolare però talvolta anche la musica può diventare un elemento di disturbo. Come stamattina. Nella mia carrozza c’è il solito gruppo di giovincelli che vanno a scuola. Il capobranco di oggi è un tipetto magro e pieno di brufoli, con i capelli pettinati alla moda, ottenuti probabilmente facendoci nidificare qualche specie di uccello arboricolo. Si è conquistato il titolo di star del giorno perché sfoggia un nuovo telefono.

“Ma non dovevi prendere il quattroesse?” chiede una ragazzina, con un tono ammirato e un pizzico invidioso.

“No ho convinto il mi’ babbo a prendermi il cinque, dato che ho recuperato l’insufficienza in matematica”

Per rendere partecipe tutto lo scompartimento della sua nuova conquista pensa bene mettersi ad ascoltare la musica con il nuovo congegno tecnologico, a tutto volume, senza cuffie, con l’aggravante di riprodurre ciclicamente sempre la stessa canzone. Si tratta di Pronti, partenza, via di Fabri Fibra.

Per chi non la conoscesse e per chi se la vuole riascoltare, ecco qui il video:

Ok, il rap non è tra i miei generi preferiti, lo ammetto, ma questa canzone, sentita un paio di volte alla radio, fino a stamattina non mi dispiaceva troppo, sarà per il motivetto semplice da memorizzare (pronti, partenza, via, si va per mari e monti…), le tematiche calde toccate…

Ma, dopo averlo sentito e risentito, almeno quattro o cinque volte di seguito, alle sette di mattina, in un treno affollato di pendolari, ha decisamente smesso di piacermi. Avesse avuto, il ragazzetto molesto, uno di quei vecchi walkman che avevamo ai miei tempi (come mi sento obsoleta quando faccio questi ragionamenti!), glielo avrei preso, avrei estratto la cassetta, l’avrei pestata fino a tritarla e avrei fatto volare i resti fuori dal finestrino. Ma al giorno d’oggi la musica è fatta di bit registrati nella memoria di un costosissimo smartphone e non mi sembra il caso di sottrarglielo per frantumarlo.

Oltretutto, all’ascolto forzato del rapper nostrano, come pena aggiuntiva, c’è toccata anche la visione delle evoluzioni scoordinate del ragazzo, nel goffo tentativo di improvvisare un balletto, e il suo infelice controcanto. Da cantante dilettante riconosco la difficoltà di riprodurre un brano di quel genere, che non sta tanto nella melodia, di per sé piuttosto semplice, ma nell’esecuzione a tempo del testo: uno scioglilingua da ripetere velocissimamente senza poter riprendere fiato. E, infatti, il nostro rapper pendolare arranca dietro il cantante: parte con le parole giuste, si vede che le conosce bene (devo dire che dopo stamani anch’io ormai le so a memoria, ahimè), ma si confonde verso la metà di ogni verso, che diventa via via un biascichio sempre più incomprensibile, per riprendersi poi alla fine:

Burocrazia

L’Italia si squaglia cm brr… em….ZIA

Una bella idea

Arriva smpr tte..ONDA

Come la polizia

….

Roba magica simsalabim

Ma al microf.. em br… ah… PIN….

Avrei potuto spostarmi in un’altra carrozza, ma ormai mi ero sistemata e mi faceva un po’ fatica. E poi, lo ammetto, anche se in molti loro atteggiamenti questi ragazzi sono fastidiosi, anche parecchio, in fondo in fondo mi diverto a guardare le loro esibizioni mattutine. Me ne sono accorta, sapete, che quello faceva il galletto (rompendo le scatole a tutto lo scompartimento) per farsi notare dalla morettina un po’ emo seduta più avanti con due sue amiche…

Finalmente i ragazzi arrivano a destinazione e, in modo disordinato e scomposto, spintonandosi e sbattendo gli zaini da tutte le parti, scendono lasciando il treno in un surreale silenzio. Che dire, a quel giovinetto auguro tutto il bene del mondo: di conquistare la sua morettina, di mantenere la sufficienza a matematica e anche in tutte le altre materie, così il babbo potrà comprargli tutti gli aggeggi tecnologici che vorrà (e magari anche un paio di cuffie). Ma se potessi dargli un consiglio, gli direi di non tentare la strada del rapper, non mi pare proprio portato.

Tempi moderni 2.0

E’ venerdì mattina, la stanchezza inizia a farsi sentire, arrivo alla stazione all’ultimo minuto, quando il treno sta già avvicinandosi lungo il binario due. Di solito scelgo uno dei vagoni di testa, quelli più lontani e meno affollati, ma stamani non ho tempo e salgo su uno centrale, affollato dagli studenti delle superiori. Riesco comunque a trovare un posto, mi siedo vicino al finestrino e inizio a leggere

“… Essa era alta e snella per i quindici anni appena compiuti . Aveva il volto pallido, soffuso di quella patina dell’adolescenza che è come un pulviscolo d’oro e di luna cosparso sulle sembianze, impossibile a dirsi...”

Sollevo lo sguardo dal libro, sui dedili di fronte siedono due studentesse dei primi anni delle superiori.  Quella davanti a me biascica come un cammello una gomma da masticare, digitando freneticamente qualcosa sul suo telefonino. Ha gli occhi incorniciati da un trucco pesante sui toni del nero, una maglia lunga, leggins neri su pesanti anfibi. I capelli hanno un taglio dalla geometria ben definita, asimmetrico, e sono perfettamente lisci. Un brillantino spunta dalla narice sinistra. Riprendo a leggere.

“…Gli occhi grigi acciaio infossati nelle orbite, davano al suo sguardo un che di infantile dispetto…”

 

La ragazza, con lo sguardo fisso sul telefonino, gonfia un palloncino di gomma da masticare e lo fa esplodere rumorosamente.

“…Il naso delicatissimo, come ambrato, sulle labbra che erano naturalmente rosse e scoprivano i denti piccoli e fitti. Una scialbatura di efelidi agli zigomi trascolorava sull’avorio vivo della pelle. Era bella e innocente, vergine in ogni atteggiamento, in ogni espressione…“

Dietro il mio seggiolino, tre o quattro ragazzi parlano e ridono sguaiatamente.

“…Tutte le sue parole, anche le più consumate e proverbiali, acquistavano un sapore di schiettezza, tanto si avvertiva la persuasione che le ispirava…”

La mia lettura si interrompe bruscamente, un rumore improvviso mi fa trasalire, è stato uno dei ragazzi dietro di me, che ha emesso un sonoro rutto. Non ho mai sentito una cosa del genere, non riesco a capire come un fisico  esile e acerbo come quello del quindicenne, autore della prodezza, riesca a generare una simile potenza sonora. Gli amici si complimentano con lui, ridendo e bestemmiando in modo raccapricciante.

Chiudo il libro, lo rimetto in borsa, per oggi mi è passata la voglia di leggere.  Forse bisogna che cambi genere…