Sogni d’oro

Mi sono un po’ spaventata quando li ho visti salire tutti insieme in treno: un’allegra combriccola composta da una quindicina di studenti americani in gita. Hanno invaso la carrozza solitamente semivuota e silenziosa a quest’ora, con le loro risate sguaiate, i selfie con faccine ridicole, i pantaloni con grandi strappi sulle ginocchia, da brividi con questo freddo. Poi, inaspettatamente, le risate sono diradate, le chiacchiere assopite, le schiene incurvate: uno per volta tutti i giovani si sono appisolati, disattivati. Tutti con le cuffiette nelle orecchie collegate ai rispettivi telefonini. Chissà cosa ascoltano, ho pensato, probabilmente una canzone di quelle che piacciono agli adolescenti di oggi, con un bel sottofondo di “tunz tunz” e un articolato monologo rap, ma forse, visto l’effetto collettivo, potrebbe essere anche la ninna nanna di Brahms…

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Pendolare onirico

Viaggio in compagnia di una famigliola chiassosa: marito, moglie, bimbo 1 e bimbo 2, di circa due e quattro anni, stimo. Marito e moglie discutono su dove sia meglio mettere il passeggino. I bambini litigano e si becchettano, mettendosi a piangere alternativamente. Mi metto a leggere, per distrarmi.

La tua intelligenza non ha ali. Vai dietro a Comte e a tutta la sua viscida prole di ruffiani e leccapiedi. Parli della tua posizione nell’universo con una sicumera strabiliante. Dai l’impressione di pensare che un misero individuo come te possa avere una presa salda sull’Assoluto. Eppure stanotte andrai a letto e sognando darai vita a uomini, donne, bambini del passato e del futuro. Come fai a sapere che in questo istante, con tutta la boria che ti viene dal pensiero contemporaneo, non sei solo una creatura di un sogno sul futuro nella mente, poniamo, di un filosofo del Cinquecento? Come fai a sapere che non sei solo una creatura di un sogno sul passato di un hegeliano del 2500? Come fai a sapere, ragazzo, che non svanirai nel XVI o nel XXVI secolo nel momento in cui chi ti sta sognando si sveglierà?*

Il bimbo 1, non so come, si è arrampicato sullo schienale del sedile e ora incombe pericolosamente sulla mia testa. Il bimbo 2 sta gridando, cercando di imitare non so quale animale. Marito e moglie baloccano distrattamente con i rispettivi smartphone.

Mi viene da ripensare al brano appena letto. Se è vero che tutto questo è un’illusione, se è solo la proiezione di un sogno di qualcuno, nel passato o nel futuro, o in un mondo parallelo, questo “qualcuno” deve aver mangiato molto pesante, stasera a cena…

* Edward Page Mitchell, “L’orologio che andava all’indietro”, nella raccolta “Viaggi nel tempo”,  pag. 119-120, edita da Einaudi.

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Il viaggiatore inquieto

Sale sul treno quando mancano ancora cinque minuti alla partenza. È affannato, deve aver fatto una bella corsa per arrivare in tempo. E inquieto, un viaggiatore inquieto. Porta con sé solo una borsa di pelle da ufficio. Cerca tra i viaggiatori già seduti uno dall’aspetto esperto e lo interroga sulla destinazione del treno, per avere conferma di quanto scritto sul tabellone lungo il binario, che si trova proprio davanti a questa carrozza e che ha controllato almeno due volte prima di salire. Si sposta verso il centro dello scompartimento, poi ci ripensa e torna indietro, verso l’entrata. Sceglie un posto, si siede. Si guarda intorno, ci ripensa e si sposta dalla parte opposta del corridoio, sul lato lungo il binario, in modo da poter tenere sott’occhio il tabellone. Posa la borsa sul sedile accanto al suo, libero. Anche i due posti di fronte sono liberi. Arriva l’orario della partenza, il treno inizia a muoversi, in direzione opposta a quella del sedile su cui si trova il viaggiatore inquieto. Si alza, leggermente contrariato, e va a sedersi nel posto di fronte. Come se le sue natiche, nell’atto di sedersi, anziché posarsi sul tessuto del sedile, si fossero imbattute in un cespuglio spinoso, il viaggiatore inquieto, non ancora terminato lo spostamento, si rialza immediatamente, per prendere la borsa e il giubbotto, rimasti nel posto davanti a lui, e spostarli accanto a sé. Finalmente, si siede, posa un braccio sui suoi averi, accanto a lui, e inizia a guardare fuori dal finestrino. Non c’è molto da vedere, a dire il vero: è buio, siamo in campagna, si riconoscono appena i profili delle colline, con qualche luce qua e là, e il tutto è mascherato dal riflesso pallido della carrozza semivuota sul vetro. Il treno rallenta, sta per arrivare alla prossima fermata del suo quotidiano tragitto. Il viaggiatore inquieto scatta in piedi, chiede a uno degli altri passeggeri dove ci troviamo. Ottenuta la risposta, chiede conferma del fatto che ancora non siamo arrivati nella stazione dove lui deve scendere. No, non ci siamo ancora, mancano ancora quattro fermate, manca almeno una quarantina di minuti. Il viaggiatore inquieto si risiede, apre la borsa, prende un foglio stampato, che riporta in alto il logo delle Ferrovie e nella parte centrale un elenco. Cerca ancora nella borsa, più a fondo. Trova un paio di occhiali e una penna. Inforca i primi, mentre con la seconda spunta i primi due nomi dell’elenco sul foglio. Rimette a posto il tutto e ricomincia a guardare fuori dal finestrino, anche se il panorama non è molto più interessante di prima. Dalla parte opposta della carrozza entra il capotreno e inizia la verifica dei titoli di viaggio. Il viaggiatore inquieto scatta come un soldatino sull’attenti. Inizia a frugare nelle tasche dei pantaloni. Si sente il tintinnare di alcuni spiccioli e lo scricchiolare di un mazzo di chiavi. Niente. Passa alle tasche posteriori. Ma dove l’ho messo? Passa ad esaminare il giubbotto, senza successo. È il turno della borsa, che ha due scomparti esterni. Nel primo che apre trova finalmente l’agognato cartoncino. Aspetta impaziente il suo turno per la verifica, in capotreno è stato trattenuto da una coppia di turisti che gli chiedono informazioni su una coincidenza. Tocca a lui, tutto a posto. Grazie, buon viaggio. Il viaggiatore inquieto ripone il biglietto nella tasca esterna della borsa. Non quella da cui l’aveva presa, l’altra. Ha appena chiuso la cerniera quando si accorge dell’incongruenza, a cui pone rimedio immediatamente. Nella fermata successiva, il treno indugia qualche minuto prima di ripartire. Nessun problema particolare, sta solo aspettando il treno che deve arrivare dalla direzione opposta, poiché nel tratto successivo la linea è a binario unico. Il viaggiatore inquieto guarda nervosamente l’orologio. Riprende il foglio stampato dalla borsa, lo controlla, calcola qualcosa mentalmente, riguarda l’orologio, poi, di nuovo, il foglio e ancora l’orologio. Il fischio della chiusura delle porte pone fine ai suoi tormenti, almeno per un po’. A ogni fermata si ripete la coreografia del foglio, la spunta dell’elenco, il controllo dell’orologio e la verifica che il biglietto sia ancora nella tasca giusta, non si sa mai, potrebbe essere scivolato, qualche malintenzionato potrebbe averlo preso, bisogna stare attenti, un altro controllo all’orologio, un altro al foglio, un calcolo mentale, ancora, finché il treno non riparte. Dopo un tempo che sembra infinito arriviamo alla penultima spunta dell’elenco del foglio stampato. Ci siamo quasi: alla prossima fermata il viaggiatore inquieto dovrà scendere dal treno. Anche se manca almeno un altro quarto d’ora al termine di quest’agonia, il viaggiatore inquieto inizia a prepararsi. Piega in quattro il foglio con l’elenco delle fermate, lo rimette nella borsa, già che c’è ricontrolla che il biglietto ci sia ancora, sì, c’è ancora, si alza, indossa il giubbotto, chiude la cerniera, poi i bottoni, sistema le maniche, prende la borsa, poi, indovinate un po’, la riapre, ricontrolla che ci sia tutto, anche il biglietto nella tasca esterna, richiude le varie cerniere, si guarda intorno, identifica l’uscita più vicina e inizia a camminare in quella direzione. Passa gli ultimi minuti in equilibrio davanti ai gradini della porta. Il treno sta ancora rallentando, non è ancora fermo, nonostante ciò il viaggiatore inquieto afferra saldamente la maniglia di apertura. Ecco lo sbuffo dell’aria compressa, si possono aprire le porte, ora. Il viaggiatore inqueto tira con forza la maniglia, si sente un rumore strano, la porta non si apre, riprova, niente. Inizia a tirare avanti e indietro la maniglia in modo convulso, aiutandosi con oscillazioni di tutto il corpo, niente da fare, sembra inesorabilmente bloccata. Un pendolare paziente si offre di provare. Il viaggiatore inquieto si sposta malvolentieri, rimane apprensivo a ridosso dell’uscita, per ora interdetta. Il pendolare paziente tira con decisione la maniglia. Tac, si sente uno scatto e la porta si apre. Il viaggiatore inquieto, ora anche contrariato, scende i due gradini e s’incammina verso il sottopasso. Lo osservo dal finestrino, forse sembra un po’ meno inquieto, e lo siamo anche noi, i suoi compagni di viaggio di oggi.IMG_20160219_095247

Piedi pendolari

Ragazzi, state calmi, lo so, lo so, sono stanca anche io. Avete ragione, io posso muovermi liberamente, mentre voi siete lì, chiusi, legati stretti stretti da quegli scomodi lacci. Ma abbiate pazienza, siamo quasi arrivati a casa, appena passata la porta vi libero, prometto! Vi prometto anche che domani non ripeterò l’errore di oggi, non vi costringerò in quello spazio così scomodo e angusto. Ho commesso un errore, stamani, un peccato di vanità, lo ammetto. Mi piacevano troppo i sandali con la zeppa che ho comprato domenica e non ho resistito, stamani all’ultimo momento, li ho indossati. Pensavo fossero comodi, quando li ho provati, nel negozio. Ma non avevo considerato che oggi sarei stata troppo seduta, e poi troppo in piedi, e avrei anche camminato, sotto il sole cocente di inizio estate. E adesso che la giornata è finita e siamo finalmente sul treno, sulla via di casa, voi due siete lì, doloranti, con due belle vesciche che fanno un male terribile. Va bene, provo a cambiare posizione, a ruotare le caviglie, a stringere e rilasciare le dita, ma, vi avverto, il sollievo è solo temporaneo, lo so per esperienza.
Come dite? Dove? Sotto quale sedile? Ah quello là, più avanti? Sì, effettivamente quel paio d’infradito abbandonate lì sotto da quella ragazza che sta dormendo con la guida turistica in mano è proprio carino… e anche comodo! Ah, se li avessi avuti anche io ora non sareste ridotti così.
Ce l’avete con me, ora? Avreste voluto essere i piedi di quella ragazza invece che i miei? Siete proprio sicuri? Chissà quanti chilometri hanno fatto, oggi, sotto il sole! Chissà quanto sono stati fermi, in piedi, in coda per entrare in un museo!
Dai, non brontolate troppo, magari appena andiamo in vacanza ve ne compro un paio: li ho visti nella vetrina di un negozio poco fa, mentre tornavo al treno, mi piacciono proprio tanto e penso che andremo a provarli, la prossima settimana!
Ma li indosseremo solo in vacanza, non insistete troppo, dai, dovremo aspettare ancora almeno un mesetto, No, ancora no, non si può: non mi posso mica presentare in ufficio con le ciabattine da spiaggia, dai.
No, adesso non me li tolgo, i sandali, è inutile che vi lamentiate. Lo so che stareste meglio, anche io avrei sollievo, ma non ci riesco, non è nelle mie corde, lo sapete! Sì, è vero, lo fanno in molti, ma io no, va bene? Mi dispiace per voi, ragazzi, ma sono fatta così, smettetela di brontolare! E poi, i piedi nudi sul sedile di fronte, no, ragazzi, assolutamente no, quello non ve lo posso concedere, né ora né in vacanza, su questo non transigo proprio. Mi dispiace, quello non si fa, senza se e senza ma!

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Cave canem! Sul treno…

“Sono liberi questi due posti?”

“Certo, prego!”, confermo.

Sollevo lo sguardo dallo schermo del computer portatile. I miei compagni di viaggio di oggi sono una coppia di giovani, entrambi sulla ventina, entrambi di carnagione bianco-grigiastra, entrambi indossano jeans strappati in più punti, maglietta con le maniche tagliate grossolanamente, bianca, larga e sformata, per lui, nera e aderente, per lei. Hanno entrambi numerosi tatuaggi su braccia e collo e diversi piercing in vari punti del viso. Capelli rasati a zero per lui, colore corvino e taglio geometrico per lei, associato a un vistoso trucco nei toni del nero.

La ragazza porta in braccio un fagotto cicciottello, grigio con delle toppe color crema, dall’aspetto morbido, con due occhioni azzurri: un cagnolino che avrà al massimo un paio di mesi, ma già piuttosto grosso. Da adulto sarà un bel bestione, immagino. Ma adesso è veramente troppo carino, non resisto.

“Che bello!”, esclamo, “come si chiama?”

“Igor”, risponde lei, sorridendo, orgogliosa.

“E’ adorabile!”, commento, mentre il piccolo sbadiglia.

È un cucciolo di pitbull, mi spiegano, lo hanno adottato, sono andati a prenderlo oggi e lo stanno portando verso la nuova casa. L’aspetto tenero e indifeso di quel fagottino vellutato stride un po’ con l’immagine non troppo rassicurante degli esemplari adulti di quella razza, ma la dolcezza con cui i due giovani lo accudiscono e le buffe espressioni del suo muso, tra l’assonnato e il curioso, mi fanno credere che non potrà mai diventare molto cattivo, lui.

In pochi minuti, come potrete immaginare, la simpatica bestiola diventa protagonista assoluta e inconsapevole del viaggio di oggi. Nei posti rimasti liberi, intorno a noi, si avvicendano vari personaggi che proprio nell’interazione con il cucciolo mostrano curiose peculiarità per le quali vale la pena spendere un post.

Ve li presento, nell’ordine in cui si sono manifestati.

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#1. L’esperto. Sale nella stessa stazione, qualche istante dopo i due, stessa età e stesso stile nell’abbigliamento. Porta un paio di grosse cuffie appoggiate sul collo. Appena seduto nel posto libero accanto al mio, inizia a dispensare consigli su come crescere al meglio il piccolo Igor. Suggerimenti sull’alimentazione di tipo generico (“Mi raccomando, non gli date assolutamente niente di quello che mangiate voi!”), ma anche molto dettagliati (“La frutta gli fa bene, la mela è ottima, ma, mi raccomando, non gli date la banana, che sennò gli viene la cacca durissima!”), e poi, ancora, sul tipo di guinzaglio, sulla vita sessuale che dovrà tenere, una volta cresciuto, sull’educazione (“Mi raccomando, se fa qualcosa di sbagliato, non lo brontolate, altrimenti si spaventa, piuttosto, mostratevi dispiaciuti, così non lo rifà più!”). E’ per me un sollievo, quando scende.

#2. Il foto-video-amatore. Prende il posto dell’esperto, appena sceso, nel sedile libero accanto a me. Non parla molto bene l’italiano, per cui, per fortuna, i complimenti sono limitati a un generico “Bello… canino… complimenti!”. In compenso, appena seduto, tira fuori dalla tasca un moderno smartphone, chiede il permesso ai padroni con un incerto “Posso?” e scatta un’interminabile serie di foto al cucciolo, cambiando spesso inquadratura e invadendo la mia porzione di spazio. Ma non basta. Esaudito il bisogno di immortalare lo sconosciuto quadrupede, tiene a precisare che “Anche io… uguale… cane… pitbull…” e continua ad aggeggiare con il dispositivo finché non riesce a riprodurre nel piccolo schermo una serie di video (che ovviamente mi metto a sbirciare) aventi come protagonista un molosso di colore grigio scuro e dimensioni ragguardevoli, dall’apparenza piuttosto vivace, che si diverte a fare dispetti al padrone e che viene ripetutamente richiamato e corretto in una lingua a me sconosciuta.

#3. L’addetto alle pulizie. Su questo treno è presente il servizio di pulizia a bordo, quindi, come di consueto, un addetto  percorre il treno avanti e indietro svuotando i contenitori dei rifiuti. Arrivato nella nostra postazione, dopo aver diligentemente compiuto la propria ecologica mansione, con la stessa mano guantata che ha ravanato nei profondi pertugi del cestino, accarezza il musetto del cucciolo, che ringrazia tutto soddisfatto leccandola con la lingua rosata… bleah!

#4. Il virtuoso. Eccoci arrivati al mio personaggio preferito. Un vero artista. Seduto nel gruppetto di sedili di fianco ai nostri, dall’altra parte del corridoio, si esibisce in una sorprendente dimostrazione di human beatbox (non so se è il termine giusto, non saprei come definire questo talento), a base di miagolii, stridii, garriti, cinguettii, schiocchi, fruscii, ronzii, fischi, barriti, latrati, muggiti, pigolii, squittii, cinguettii, friniti, nitriti, grugniti, sibili, ragli, belati e tanti altri versi ancora, incredibilmente realistici. Il suo scopo? Attirare l’attenzione dell’assonnato cagnolino, con scarso successo tra l’altro, visto che il piccolo a malapena si gira verso di lui sbadigliando.

#5. Le americane, dulcis in fundo. Un dulcis fin troppo dulcis, quasi stucchevole, come quelle caramelle troppo colorate che si attaccano ai denti. Un dulcis rosa shocking. Si tratta di sette ragazze, infradito-e-reflex-munite, strizzate in canottiere, pantaloncini e gonnelline di dimensioni minime, dai colori sgargianti, sedute un po’ più in là nel vagone. Il sottofondo sonoro di quasi tutto il viaggio è stato un medley delle loro chiacchiere rumorose e delle loro risate sguaiate. Turiste di ritorno da una gita, suppongo. Se ne stanno per conto loro per quasi tutto il viaggio, sono rumorose, sì, ma non troppo moleste. Solo alla fine, per colpa di uno dei capolavori del virtuoso, si accorgono del cagnolino. Ed è una vera e propria deflagrazione di tenerezza cucciolosa, una reazione che a confronto la scioglievolezza di Lindor è roba da ragazzi. Dall’incontenibile esplosione di gioiosa sorpresa con cui accolgono il cucciolo mi verrebbe quasi da dedurre che in America non esistono i cagnolini. Tutto il vagone a questo punto è trascinato in un vorticoso susseguirsi di “Oh, my God!”, “Wonderful!”, “So sweet!”, “So cute!”… Una selva di mani graziose e curate, con unghie lunghissime, variamente decorate, circonda la povera bestiola, che pare quasi intimorita. Coccole, carezze, grattini dietro le orecchie, scatti di foto da cellulari variopinti, urla di gioia… Dal punto di vista della bestiola deve essere una visione simile alle allucinazioni provocate da certi tipi di droghe, immagino. Sono pochi minuti ma sembrano non finire mai. Poi, finalmente, il treno inizia a rallentare, siamo quasi arrivati a destinazione, ci alziamo e ci avviamo verso l’uscita, con sollievo del cagnolino, dei neo-padroni e… mio!