Il Vade-mecum del Viaggiatore

Un po’ di tempo fa, casualmente, nel sottopassaggio della stazione, tanto per rimanere in tema, ho incontrato un libro un po’ curioso che non conoscevo.

Si tratta di “Un romanzo in vapore” di Carlo Lorenzini, in arte Collodi, pubblicato nel 1856, una trentina di anni prima che nascesse il suo ben più famoso burattino.

collodi

Nonostante il titolo, il libro non è un vero e proprio romanzo, ma piuttosto un insieme di brevi interventi a volte eterogenei tra loro, aventi come filo comune la descrizione di un viaggio in treno da Firenze a Livorno, che l’autore reputa “lungo e pericoloso”. Chissà cosa ne pensa Ilaria, che lo percorre tutti i giorni come pendolare!

Uno dei capitoli che mi ha fatto più sorridere è quasi alla fine, il XVII, intitolato “il Vade-mecum del Viaggiatore”. Molti dei punti mi sembrano ancora oggi più che mai attuali! Lo riporto qui di seguito, per  i viaggiatori di ieri, oggi e domani… buona lettura!

– Avendo necessità di partire con un dato treno, è sempre meglio giungere alla stazione dieci minuti avanti la partenza… che cinque minuti dopo.

– Procurate, dovendo comprare il biglietto, di pagare con moneta da ventiquattro carati – perché i bullettinai delle Strade-ferrate su quest’articolo sono schizzinosi fino alla nausea.

– Cercate di porre il vostro biglietto in una tasca sicura, per evitare il caso di smarrirlo, e trovarvi costretto a ripagare il prezzo di tutta la gita, con biglietto di prima classe (prepotenza che sa di Medio-Evo lontano un miglio).

– Se non vi spinge necessità o veduta economica, preferite i treni ordinari ai così detti treni diretti: perché quantunque da Firenze a Livorno lo stradale non sia lunghissimo, nonostante la natura umana, è così caduca, così esigente e così avvezzata male, che difficilmente può stare due ore di seguito, senza domandarvi qualche servigio, o qualche piacere per forza.

– Se dovete partire con un treno diretto, prima di salire in vagone fate il vostro esame di coscienza, per vedere se v’occorre nulla. Accade che, durante la gita, si fanno sentire alle volte dei bisogni più imperiosi dei bisogni sociali… e allora, credetelo a me, la gita di piacere diventa un sanguinoso epigramma.

– Sulla scelta della Classe, in cui dovete entrare, consigliatevi col vostro porta-monete. Se amate stare in piedi, entrate in quarta classe, nuovo genere di supplizio inventato recentemente, a benefizio delle persone poco facoltose, dagli azionisti delle strade ferrate.

Se poi amate l’aria fresca, la durezza delle panche e i reumi di Cervello, entrate in un vagone di terza classe e sarete esaudito.

Volendo salvare i rispetti umani e mettersi al coperto dalla sorpresa di una pioggia improvvisa o di un colpo di sole, la seconda classe è fatta apposta.

Se amate i comodi della vita, o se viaggiate per conto di qualche cliente, non c’è da esitare: la prima classe è quella che più conviene.

– Se dovete fermarvi in qualche Stazione intermedia, non vi divagate troppo: e particolarmente, non vi lasciate prendere dalle carezze di Morfeo. Rammentatevi che il sonno è traditore. Il sonno tradì Parisina – e non era in wagone!

– Viaggiando in terza o quarta classe, dove il vento ha libero dominio, sarà bene che il vostro cappello sia fortemente adeso alla vostra testa – perché restandone senza (del cappello, beninteso, non già della testa) avreste è vero, la soddisfazione di mettere il buonumore e l’ilarità in tutta la brigata, ma vi toccherebbe poi  l’umiliazione di fasciarvi il capo col fazzoletto da naso, per il rimanente del viaggio. Io non ho mai creduto che il cappello conico sia il coperchio più artistico che potesse toccare all’uomo: ma  neppure il fichu si addice gran cosa alla fisionomia maschile, specialmente se questa è fornita di baffi e fedine. Se per disgrazia il vento vi involasse il cappello, e foste di coloro che hanno la velleità di coltivare sul mento, e nei dintorni una barba alla cappuccina, allora vi consiglio piuttosto di prendere un cimurro di testa, che a fasciarvi la nuca col fazzoletto da naso. L’ilarità dei vostri compagni di viaggio, ne sono sicuro, diventerebbe smodata e provocante.

– Ogni volta che il treno è sul punto di partire, se voi parlate caldamente con la persona di faccia, procurate che tra il vostro naso e quello dell’interlocutore, ci passi una rispettosa distanza – poiché, nell’urto che si danno tra loro i wagoni, movendosi, potrebbe accadervi, come è accaduto a tanti, che il vostro interlocutore venisse a darvi un bacio (coi denti) sul tenerume delle vostre narici. Questi baci, di sovente, arrivano all’anima assai più… del primo bacio d’amore!

– Se il wagone in cui entrate vi lascia libero nella scelta del vostro posto, fate in modo di scansare la vicinanza dei ragazzi e dei parlatori di vantaggio. Tanto i primi che i secondi finirebbero per cavarvi di cervello.

– La vita è breve… ma la noia è lunga! Perciò se desiderate ammazzare in qualche modo le lunghissime ore del wagone, procacciatevi un libro… o fate mentalmente il riepilogo delle vostre passività.  

Glaciazioni

Ieri mattina, appena mi sono seduta sul treno, mi sono accorta che il finestrino vicino al mio seggiolino era leggermente aperto. Visto che, nonostante la temperatura ormai primaverile, sui nostri treni ancora il riscaldamento è acceso, non mi è dispiaciuto che ci fosse quello spiraglio, dal quale entrava un po’ di aria fresca mattutina. Ho quindi deciso di non cambiare posto. Una volta partito il treno pero`, a causa del vento e del rumore, ho pensato fosse meglio chiuderlo. Ho provato un paio di volte, ma nonostante i miei tentativi, il vetro scorreva nella guida, ma non riusciva a bloccarsi nel supporto superiore e scendeva di nuovo. Poiché non era troppo freddo ho lasciato perdere e mi sono messa a leggere. Dopo pochi minuti, la signora seduta sul seggiolino al lato del mio (nota: non dietro di me!) visibilmente alterata, mi ha invitato a chiudere il finestrino perché così non era possibile stare, a causa del vento e del rumore. Il tono era piuttosto risentito, quasi fossi stata io a osare aprirlo. Le ho spiegato che il finestrino doveva essere rotto, perché non si bloccava sul supporto, ma lei non ha voluto crederci. “Ora ci provo io!” mi ha detto, guardandomi come se fossi una bambina stupida. Ha dato una bella botta verso l’alto al vetro, che lì per lì si è fermato. “Visto che non era rotto?” mi ha detto con una vocina odiosa. Naturalmente al primo scossone della carrozza il vetro ha iniziato a scendere lungo la guida e il risultato è stato che alla fine era più aperto di prima. Visibilmente sconfitta, la signora ha preso le sue borse e ha iniziato a girare nervosamente nella carrozza cercando un altro posto per sedersi.  Sembrava un leone in gabbia. “Non ce la faccio a stare li, c’è troppo vento, e un rumore terribile, non si può viaggiare in queste condizioni”. Effettivamente c’era un po’ di rumore, è vero, ma la temperatura era sicuramente sopportabile, visto il livello cui era tenuto il riscaldamento. Alla fine ha trovato un posto un po’ più in là e il viaggio è continuato normalmente. Io sono rimasta nel posto di partenza, sotto il vento. Sono arrivata a destinazione, non ho avuto ripercussioni particolari, insomma, sono sopravvissuta. Penso che uno degli effetti della vita moderna è quello di essere diventati un po’ troppo sensibili e intolleranti rispetto alle condizioni ambientali (e non solo purtroppo) che ci circondano: piove un giorno e non sopportiamo più la pioggia, ogni estate sento qualcuno che dice “Un caldo così non l’avevo mai patito”, idem per il freddo in inverno, due fiocchi di neve e siamo paralizzati. Un po’ di spirito di adattamento in più e un po’ meno aria condizionata potrebbe forse farci bene. In fondo, lo dice anche Darwin, la specie che si adatta alle mutazioni dell’habitat è quella vincente. Dalle glaciazioni, si sono salvati i topi, mentre sono spariti i dinosauri.