Mentre aspetto il treno…

Oggi, mentre aspettavo il treno, ho letto questo:

[…] “Sulla scia di questa dimostrazione riguardante l’effetto dei nostri atti sull’insorgere delle cose dell’esistenza, segnalo che, se la previsione frettolosa viene spesso punita, lo è altrettanto l’attesa forsennata. Mentre l’essere umano immagina, con il suo fare ingenuo, che scrutare il futuro farà accadere il futuro, lasciatemi dire subito che prende una cantonata, e non ci giro intorno. Così accade con l’autobus, e scelgo un esempio di portata internazionale. Per estendere l’universalità del discorso si può sostituire l’autobus con la linea 4 del metrò, è equivalente. Dopo quattro minuti di attesa, tempo massimo che possa tollerare un essere umano normalmente strutturato qualunque sia l’evento auspicato (e qui non parlo di mia sorella, che è un caso del tutto particolare perché aspettare le piace e non desidera che l’evento si verifichi, ebbene sì, ragazzo mio, tua zia, ma non voglio annoiarvi con i miei guai di famiglia), dopo quattro minuti il viaggiatore scruta con muto fervore la strada, il viale, i binari, la pista, nella speranza di veder comparire il veicolo. Scruta, e con questo sovrappiù di sorveglianza del reale conta di provocare il verificarsi dell’evento.

È un errore fatale. Più scrutate e più l’autobus (il metrò, la piroga, il vaporetto) recalcitra. Uno scrutamento eccessivo può addirittura indurre il blocco completo del traffico. E perché? Perché scrutare significa sorvegliare, sorvegliare significa attendersi, attendersi significa assoggettarsi, e assoggettarsi significa diluirsi nella schiavitù, proprio così, ragazzo mio. E sappi che né all’autobus, né alla piroga, né al treno a vapore piace rispondere alla supplica di una creatura della cui felicità diventa di colpo responsabile. Fa dietrofront, e ne ha assolutamente diritto. Per l’autobus, obbedire, andare a collocarsi alla fermata,  significa assumersi il rischio non indifferente di alienare la propria libertà cedendo alla preghiera che grava sul suo collare a spalla. La servile attesa del viaggiatore può provocare, per feedback, la schiavitù dell’autobus. Da cui si evince che il principio dell’attesa determina il blocco istantaneo del veicolo per un naturale riflesso di sopravvivenza. Invece, chiudete gli occhi, comportatevi con disinvoltura, e l’autobus passerà.

Attenzione, vi metto in guardia, poiché l’autobus è tutt’altro che stupido, tanto vale saperlo subito: la finta disinvoltura, per quanto allettante, viene subito decifrata come vera attesa e non funziona. Donde la massima: squallidi stratagemmi, miseri risultati. Perciò non si tratta di fingere la disinvoltura, ma di compiere, durante l’attesa, un esercizio di intensa meditazione che vi introdurrà alla disinvoltura autentica. Questo stratagemma, frutto di anni di pratica, garantisce il sistema più sicuro per essere trasportati senza grosse preoccupazioni.” […] 

Fred Vargas

Piccolo trattato sulle verità dell’esistenza.

Einaudi Stile Libero Extra, 2013, pag. 25-27

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Aspettando

L’autobus

Che smetta di piovere

Il treno della mattina

Che qualcuno risponda al telefono

Che arrivi una ventata che mi porti via

Di diventare grande per poter guidare il treno

Pubblicità regresso

Alzarsi la mattina quaranta minuti in anticipo rispetto solito, per prendere il treno che precede quello consueto e arrivare in tempo e possibilmente non troppo trafelata a un importante appuntamento di lavoro, salvo poi vedere vanificare il tutto a causa dei quaranta minuti di ritardo accumulati per “inconvenienti al materiale rotabile” e arrivare al suddetto appuntamento appena in tempo, scapigliata e con il fiatone, non ha prezzo…. Anzi, ce l’ha: centotredici euro e cinquanta centesimi al mese per l’esattezza.

Per tutto il resto, c’è Trenitalia….

2012-08-29 17.41

Pendolariadi

Tempo fa ho ritrovato un mio diario delle superiori, una vecchia Smemoranda, tutta sformata per la quantità di ritagli che ci avevo appiccicato,  e ho iniziato a sfogliarla. Tra le varie cose che si scrivono a quell’età, c’era, racchiusa in una cornicetta tutta fiorita, con grafia curata, la frase:

Ogni mattina, in Africa, una gazzella si sveglia, sa che deve correre più in fretta del leone o verrà uccisa. Ogni mattina, in Africa, un leone si sveglia, sa che deve correre più in fretta della gazzella, o morirà di fame. Quando il sole sorge, non importa se sei un leone o una gazzella: L’importante è che cominci a correre…

Sono passati ormai venti anni, purtroppo non scrivo più sul diario della Smemoranda, anche se la rimpiango un po’ e più volte sono stata tentata di ricomprarmene una. Adesso scrivo su questo blog. Quindi, ecco una rielaborazione della frase precedente che rispecchia di più la mia realtà quotidiana attuale:

“Ogni mattina, nella stazione, un pendolare si sveglia, sa che deve correre più in fretta del treno, o lo perderà. Ogni mattina, nella stazione, un treno si sveglia, sa che deve correre, o i pendolari in orario si arrabbieranno. Quando il sole sorge, non importa se sei un pendolare o un treno. L’importante è che cominci a correre”.

In questi mesi il mio percorso pendolare include, due giorni alla settimana, un cambio nella stazione di Firenze Santa Maria Novella, tra un treno della linea Empoli-Pisa e uno Pontassieve-Arezzo. Il viaggio di andata, la mattina, di solito, non presenta particolari problemi, dato che ho un margine di un quarto d’ora tra uno e l’altro, che talvolta mi consente pure di prendere un caffè. La situazione si complica al ritorno, poiché il margine a quell’ora si riduce a sette minuti e il treno utile successivo parte dopo venticinque minuti. In questi sette minuti, che solitamente sono molto meno a causa dei fisiologici ritardi e della coda per scendere, devo in pratica attraversare tutta la stazione: i treni in arrivo da Arezzo di solito sono al binario sedici, mentre quelli per Empoli-Pisa partono dai binari uno o due.

Appena scesa, scatta quindi la corsa contro il tempo, una corsa disordinata e sconnessa, con sciarpe che svolazzano e borse che sbattono qua e là.  Una corsa a ostacoli che, contrariamente a quelli della disciplina sportiva, non sono fissi ed equispaziati, nel  mio caso sono mobili e imprevedibili: il gruppo dei corpulenti turisti tedeschi con i loro zaini e gli inconfondibili sandali con i calzini, inamovibili, di fronte ai binari dieci e undici  in attesa del Frecciarossa, i turisti giapponesi con i trolley scintillanti, che invece si muovono seguendo traiettorie caotiche e frenetiche, l’addetto alle pulizie con la sua macchinetta, che sterza sempre all’ultimo momento obbligandoti a bruschi cambi di traiettoria.

Come nelle gare ciclistiche gli addetti si affiancano ai corridori per dare loro qualcosa da bere, anche a me si affiancano vari personaggi, ma non per darmi un supporto. Mi parlano in varie lingue, ma le loro frasi finiscono puntualmente con “… un euro!”, io rispondo, in modo automatico, “No mi spiace non ho niente, devo scappare, scusa!” e continuo la mia corsa.

Non sono la sola a intraprendere questa sfida, durante il tragitto mi accorgo che ci sono altri che corrono nella mia stessa direzione, per raggiungere in tempo lo stesso treno. Allora, alla fretta, si aggiunge la competizione: l’obiettivo di prendere il treno diventa subordinato a quello di raggiungere e superare il pendolare corridore che ho davanti, appena lo faccio, anche lui accelera per riprendermi.  Leggevo giorni fa un articolo su National Geographic sull’argomento, intitolato, per l’appunto, “Siamo nati per correre”. Secondo gli autori dell’articolo, “la sensazione di euforia che regala la corsa è stata la spinta evolutiva che ci ha reso cacciatori più efficienti e, che ci piaccia o no, degli atleti.”

Arrivata al binario, a volte purtroppo mi accorgo che il treno si sta già muovendo, allora assaporo l’amaro della sconfitta. Altre volte le porte sono già chiuse, ma vedo, in fondo, la sagoma scura del capotreno che mi fa cenno di sbrigarmi. Allora, con l’energia rimasta, mi preparo allo scatto finale. Quando mi immagino questa scena da fuori, la vedo al rallentatore, con la colonna sonora di “Momenti di Gloria”, mentre con grandi falcate percorro tutta la lunghezza del treno, il capotreno avvicina il fischietto alla bocca e solleva il braccio con il fazzoletto verde. La realtà è un po’ diversa, il mio stile di corsa non è proprio elegante come quello di una gazzella, in questi momenti maledico la mia pigrizia e l’avversione nei confronti dell’attività fisica. L’ultima scintilla di energia mi serve per salire sul vagone, anche oggi ce l’ho fatta!

Glaciazioni

Ieri mattina, appena mi sono seduta sul treno, mi sono accorta che il finestrino vicino al mio seggiolino era leggermente aperto. Visto che, nonostante la temperatura ormai primaverile, sui nostri treni ancora il riscaldamento è acceso, non mi è dispiaciuto che ci fosse quello spiraglio, dal quale entrava un po’ di aria fresca mattutina. Ho quindi deciso di non cambiare posto. Una volta partito il treno pero`, a causa del vento e del rumore, ho pensato fosse meglio chiuderlo. Ho provato un paio di volte, ma nonostante i miei tentativi, il vetro scorreva nella guida, ma non riusciva a bloccarsi nel supporto superiore e scendeva di nuovo. Poiché non era troppo freddo ho lasciato perdere e mi sono messa a leggere. Dopo pochi minuti, la signora seduta sul seggiolino al lato del mio (nota: non dietro di me!) visibilmente alterata, mi ha invitato a chiudere il finestrino perché così non era possibile stare, a causa del vento e del rumore. Il tono era piuttosto risentito, quasi fossi stata io a osare aprirlo. Le ho spiegato che il finestrino doveva essere rotto, perché non si bloccava sul supporto, ma lei non ha voluto crederci. “Ora ci provo io!” mi ha detto, guardandomi come se fossi una bambina stupida. Ha dato una bella botta verso l’alto al vetro, che lì per lì si è fermato. “Visto che non era rotto?” mi ha detto con una vocina odiosa. Naturalmente al primo scossone della carrozza il vetro ha iniziato a scendere lungo la guida e il risultato è stato che alla fine era più aperto di prima. Visibilmente sconfitta, la signora ha preso le sue borse e ha iniziato a girare nervosamente nella carrozza cercando un altro posto per sedersi.  Sembrava un leone in gabbia. “Non ce la faccio a stare li, c’è troppo vento, e un rumore terribile, non si può viaggiare in queste condizioni”. Effettivamente c’era un po’ di rumore, è vero, ma la temperatura era sicuramente sopportabile, visto il livello cui era tenuto il riscaldamento. Alla fine ha trovato un posto un po’ più in là e il viaggio è continuato normalmente. Io sono rimasta nel posto di partenza, sotto il vento. Sono arrivata a destinazione, non ho avuto ripercussioni particolari, insomma, sono sopravvissuta. Penso che uno degli effetti della vita moderna è quello di essere diventati un po’ troppo sensibili e intolleranti rispetto alle condizioni ambientali (e non solo purtroppo) che ci circondano: piove un giorno e non sopportiamo più la pioggia, ogni estate sento qualcuno che dice “Un caldo così non l’avevo mai patito”, idem per il freddo in inverno, due fiocchi di neve e siamo paralizzati. Un po’ di spirito di adattamento in più e un po’ meno aria condizionata potrebbe forse farci bene. In fondo, lo dice anche Darwin, la specie che si adatta alle mutazioni dell’habitat è quella vincente. Dalle glaciazioni, si sono salvati i topi, mentre sono spariti i dinosauri.