Il treno dopo

A volte mi capita di dover far tardi al lavoro e di prendere il treno dopo, vale a dire quello che parte un’ora dopo l’orario solito. Ieri sera ho dovuto prendere il treno dopo al treno dopo. Mi sono quindi ritrovata alla stazione intermedia, dove devo cambiare, all’ora in cui di norma ho già finito di cenare, di rimettere a posto in cucina e mi sto avviando verso il meritato riposo sul divano.

Stanca morta, mi guardo intorno, un po’ disorientata. Questo luogo di transito dovrebbe essere ormai familiare, invece a quest’ora a malapena riconosco la struttura dell’edificio.

Manca la luce, ormai è buio già da un po’ ed è scesa una nebbia umida e opaca che confonde le forme e nasconde le distanze.

Mancano i gruppetti di studenti di ritorno dalle lezioni a scuola e all’università, chiassosi e allegri.

Mancano le tre signore che passano il tempo del viaggio sferruzzando infaticabili il loro lavoro a maglia, che parlano sempre di analisi mediche e malattie improbabili.

Mancano i ragazzetti che tornano dagli allenamenti di calcio, sempre a discutere tattiche e decisioni del mister.

Manca quel signore in giacca e cravatta, che ha sempre il cellulare appiccicato all’orecchio. Sarà a casa a giocare con il figlioletto. Come faccio a saperlo? Semplice, ho sbirciato lo sfondo del suo tablet una volta mentre scendevo dal treno e ho notato un bambino che rideva su una bicicletta rossa.

Manca il nonno che porta il nipotino a vedere il treno.

Le serrande del bar sono abbassate. Alla biglietteria non c’è più nessuno. Osservo l’immagine di me riflessa dal vetro, è spenta e grigia.

Siamo rimasti in pochi, pendolari ritardatari, e il cupo silenzio che avvolge tutto ci allontana, sembriamo ancora meno.

Sulla panchina lungo il binario due, una donna bionda, avrà sì e no la mia età, parla da sola. Ogni tanto scoppia in una grassa risata che scuote tutta la stazione. Ha con sé uno zaino scucito e due borse di plastica gonfie di oggetti eterogenei, da cui spunta un cartone di Tavernello.

Due uomini, con la barba incolta e i vestiti trasandati, passano in rassegna le macchinette distributrici di bevande e cibarie alla ricerca di qualche monetina dimenticata.

Un controllore, con la sua valigetta nera, si avvia verso l’uscita. Ha ancora la forza e la voglia di fischiettare un motivetto allegro, che stona un po’ con l’atmosfera triste che ha intorno.

Mi sento come catapultata in un mondo parallelo, che non conosco e che temo anche un po’. Una cosa però rimane immutata rispetto alla realtà di qualche ora fa, a me più familiare. Il treno che sto aspettando è in ritardo di più di venti minuti, a  fronte dei dieci silenziosamente dichiarati dal tabellone. Ma a quest’ora nessuno lo annuncia, e nessuno si arrabbia. Tanto, ormai, non c’è più nemmeno fretta.

Pendolare con la testa tra le nuvole

La vita da pendolare non è sempre grigia…

 

The body scanner

 

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©www.vitadapendolare.wordpress.com

Devono aver aumentato i controlli di sicurezza nelle stazioni, ho pensato questo pomeriggio, quando sono arrivata sulla banchina del terzo binario, da dove parte, alle 17.19, il treno che mi riporta  a casa. Perché quello che ho trovato lì, davanti a me, appena fuori dal sottopassaggio, non può che essere un moderno body scanner, ultimo ritrovato delle più avanzate ricerche nel campo della bionica e della cibernetica.

Il suo aspetto non è certo quello dei dispositivi a cui siamo abituati negli aeroporti, per camuffarsi e non dare nell’occhio, ha le fattezze di un comune viaggiatore: un giovanotto alto, jeans sapientemente consunti, camicia azzurra a righe, moderna borsa da ufficio, folti e scuri capelli ricci, occhialoni da sole, sigaretta e telefonino all’orecchio.

La sua posa, leggermente asimmetrica, il braccio destro mollemente disteso lungo il fianco con la sigaretta tra le dita, quello sinistro piegato per reggere il telefonino, mi ricorda il mio illustre concittadino che scruta i suoi visitatori dall’alto del piedistallo in Piazza della Signoria. Bè devo dire che a differenza sua, il nostro personaggio di oggi ha un fisico un pochino più rilassato e soprattutto è vestito.

Come dicevo, il soggetto in questione non è un comune viaggiatore ma un sofisticato dispositivo di sorveglianza posto lungo i binari. Deve essere ancora un prototipo, dato che i suoi controlli non sono uniformi, ma rigorosamente selettivi. L’oggetto delle sue scansioni è costituito esclusivamente da individui di sesso femminile, nella fascia di età compresa tra i 18 e i 35 anni, con conformazione fisica che rispetti precisi canoni di proporzione. L’abbigliamento troppo ingombrante deve interferire con le sue indagini, per cui i soggetti troppo vestiti, con indumenti larghi e coprenti, vengono liquidati con un’analisi sommaria. Come potete immaginare, anche dal retrogusto acidulo di questo post, io sono ormai fuori dal suo target.

Ha un sacco da fare in questi giorni, dato che sono ricominciate le scuole, stanno per partire i corsi all’università e la stagione ancora buona attira un bel numero di turiste. Una volta individuato il soggetto, inizia il processo di scansione, che parte dai piedi e risale, soffermandosi nella zona dei fianchi e del seno, per proseguire fino alla testa e scendere di nuovo. Manca solo il tipico “bzzzz” dei dispositivi elettromeccanici per lo spostamento della testa del sensore. In alcuni casi particolari, tipicamente in soggetti abbigliati con shorts o minigonna e magliettina aderente, per migliorare il processo di acquisizione dell’immagine tridimensionale, abbassa gli occhiali sul naso e accompagna l’operazione con una smorfia soddisfatta della bocca.

Pochi secondi prima della partenza del treno getta la sigaretta, sale sulla carrozza, si siede, prende un paio di cuffie dalla borsa, le collega al telefonino, tocca lo schermo tre o quattro volte e si addormenta… pardon, si disattiva..

 

 

Davide vs Golia

Seduta su una panchina solitaria un po’ in disparte, lungo il binario, sto divorando pagine e pagine del “thrillerone” che va di moda in questi giorni, non vi sto neanche a dire il titolo, tanto penso che lo immaginiate…

Ad un certo punto, un simpatico amico, per nulla intimorito dalla mia presenza, inizia a saltellare intorno al mio zaino, arrivando fin quasi alle scarpe. Fa di tutto per farsi notare e per farsi dare qualcosa da sgranocchiare. Purtroppo non ho niente di commestibile con me. Nonostante tutto il simpatico volatile continua a girellare intorno alla mia panchina. Non mi dà fastidio, è simpatico e mi tiene compagnia.

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Ma la pacchia dura poco, ecco arrivare un grosso piccione. Probabilmente, vedendo il suo piccolo simile ronzarmi intorno, ha pensato che qui ci sia qualcosa da mangiare. Si avvicina facendo il grosso, come un bullo, un teppistello di periferia,  mettendo in mostra i pettorali, come per dire: “Qui comando io, Ciccio, smamma prima che ti sistemi per le feste!!”. Il piccoletto non ci sta e si avvicina ancora di più alle mie scarpe.

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Ma non c’è niente da fare. Le leggi della natura spesso e volentieri non vanno d’accordo con i sentimenti di simpatia. Davide è l’eccezione, di solito sono i Golia ad averla vinta nel mondo reale. E difatti la prestanza fisica e l’atteggiamento arrogante del piccione  alla fine hanno la meglio e il piccolo pennuto è costretto a ritirarsi in buon ordine. L’antipatico piccione continua a passeggiare intorno alla panchina, cercando di farsi notare per elemosinare qualche briciola. Caro mio, hai sprecato la tua arroganza oggi, non ho niente da darti e, anche se avessi avuto qualcosa, non te lo saresti proprio meritato.

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La banalità di un cappuccino

Alla stazione di arrivo, sono in coda alla cassa del bar: ho solo dieci minuti di tempo, ma un’assoluta necessità direi quasi fisiologica di caffeina, per partire con la giornata lavorativa.

Davanti a me ci sono tre persone: due ragazze, probabilmente studentesse universitarie, e una signora più matura con un trench marrone.

È il turno della signora:

<<Buongiorno, un caffè e una pasta, per favore.>>

La cassiera:

<<Sono due euro, che pasta le do?>>

<<Quella lì con la crema, no, non quella, che mi sembra bruciacchiata, l’altra, ecco sì, quella! Me la incarta per favore? Grazie, arrivederci.>>

La signora si sposta al lato della coda e sistema nel borsellino decorato da strass il resto. È il turno delle ragazze, che stanno parlottando tra loro. La cassiera le incoraggia:

<<Prego?>>

Si fa avanti una delle due:

<<Buongiorno, un’informazione: nel caffè al ginseng c’è la caffeina?>>

La cassiera, chiaramente non troppo preparata sull’argomento, risponde con malcelata incertezza:

<<Non credo, no, no, in quello al ginseng la caffeina non c’è…>>

La signora col trench, intanto, s’intromette:

<<Io invece sapevo che c’era… Sì, sì, una minima parte di caffeina c’è anche nel caffè al ginseng, anch’io lo prendo a volte, mi piace…>>

Guardo l’orologio, impaziente, rischio di fare tardi… La ragazza si consulta con l’amica:

<<Allora che si fa? Se c’è la caffeina, tu non lo puoi bere… Prendiamone uno in due, vai, se lo assaggi e basta vedrai che non ti fa niente!>>

La ragazza paga e prende il resto e insieme all’amica si sposta verso il bancone. Finalmente è il mio turno.

<<Buongiorno. Un cappuccino, per favore.>>

<<Vuole anche una pasta?>>

<<No, no, solo un cappuccino.>>

Pago in fretta, prendo lo scontrino e mi avvicino al bancone. Davanti a me ho le tre donne di prima e una coppia, un uomo e una donna, entrambi molto alti di statura, con un bel fisico atletico, arrivati dall’altra cassa. È il loro turno per ordinare, inizia la donna:

<<Un caffè alto, macchiato con latte di soia.>>

<<Non abbiamo latte di soia, mi spiace…>>

<<Ma alla cassa mi avevano detto che ce l’avete… Vabbè lasci stare, un caffè alto e basta allora.>>

Tocca al suo compagno ordinare:

<<Per me un latte macchiato tiepido, con pochissimo caffè se possibile.>>

Poi ecco le nostre tre conoscenze, la signora col trench:

<<Un caffè al vetro non troppo alto… Mi può passare lo zucchero di canna?>>

Seguono le due ragazze del ginseng, e finalmente, arriva il mio turno:

<<Buongiorno, un cappuccino per favore…>>

Il barista indugia qualche secondo, attendendo qualche requisito fantasioso, ma io non aggiungo altro. Lui allora m’incalza:

<<Normale?>>

Rispondo, forse un po’ bruscamente:

<<Sì, sì, normale>>

Il barista, deluso, inizia la preparazione della ormai tanto attesa bevanda. Il tempo a mia disposizione è quasi finito, bevo il mio cappuccino “normale” in fretta e per poco non mi scotto. Esco dal bar con una fastidiosa sensazione di inadeguata banalità.

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Il silenzio dei manifesti

Ha colpito di nuovo, freddo e calcolatore come sempre. Non ha resistito neppure un giorno, appena ha visto le sue prede, non ha pianificato, non si è fatto sfuggire l’occasione. Come un predatore nella savana, ha trovato e colpito le sue vittime. Chi è? Nessuno lo sa. Nessuno conosce il suo volto. Nessuno l’ha mai visto all’opera. L’hanno soprannominato in tanti modi: il terrore delle fotomodelle, l’incubo dei pubblicitari, il fantasma del sottopassaggio.

La sua ultima apparizione risale a pochi giorni fa, quando una nota compagnia telefonica ha promosso una nuova tariffa, tappezzando la stazione e il relativo sottopassaggio con grossi manifesti, dai quali simpatici fotomodelli e fotomodelle ci invitano, in varie lingue, a prendere in considerazione l’offerta proposta. È bastata una sola notte e lui, il misterioso e oscuro serial writer, ha colpito. Ed ecco i risultati.

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Le facce sorridenti e rassicuranti sono state velocemente trasformate, grazie all’abile azione di un pennarello esperto, in smorfie grottesche. Un incisivo qua, un canino di là, tutti i volti sui manifesti sono stati sfregiati in questo modo. A differenza degli atti vandalici a cui siamo abituati, particolarmente frequenti nelle stazioni e dintorni, in questo lo sfregio è solo ed esclusivamente odontoiatrico: non ci sono altri scarabocchi, firme o scritte. E questo infittisce il mistero. Perché lo fa? Sicuramente è stato un trauma subito da piccolo. Forse, durante una rissa con dei bambini più grandi, per un cazzotto un po’ troppo forte ha perso un incisivo. O magari, qualche anno dopo, il dentista, un vecchio sadico dall’aspetto tutt’altro che rassicurante, gli ha voluto togliere un dente del giudizio senza fargli l’anestesia.

Esce la sera sul tardi, quando è buio, e si aggira circospetto per la città in cerca della prossima vittima, che non può evidentemente ribellarsi o difendersi dal suo pennarello nero. Magari a casa sua ha una stanza dove si rifugia, uno scantinato debolmente illuminato da una vecchia e polverosa lampadina a incandescenza da pochi watt. Uno di quegli scantinati che quando scendi le scale, i gradini di legno scricchiolano e senti in sottofondo una musica inquietante, che ti fa pensare “ma chi me lo fa fare di scendere fin quaggiù?”.  Lì dentro, di nascosto, colleziona riviste patinate di moda e, con perizia, sfregia, uno a uno, i sorrisi di modelle, attrici e soubrette…

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La panchina della stazione

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Passo le mie giornate guardando il marciapiede davanti a me e, poco oltre, il binario due. Non è una gran bella vista, a dire il vero, lo ammetto. La linea gialla, che nessuno dovrebbe oltrepassare, è interrotta proprio qui di fronte da una crepa scura sull’asfalto, da cui spuntano alcuni fili d’erba rinsecchiti. La massicciata dei binari è cosparsa di rifiuti: tre bicchieri di Estathè, due lattine di Cocacola,  una bottiglia di birra, involucri vuoti delle patatine, cartacce varie. Eppure, proprio accanto a me hanno appena sistemato tre contenitori per i rifiuti nuovi. Certo che la gente a volte è proprio incivile. Come quei ragazzini che una mattina, aspettando il treno, hanno deciso di sfregiarmi con un temperino, scrivendo sulla superficie del legno “Forza Juve”, con una brutta e storta calligrafia oltretutto. Poi ne sono arrivati altri, con un temperino più grosso hanno cancellato “Forza” e con una calligrafia ancora più brutta e ancora più storta hanno aggiunto “Merda”.

Una vita triste e monotona, la mia, penserete voi. Magari, nei miei panni, preferireste essere piuttosto la panchina di un giardinetto pubblico, dove siedono le mamme e i nonni quando portano i bimbi a giocare.  Oppure una di quelle panchine della terrazza sul lungomare, affacciata sugli ombrelloni, che guarda le onde lambire il bagnasciuga. O, perché no, una panchina di legno rifinita grossolanamente, di quelle che si trovano nei sentieri di montagna, quando il viottolo si affaccia sulla valle, rivelando un panorama mozzafiato.

Vi sbagliate però, la mia vita non è per niente monotona. La mattina, ancor prima dell’alba, inizia a passare davanti a me un mondo variegato e colorato. Le persone arrivano con andatura lenta, assonnata, alcuni si siedono mentre aspettano il treno. C’è chi ha già la forza di chiacchierare, chi sfoglia il giornale, chi legge un libro. Poi arriva il treno, i freni stridono nello sforzo di rallentare il bestione d’acciaio, le porte sbuffano prima di aprirsi. Le persone salgono e il marciapiede si svuota. Solo per poco però, già dal sottopassaggio spuntano le teste di altri viaggiatori, e poi arriva un altro treno, e poi un altro ancora.

Ma ecco che sta arrivando il regionale delle diciotto e quarantadue, che riporta a casa buona parte di quelli che sono partiti stamani. Ecco la signora con il tailleur  e i tacchi che sta sempre al telefono. Subito dietro di lei, passa la coppietta di adolescenti sempre mano nella mano, sempre a sbaciucchiarsi. E poi arriva anche la ragazza con i pantaloni larghi, gli scarponi, il berretto e la borsa di pezza e in mano quel grosso tomo dalla copertina blu. E poco più in là, il bambino, arrivato con la nonna sul binario, scalpita perché ha visto il babbo scendere dalla carrozza. E i tre venditori ambulanti con le grosse borse di plastica azzurra e il mazzo di ombrelli al braccio si allontanano chiacchierando. E i ragazzacci che l’altro giorno mi hanno sfregiato, sempre a ridere sguaiati, spingendosi goffamente, e dandosi delle spallate, per fortuna oggi non hanno intenzione di fermarsi. Ed ecco anche la ragazza nomade, quella con le lunghe trecce nere, con il cagnolino e l’organetto, la gonna a fiori e i sandali sui calzettoni a righe, anche per lei la giornata volge al termine.

E poi, anche tra l’asfalto, il cemento o l’acciaio, specialmente in primavera, qualche volta arriva una piacevole piccola sorpresa colorata, come per esempio questa:

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19 marzo

Nonno, ma oggi non arriva il treno?

Viaggia con un po’ di ritardo, Lorenzo, bisogna aspettare…

Uffa ma io mi annoio, è sempre in ritardo!

Stai buono dai, e non andare di là dalla linea gialla, che se arriva la Frecciarossa ti porta via!

Uffa, ma quando arriva?

Dai Lorenzo, vieni qua che ti leggo il libro!

Prese il libro dalla tasca interna del giubbotto, aveva la copertina di cartone verdolino, gli angoli un po’ sciupati, le pagine ingiallite. Apparteneva a suo figlio ed erano anni che giaceva immobile nella libreria della sua vecchia camera. “Che strano”, gli venne da pensare, “a mio figlio non ho mai letto un libro”.

Dai nonno, leggi!

Va bene, va bene, che fretta hai? Tanto bisogna aspettare il treno…

“…E il povero Pinocchio cominciò a piangere e a berciare così forte, che lo sentivano da cinque chilometri lontano.

Geppetto, che di tutto quel discorso arruffato aveva capito una cosa sola, cioè che il burattino sentiva morirsi dalla gran fame, tirò fuori di tasca tre pere, e porgendogliele, disse:

 — Queste tre pere erano per la mia colazione: ma io te le do volentieri. Mangiale, e buon pro ti faccia.

— Se volete che le mangi, fatemi il piacere di sbucciarle.

 — Sbucciarle? — replicò Geppetto meravigliato.

 — Non avrei mai creduto, ragazzo, mio, che tu fossi così boccuccia e così schizzinoso di palato. Male! In questo mondo, fin da bambini, bisogna avvezzarsi abboccati e a saper mangiare di tutto, perché non si sa mai quel che ci può capitare. I casi son tanti!

— Voi direte bene, — soggiunse Pinocchio, — ma io non mangerò mai una frutta, che non sia sbucciata. Le bucce non le posso soffrire. ―

 E quel buon uomo di Geppetto, cavato fuori un coltellino, e armatosi di santa pazienza, sbucciò le tre pere, e pose tutte le bucce sopra un angolo della tavola.

Quando Pinocchio in due bocconi ebbe mangiata la prima pera, fece l’atto di buttar via il torsolo: ma Geppetto gli trattenne il braccio, dicendogli:

 — Non lo buttar via: tutto in questo mondo può far comodo.

 — Ma io il torsolo non lo mangio davvero!… — gridò il burattino, rivoltandosi come una vipera.

 — Chi lo sa! I casi son tanti!… — ripetè Geppetto, senza riscaldarsi.

 Fatto sta che i tre torsoli, invece di essere gettati fuori dalla finestra, vennero posati sull’angolo della tavola in compagnia delle bucce.

 Mangiate o, per dir meglio, divorate le tre pere, Pinocchio fece un lunghissimo sbadiglio e disse piagnucolando:

 — Ho dell’altra fame!

 — Ma io, ragazzo mio, non ho più nulla da darti.

 — Proprio nulla, nulla?

— Ci avrei soltanto queste bucce e questi torsoli di pera. — Pazienza! — disse Pinocchio — se non c’è altro, mangerò una buccia. —

 E cominciò a masticare. Da principio storse un po’ la bocca; ma poi, una dietro l’altra, spolverò in un soffio tutte le bucce: e dopo le bucce, anche i torsoli, e quand’ebbe finito di mangiare ogni cosa, si battè tutto contento le mani sul corpo, e disse gongolando:

 — Ora sì che sto bene!

 — Vedi dunque, — osservò Geppetto, — che avevo ragione io quando ti dicevo che non bisogna avvezzarsi né troppo sofistici né troppo delicati di palato. Caro mio, non si sa mai quel che ci può capitare in questo mondo. I casi son tanti!… —“

Nonno, nonno, arriva, guarda!

Visto come va veloce stasera? Ci credo, è in ritardo…

Che bello! Da grande voglio diventare il pilota della Frecciarossa…

Va bene, Lorenzo, ora però andiamo a casa che sennò la tu’ nonna si preoccupa…

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Note: il post è dedicato a tutti i Geppetti, il testo del settimo capitolo de “Le Avventure di Pinocchio” l’ho ripreso da qui.

Il pendolare oscuro

Le giornate finalmente stanno iniziando ad allungarsi e la mattina quando parto c’è già un po’ di luce. Menomale, perché se avessi incontrato un paio di mesi fa il personaggio di stamani, quando ancora era buio pesto, sarei scappata a gambe levate.

E’ seduto nell’ultima panchina lungo il marciapiede, ai limiti della pensilina. Tiene le gambe accavallate, la schiena è curva e la testa bassa. E’ vestito completamente di nero e ha con sé uno zaino, che tiene vicino al suo fianco destro sulla panchina. Non capisco se sia un uomo o una donna. Il grosso cappuccio del suo giubbotto copre quasi tutto il volto e getta un’ombra scura sulla parte inferiore, teoricamente visibile.

Si massaggia continuamente le mani, come si fa quando ci si dà la crema, per farla assorbire, ma l’ostinata ripetizione dei movimenti dei polsi e delle dita e il ritmo preciso rendono quel semplice gesto innaturale e inquietante. Osservo meglio, le mani sono piccole e sottili, questo mi fa pensare che si tratti di una donna, ma non ne sono sicura. La carnagione è leggermente olivastra. Sbirciando (da lontano!) dentro al cappuccio mi accorgo che le labbra si stanno muovendo. Faccio qualche passo nella sua direzione e presto attenzione per cercare di sentire. Apparentemente sta parlando da solo. Una cantilena monotona, con un’intonazione tra l’irritato e il minaccioso.

A un certo punto dalla tasca del giubbotto estrae una busta da lettera, è piegata a metà e dal suo volume intuisco che deve contenere diversi fogli. La osserva per qualche istante, sempre parlottando. Il volume è molto basso, non riesco a sentire cosa dice e nemmeno a capire la lingua. Con le mani gira e rigira la busta, mi accorgo che su un lato c’è scritto qualcosa a mano, probabilmente l’indirizzo del destinatario. Dall’altra tasca estrae quindi un accendino, con cui incendia la busta. Per un po’ la tiene sospesa con la mano sinistra, osservando le fiamme che la avvolgono e la divorano. Mi pare di vedere le piccole fiamme riflettersi, rosse, sui suoi occhi arrabbiati, ma questa probabilmente è solo una mia suggestione. Quando ormai non può più tenerla, la lascia cadere in terra. L’odore della carta bruciata si spande lungo la banchina. Mentre il fuoco finisce di consumare la busta e il suo contenuto, trasformandoli in fragili farfalle di cenere che volano verso l’ingresso del sottopassaggio, l’oscuro personaggio continua il suo sommesso monologo e riprende a massaggiarsi le mani.

Finalmente arriva il treno, la gente inizia a muoversi, lui rimane seduto sulla panchina, con le gambe accavallate e la schiena curva. Lo perdo di vista mentre salgo in treno, entro nella carrozza e mi siedo. Appena sistemata, mi affaccio dal finestrino e guardo verso l’ultima panchina, ma il pendolare oscuro non c’è più…

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Bohémien del terzo millennio

Il mio pendolarismo include una passeggiata, solitamente abbastanza piacevole, attraverso le vie del centro, per andare dalla stazione all’ufficio e viceversa. La città dove lavoro non è molto grande, i miei orari sono più o meno costanti, di conseguenza le facce che incrocio sono sempre le stesse e dopo un po’ ho imparato a riconoscerle. Ce n’è una che incontro con particolare frequenza. Appartiene a un uomo abbastanza anziano, anche se non saprei quantificarne l’età. E’ magro e non molto alto, la sua postura è piuttosto incurvata, il viso è scarno e rugoso, ha pochi capelli scuri, gli occhi sono rotondi e sporgenti. In questo periodo indossa un giubbotto di almeno due taglie più grande del necessario, in un’anonima tonalità beige. Solitamente non presta particolare attenzione alle cose e alle persone che lo circondano, semplicemente, come me, va dove deve andare.

Qualche giorno fa, un pomeriggio, riesco a uscire dal lavoro mezzora prima, per dare un’occhiata ai saldi. Il mio passo è più rilassato e il mio sguardo più distratto del solito. Sarà per questo che l’uomo con il giubbotto beige, per la prima volta, mi ferma con uno “Scusi signora…”

Non avendo particolare fretta mi soffermo un attimo per sentire cosa ha da chiedermi. Mi racconta che è un pittore ma che è molto sfortunato, è malato, soffre della sindrome bipolare ed entra ed esce di continuo dalle case di cura. Sua madre è molto anziana e sta in una casa  di riposo. Mi dice che non ha nemmeno i soldi per comprarsi da mangiare e mi chiede qualche spicciolo almeno per prendere un cappuccino caldo al bar.

La storia di questo signore un po’ sfortunato e un po’ bohémien mi commuove e, anzi, per certi aspetti mi affascina. Immagino una vita avventurosa e sregolata, alla Van Gogh. Immagino che viva in un piccolo appartamento ricavato nella mansarda di uno dei vecchi palazzi del centro, cui si arriva da una stretta e ripida scala buia. Immagino il disordine: quadri non finiti, scarabocchi, bottiglie vuote. Immagino un abbaino che si affaccia sui tetti della città…

In tasca ho alcune monete e decido di dargliele.

Proseguendo la mia passeggiata verso la stazione continuano a ronzarmi per la testa le atmosfere magiche e un po’ rétro di “Midnight in Paris”, ma arrivata alla stazione il tabellone dell’orario mi riporta alla meno romantica realtà, informandomi che il mio treno ha venti minuti di ritardo.

Decido di ingannare l’attesa prendendo un caffè nel bar della stazione: faccio lo scontrino e vado al bancone. Mentre aspetto il mio turno, vedo con la coda dell’occhio il signore con il giubbotto beige davanti a una di quelle maledette macchinette mangia-soldi. Sta giocandosi una manciata di monete, tra cui, probabilmente, quelle che gli avevo dato io.

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