Il silenzio dei manifesti

Ha colpito di nuovo, freddo e calcolatore come sempre. Non ha resistito neppure un giorno, appena ha visto le sue prede, non ha pianificato, non si è fatto sfuggire l’occasione. Come un predatore nella savana, ha trovato e colpito le sue vittime. Chi è? Nessuno lo sa. Nessuno conosce il suo volto. Nessuno l’ha mai visto all’opera. L’hanno soprannominato in tanti modi: il terrore delle fotomodelle, l’incubo dei pubblicitari, il fantasma del sottopassaggio.

La sua ultima apparizione risale a pochi giorni fa, quando una nota compagnia telefonica ha promosso una nuova tariffa, tappezzando la stazione e il relativo sottopassaggio con grossi manifesti, dai quali simpatici fotomodelli e fotomodelle ci invitano, in varie lingue, a prendere in considerazione l’offerta proposta. È bastata una sola notte e lui, il misterioso e oscuro serial writer, ha colpito. Ed ecco i risultati.

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Le facce sorridenti e rassicuranti sono state velocemente trasformate, grazie all’abile azione di un pennarello esperto, in smorfie grottesche. Un incisivo qua, un canino di là, tutti i volti sui manifesti sono stati sfregiati in questo modo. A differenza degli atti vandalici a cui siamo abituati, particolarmente frequenti nelle stazioni e dintorni, in questo lo sfregio è solo ed esclusivamente odontoiatrico: non ci sono altri scarabocchi, firme o scritte. E questo infittisce il mistero. Perché lo fa? Sicuramente è stato un trauma subito da piccolo. Forse, durante una rissa con dei bambini più grandi, per un cazzotto un po’ troppo forte ha perso un incisivo. O magari, qualche anno dopo, il dentista, un vecchio sadico dall’aspetto tutt’altro che rassicurante, gli ha voluto togliere un dente del giudizio senza fargli l’anestesia.

Esce la sera sul tardi, quando è buio, e si aggira circospetto per la città in cerca della prossima vittima, che non può evidentemente ribellarsi o difendersi dal suo pennarello nero. Magari a casa sua ha una stanza dove si rifugia, uno scantinato debolmente illuminato da una vecchia e polverosa lampadina a incandescenza da pochi watt. Uno di quegli scantinati che quando scendi le scale, i gradini di legno scricchiolano e senti in sottofondo una musica inquietante, che ti fa pensare “ma chi me lo fa fare di scendere fin quaggiù?”.  Lì dentro, di nascosto, colleziona riviste patinate di moda e, con perizia, sfregia, uno a uno, i sorrisi di modelle, attrici e soubrette…

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Sotto-passaggi

Mi chiamo Gabriele. Vivo in una grande città, non occorre specificare quale, perché i quartieri periferici come quello dove abito sono tutti uguali, fatti di brutti palazzi, vecchie fabbriche ormai chiuse e abbandonate, aree che dovevano essere giardini, ma che ormai sono invase dalle sterpaglie. Di lavoro faccio il musicista. Ogni mattina parto con la mia chitarra, arrivo nel sottopassaggio della stazione ferroviaria vicino a casa mia, sistemo la scatola da scarpe per terra, vicino a me, e inizio a suonare. Non è una stazione centrale, la mia, nel sottopassaggio non ci sono negozi o bar, ma solo graffiti e sporcizia di vario tipo. Da qui non passano turisti spaesati con i trolley colorati e gli uomini d’affari con la ventiquattrore di pelle, ma solo pendolari stanchi. Li vedo, sono stanchi già la mattina,  che strascicano le gambe verso il rispettivo treno.

C’è un signore che arriva sempre tardi e corre verso il binario, purtroppo però spesso quando arriva a salire le scale del sottopassaggio, il treno è già arrivato e sta svuotando il suo carico di passeggeri. Il signore allora si ritrova a percorrere le scale in salita e “controcorrente”, un po’ come i salmoni, che risalgono i fiumi, talvolta non ci riesce e torna indietro mestamente.

C’è  una signora, anche lei arriva sempre tardi, con i pantaloni attillati, la borsa all’ultima moda e i tacchi rigorosamente a spillo. Anche lei tenta di correre per raggiungere il binario, ma con quei tacchi, a camminare, mi ricorda tanto un Tirannosaurus  Rex.

C’è poi un uomo sulla trentina, vestito da impiegato, che ogni mattina mi lascia qualche spicciolo. “Bisogna supportare gli artisti”, mi disse una volta. Chissà, forse voleva diventare anche lui un musicista, magari anche un musicista di strada come me. Magari qualche anno fa aveva i capelli lunghi e pensava di poter cambiare il mondo. Ma poi come tutti, ha preferito accontentarsi di un lavoro sicuro, il cosiddetto posto fisso, un po’ monotono magari, come ha avuto il coraggio di dire un certo ministro, ma che almeno gli permette di pagare il mutuo in banca e mantenere la famiglia.

La sera vedo gli stessi personaggi che percorrono il tragitto in senso opposto. Sempre più stanchi, procedono verso le loro macchine e le loro abitazioni, senza curarsi di niente e nessuno, nemmeno di me, che cerco inutilmente di svegliarli con ritmi allegri.

Un pomeriggio, fuori dal sottopassaggio, un gruppo di attivisti di sinistra stava distribuendo volantini sul valore della Resistenza. C’era una ragazza carina tra loro, sembrava anche molto simpatica, che, oltre a distribuire i volantini, tentava di scambiare qualche parola con i passanti, per spiegare loro le varie iniziative che stavano promuovendo. Senza molti risultati, visto che nelle stazioni ferroviarie tutti hanno sempre fretta. Si stava abbattendo, la vedevo, allora ho iniziato a suonare “Bella ciao”.

L’altra settimana ho preso l’influenza e sono stato a casa per quattro giorni. Quando sono tornato, ho notato che tutte queste ombre erano un po’ meno indifferenti, anche se gli spiccioli erano sempre pochi, per lo meno qualcuno mi ha sorriso, qualcun altro, passandomi davanti, ha rallentato un pochino. Quella sera sono tornato a casa più contento del solito.