La ragazza afgana prende il bus

Si chiama Sharbat Gula, è nata nel 1972 ed è stata fotografata da Steve McCurry nel 1984 nel campo profughi di Peshawar.  L’immagine, splendida e nota a tutti, è stata la copertina di un famoso numero di National Geographic. A me, come a molti penso, colpisce soprattutto il verde magnetico e l’espressione indecifrabile degli occhi. Ho avuto la fortuna di visitare la mostra “Viaggio intorno all’uomo” dedicata al fotografo lo scorso anno, a Siena, mi è piaciuta tantissimo. Per l’occasione la cittadina era invasa dalle immagini dell’allora dodicenne ragazza afgana: incrociavi il suo sguardo enigmatico appena scesa dal treno, nel sottopassaggio, e poi lungo le strade, nelle vetrine dei negozi… La mostra purtroppo  si è conclusa nel mese di novembre scorso e piano piano anche le riproduzioni della famosa foto sono andate a sparire. Ma i mezzi pubblici, si sa, hanno sempre un po’ di resistenza al cambiamento e forse, chissà, si sono affezionati alla ragazzina. Tant’è che giusto ieri, a diversi mesi di distanza, ho ritrovato con piacere i magici occhi verdi su un autobus extraurbano, ed eccola qua, Sharbat Gula, nel traffico mattutino di una mattina di fine giugno…

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Il silenzio dei manifesti

Ha colpito di nuovo, freddo e calcolatore come sempre. Non ha resistito neppure un giorno, appena ha visto le sue prede, non ha pianificato, non si è fatto sfuggire l’occasione. Come un predatore nella savana, ha trovato e colpito le sue vittime. Chi è? Nessuno lo sa. Nessuno conosce il suo volto. Nessuno l’ha mai visto all’opera. L’hanno soprannominato in tanti modi: il terrore delle fotomodelle, l’incubo dei pubblicitari, il fantasma del sottopassaggio.

La sua ultima apparizione risale a pochi giorni fa, quando una nota compagnia telefonica ha promosso una nuova tariffa, tappezzando la stazione e il relativo sottopassaggio con grossi manifesti, dai quali simpatici fotomodelli e fotomodelle ci invitano, in varie lingue, a prendere in considerazione l’offerta proposta. È bastata una sola notte e lui, il misterioso e oscuro serial writer, ha colpito. Ed ecco i risultati.

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Le facce sorridenti e rassicuranti sono state velocemente trasformate, grazie all’abile azione di un pennarello esperto, in smorfie grottesche. Un incisivo qua, un canino di là, tutti i volti sui manifesti sono stati sfregiati in questo modo. A differenza degli atti vandalici a cui siamo abituati, particolarmente frequenti nelle stazioni e dintorni, in questo lo sfregio è solo ed esclusivamente odontoiatrico: non ci sono altri scarabocchi, firme o scritte. E questo infittisce il mistero. Perché lo fa? Sicuramente è stato un trauma subito da piccolo. Forse, durante una rissa con dei bambini più grandi, per un cazzotto un po’ troppo forte ha perso un incisivo. O magari, qualche anno dopo, il dentista, un vecchio sadico dall’aspetto tutt’altro che rassicurante, gli ha voluto togliere un dente del giudizio senza fargli l’anestesia.

Esce la sera sul tardi, quando è buio, e si aggira circospetto per la città in cerca della prossima vittima, che non può evidentemente ribellarsi o difendersi dal suo pennarello nero. Magari a casa sua ha una stanza dove si rifugia, uno scantinato debolmente illuminato da una vecchia e polverosa lampadina a incandescenza da pochi watt. Uno di quegli scantinati che quando scendi le scale, i gradini di legno scricchiolano e senti in sottofondo una musica inquietante, che ti fa pensare “ma chi me lo fa fare di scendere fin quaggiù?”.  Lì dentro, di nascosto, colleziona riviste patinate di moda e, con perizia, sfregia, uno a uno, i sorrisi di modelle, attrici e soubrette…

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