Incubo di un pomeriggio di mezza estate

Esco stanca e sudata dal lavoro, oggi non funzionava neppure l’aria condizionata. Ma sono tranquilla, non prenderò un malanno, dato nemmeno sul treno funziona. Per lo meno è quasi vuoto, mi metterò a leggere un po’, per rilassarmi. Rettifica, è appena salita una combriccola allegra, colorata e disordinata di gente proveniente dal mare. È formata da una quindicina di adulti e cinque o sei bambini sotto i tre anni, ovviamente accompagnati da borsoni, borsine, borsette, zaini, passeggini, borse termiche, borse da spiaggia, borse della spesa, asciugamani, cappelli, contenitori di ogni forma, colore e dimensione. L’aria calda e umida nella carrozza è pervasa da un odore di crema solare, panino con la mortadella, sudore. Sono stati tutto il giorno al mare, beati loro, sono contenti e riposati e trasmettono tutta la loro gioia agli altri passeggeri emettendo decibel e decibel di risate sgangherate. Vorrei le cuffie giganti che indossa quel ragazzetto seduto là in fondo: sembra così assorto e isolato dal resto della carrozza. Forse se mi concentro nella lettura non li sento. Ci riesco, quasi, ma all’improvviso uno dei bambini scoppia in una bizza disperata. Più che un pianto sembra un misto tra il grido di dolore di un animale preistorico e gli artigli di Freddy Krueger strisciati su una lavagna. I genitori lo ignorano totalmente. Se avessi il numero di cellulare di un esorcista, oggi lo chiamerei. Cambiare carrozza? Sono troppo stanca, poi, arrivando nella stazione e vedendo la quantità di gente che è salita non penso che la situazione migliorerà. Il viaggio sembra ancora più lungo, anche perché nel frattempo il treno per qualche inspiegabile motivo ha accumulato un quarto d’ora di ritardo. Guardo fuori dal finestrino, per distrarmi, ma non funziona. Finalmente il treno rallenta, gli adulti del gruppo confusionario raccolgono tutte le loro carabattole e si preparano a scendere. Una delle donne prende in collo il piccolo indemoniato, che sorprendentemente si mette a strillare ancora più forte, sbracciandosi e agitandosi, non riesco a capacitarmi di come tutto ciò sia fisicamente possibile. La mamma, per niente turbata, cerca con non troppa convinzione e scarsi risultati di calmarlo. Il convoglio si ferma, le porte si aprono, le emissioni acustiche piano piano si placano, finalmente. Si riparte e nelle orecchie ho il tipico fruscio che si percepisce dopo essere stati in discoteca o sotto le casse di un concerto heavy metal. Il treno giunge finalmente alla mia fermata, con passo stanco, quasi strascicando i piedi arrivo a casa e mi getto sotto la doccia, finalmente è finito l’incubo… fino a domani, almeno!

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Alla ricerca di…

Nei moderni treni pendolari è sempre più frequente trovare carrozze dove i sedili non sono organizzati in gruppi di quattro, vis à vis, per intenderci, ma sono disposti a coppie, tutti nello stesso verso, come sui pullman, con direzioni opposte sui due lati del corridoio. Questa sistemazione ha l’indubbio vantaggio di poter garantire un maggiore numero di posti a sedere ai viaggiatori, ma toglie un po’ di comfort e, perché no, di poesia, al viaggio in treno. Avere di fronte il retro dei due sedili antecedenti dà inoltre la sensazione di chiuso, di essere isolati, soli con i propri pensieri. Così finisce che, costretti in questo spazio limitato, che erroneamente percepiamo come intimo e privato, non ci rendiamo conto che a pochi passi di distanza, in direzione opposta, un’altra pendolare, con un libro in mano, una blogger per di più, ci sta osservando…

 

La faccia non è nuova, anzi, è una di quelle figure che incontro quasi quotidianamente, che mi sembra di conoscere, nonostante non ci abbia mai scambiato parola. Maschio, alla soglia degli –anta, aspetto molto curato. Veste sempre abiti molto eleganti: giacca, cravatta, in genere in colori scuri, all’orecchio porta sempre un auricolare. Per questi motivi dentro di me l’ho soprannominato “l’agente Smith”.

Con gli occhi semichiusi nascosti da un paio di lenti scure, guarda fuori dal finestrino il paesaggio che corre verso di lui: le colline, gli alberi, il cielo, le nuvole, l’infinito….

E cerca… cerca dentro di sé, cerca ciò che non può trovare, là, fuori.

Un ricordo del passato, reminiscenze di un’infanzia che ormai è svanita, oppure un pensiero fisso, dentro la sua mente, nel punto più nascosto, inaccessibile. Come un’odiosa incrostazione, lo infastidisce, lo turba, vorrebbe eliminarla con tutte le sue forze. Ma prima deve scovarla, nelle oscure caverne del suo inconscio…

E ci mette davvero tutto il suo impegno in questa estenuante ricerca di se stesso… aiutandosi con il dito indice della mano destra, alternato con il mignolo.

Cerca, cerca ovunque, esplora ogni pertugio, con minuziosa perizia. Periodicamente estrae le falangi dalle oscure cavità, distoglie lo sguardo dal paesaggio e osserva il risultato, per poi riprendere, imperterrito, questo lavoro di manuale pulizia interiore.

La sua intensa attività distoglie la mia attenzione dal libro che sto leggendo per alcuni istanti. Cerco di non fissarlo troppo, non vorrei turbarlo in questo momento d’intimità e mi costringo a concentrarmi sulle pagine, che però non riescono a scorrere.

E ancora, prima una falange, poi anche un pezzetto della seconda, per raggiungere le profondità più recondite del proprio “io” e liberarle dalle impurità e dalle incrostazioni. I suoi occhi, sempre persi, verso l’orizzonte, l’infinito, ignorano la presenza degli altri viaggiatori.

Tutta la magia di questi lunghi istanti di vita pendolare svanisce all’improvviso, con un trillo metallico: come destatosi da un sogno, estrae dalla tasca l’impeccabile smartphone nero e risponde alla chiamata. Dopo pochi istanti arriviamo alla sua fermata e, sempre parlando al telefono, scende dal treno.

Cosa non farò quando andrò in pensione

… se mai ci andrò, ma questa è un’altra storia.

Non andrò alla posta alle otto di mattina, come dovevo fare per forza quando andavo a lavorare e non intaserò per mezza mattinata lo sportello perché non mi torna il conto della pensione di questo mese.

Non andrò al supermercato il sabato mattina.

Se proprio dovrò andarci, non assalirò come una furia il reparto delle offerte, pretendendo di acquistare il massimo possibile dei prodotti scontati, come se dovessi accaparrarmi beni di prima necessità per un evento bellico imminente.

Non palperò con metodica assiduità tutte le mele e tutti i pomodori del reparto ortofrutta, non busserò contro tutti i cocomeri per trovare quello migliore, maturo al punto giusto, anche perché non ho mai capito e probabilmente mai capirò  che suono fa un cocomero buono.

Se, al mercato, sul treno, sull’autobus, in coda alla posta, in coda dal dottore, incontrerò qualche mia amica, non inizierò con i resoconti tipo bollettino di guerra, su chi è morto questa settimana e come, su chi si è sentito male ed è stato ricoverato. Non informerò il mondo che mi circonda sulla salute mia e dei miei familiari, non descriverò a tutte le persone che condividono il mio spazio i dettagli più raccapriccianti delle malattie che ho avuto.

In luoghi pubblici, dove altri sono costretti a sentire i miei sproloqui, non lancerò critiche generiche sulle generazioni che mi seguiranno, della serie “… i giovani di oggi non sono buoni a niente, non capiscono niente eccetera”, salvo poi, un attimo dopo, decantare le fantastiche doti della mia nipotina (ammesso che ne abbia mai una), che è la prima della classe,  è la più brava della scuola di danza e le hanno assegnato il ruolo da protagonista nel saggio di Natale, suona il violoncello e ha vinto il titolo di Piccola Miss del quartiere.

Non prenderò l’autobus per andare al mercato nell’orario di spostamento dei pendolari. Che cavolo ci andrei a fare, alle otto e mezzo di mattina, al mercato? Potrei benissimo andarci alle dieci quando i pendolari sono già al lavoro, no?

Non salirò sull’autobus con il carrellino pieno zeppo di spesa, pretendendo di andare a sedere nel posto più distante da me.

Non brontolerò continuamente, rivolta alla ragazza di colore vistosamente incinta e con un bimbo piccolo in collo, che “… questi stranieri sono proprio maleducati, non lasciano il posto a sedere alle persone anziane, vorrei vedere se lo facessero nel loro paese… ” e discorsi qualunquisti/razzisti di questo genere.

Ma soprattutto, non mi alzerò dal mio posto a sedere, ottenuto facendo valere i miei diritti di anzianità su un povero studente assonnato, sette fermate prima della mia, che poi è anche il capolinea dove scendono tutti, spingendo, calpestando, molestando i poveri passeggeri appesi ai supporti in modo precario e pressati come in una scatola di sardine, gridando ogni volta, nelle orecchie del malcapitato “Scende alla prossima lei? Si può spostare un pochinino? C’è gente che deve scendere! Oh! Non si spostano mica sai…”,  per poi centrare, con il mezzo tacco della scarpa sinistra, di cuoio nero con una bella fibbia dorata, molto bon-ton devo dire, l’alluce destro di una povera pendolare, appena arrivata con il treno, rovinandole l’inizio della giornata.

Caro compagno di viaggio…

Caro compagno di viaggio di oggi, che condividi con me quest’angusto spazio, in piedi nel vestibolo di un treno pendolari sovraffollato a causa della cancellazione del treno precedente e surriscaldato da un sole prematuramente torrido, il fato ha voluto farci incontrare, o, meglio, scontrare, e percorrere insieme un tratto della nostra esistenza. Nonostante l’intersezione tra i nostri universi sia stata breve e fugace, mi sembra già di conoscerti un po’ e posso affermare con sicurezza di non sopportarti proprio per niente. Te lo dico chiaramente, sei odioso e antipatico. Ma oggi mi sento buona e nonostante la mia avversione nei tuoi confronti, voglio scriverti questa lettera, per darti qualche consiglio per i tuoi prossimi viaggi, casomai ti capitasse di trovarti di nuovo in una situazione come quella che stiamo passando.

Innanzi tutto, se salendo sulla carrozza sei stato fortunato e la marea umana ti ha spostato in prossimità dell’unico appiglio a cui i viaggiatori si possono sostenere, ti prego, non avvinghiartici sopra come una ballerina di lap-dance, impedendone l’accesso a chiunque e lasciando tutti gli altri in balia degli scossoni a urtare uno contro l’altro, spintonandosi, calpestandosi vicendevolmente i piedi alla vana ricerca di un precario equilibrio. E se possibile regola un po’ il volume con cui discuti con il tuo collega, che a sua volta si è letteralmente seduto sul corrimano lungo le scalette, accaparrandosi e monopolizzando un altro possibile appiglio, siete solo a un metro di distanza in fondo. A me e agli altri viaggiatori stanchi, compressi e senza sostegno, mica interessa di quel progetto megalitico a cui state lavorando. Certo, ci fa piacere che stiate preparando la missione per la conquista di Marte, brevettando un metodo sicuro per la fusione fredda o combinando un’operazione finanziaria da milioni di milioni… Se non mostriamo l’interesse che meritate è perché in questo momento siamo presi da problemi contingenti di infima importanza rispetto ai vostri, tuttavia poco gradevoli: io ad esempio sono costretta a manovre da surfista e la mia vicina, nelle mie stesse condizioni, mi ha appena calpestato l’alluce con il tacco a spillo delle sue lucide decolté.

Caro compagno di viaggio, sempre tu,  tu che viaggi con uno zaino che sembra la gobba di un dromedario nel deserto, il carapace di una testuggine delle Galapagos, perché non te lo togli di dosso, viste le condizioni in cui stiamo viaggiando? Non puoi perché custodisce i tuoi preziosi congegni tecnologici? Allora, per lo meno evita di spostarti ogni dieci secondi sbattendolo in faccia a tutti noi! Anche perché prendersi una i-paddata nel mento a pochi secondi di distanza dal perforamento dell’alluce non fa piacere, diciamo…

Ma siamo quasi arrivati, mio caro compagno di viaggio, o, meglio, io sono arrivata, mentre tu prosegui. Il treno si ferma, si aprono le porte, insieme a me devono scendere tante altre persone. Potresti, per una manciata di secondi, farti un pochino da parte, spostarti in quell’angolino che si è liberato, invece di startene lì impalato nel proprio davanti all’uscita, come un cactus nel deserto nel bel mezzo di una tempesta di sabbia, o come uno dei faraglioni di Capri, con il tuo zaino monolitico, che infrangi le onde di pendolari che vorrebbero scendere. E se ti chiedo “Permesso, per favore”, perdona il mio tono perentorio e irrispettoso, ma davanti a me già vedo la muraglia umana di quelli che vogliono salire e se perdo ancora solo qualche istante rischio di non scendere mai più e, oltretutto, di dovermi sorbire per altri interminabili minuti, la tua brillante eloquenza.

Ce l’ho fatta a scendere, finalmente, caro compagno di viaggio. Per oggi, e probabilmente per sempre, la nostra forzata convivenza è terminata. Ci rivedremo su qualche altro treno, chissà, forse in qualche altro posto, forse non ci incontreremo mai più. Ti saluto, caro compagno, in fondo mi stavi anche un po’ simpatico. Ora che ci penso, a volte, senza rendermene conto, ti somiglio anche un po’. E allora, buon viaggio, alla prossima.

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Tempi moderni 2.0

E’ venerdì mattina, la stanchezza inizia a farsi sentire, arrivo alla stazione all’ultimo minuto, quando il treno sta già avvicinandosi lungo il binario due. Di solito scelgo uno dei vagoni di testa, quelli più lontani e meno affollati, ma stamani non ho tempo e salgo su uno centrale, affollato dagli studenti delle superiori. Riesco comunque a trovare un posto, mi siedo vicino al finestrino e inizio a leggere

“… Essa era alta e snella per i quindici anni appena compiuti . Aveva il volto pallido, soffuso di quella patina dell’adolescenza che è come un pulviscolo d’oro e di luna cosparso sulle sembianze, impossibile a dirsi...”

Sollevo lo sguardo dal libro, sui dedili di fronte siedono due studentesse dei primi anni delle superiori.  Quella davanti a me biascica come un cammello una gomma da masticare, digitando freneticamente qualcosa sul suo telefonino. Ha gli occhi incorniciati da un trucco pesante sui toni del nero, una maglia lunga, leggins neri su pesanti anfibi. I capelli hanno un taglio dalla geometria ben definita, asimmetrico, e sono perfettamente lisci. Un brillantino spunta dalla narice sinistra. Riprendo a leggere.

“…Gli occhi grigi acciaio infossati nelle orbite, davano al suo sguardo un che di infantile dispetto…”

 

La ragazza, con lo sguardo fisso sul telefonino, gonfia un palloncino di gomma da masticare e lo fa esplodere rumorosamente.

“…Il naso delicatissimo, come ambrato, sulle labbra che erano naturalmente rosse e scoprivano i denti piccoli e fitti. Una scialbatura di efelidi agli zigomi trascolorava sull’avorio vivo della pelle. Era bella e innocente, vergine in ogni atteggiamento, in ogni espressione…“

Dietro il mio seggiolino, tre o quattro ragazzi parlano e ridono sguaiatamente.

“…Tutte le sue parole, anche le più consumate e proverbiali, acquistavano un sapore di schiettezza, tanto si avvertiva la persuasione che le ispirava…”

La mia lettura si interrompe bruscamente, un rumore improvviso mi fa trasalire, è stato uno dei ragazzi dietro di me, che ha emesso un sonoro rutto. Non ho mai sentito una cosa del genere, non riesco a capire come un fisico  esile e acerbo come quello del quindicenne, autore della prodezza, riesca a generare una simile potenza sonora. Gli amici si complimentano con lui, ridendo e bestemmiando in modo raccapricciante.

Chiudo il libro, lo rimetto in borsa, per oggi mi è passata la voglia di leggere.  Forse bisogna che cambi genere…

 

Per cortesia!

Stamani piove e come sempre in questi casi il primo treno della mattina è in ritardo così che devo rinunciare al cappuccino al bar appena fuori dalla stazione, peccato, perché ne ho proprio bisogno, per affrontare meglio questo freddo e questa umidità.

Ho tuttavia un po’ di tempo per un caffè al volo nel bar dentro la stazione, che non mi piace tanto, ma stamani dovrò accontentarmi. Faccio diligentemente la breve coda per lo scontrino e mi avvicino al bancone. Per metà è occupato da tre signori in giacca, cravatta e ventiquattrore che hanno già consumato, ma stanno lì immobili a parlare di lavoro. L’altra metà è inaccessibile a causa di una coppia di corpulenti turisti con invadenti valigie a seguito. Non essendo molto alta di statura non ho modo di farmi notare dal barista per ordinare, ma vedo che i due turisti hanno quasi finito la loro colazione e se ne stanno per andare, per cui mi preparo ad occupare il loro spazio. Per evitare di essere investita dalle loro valigie, mi sposto leggermente di lato. Gravissimo errore, un signore elegante con un impermeabile chiaro arrivato un attimo fa, ne approfitta per superarmi, ostacolandomi con una leggera spallata.

“Ma che modi!” esclamo, ma lui non sente, essendo impegnato in un’animata telefonata.

Lo osservo: non ha certamente l’aspetto del pendolare, è troppo elegante e sofisticato, di sicuro è un cliente di qualche Freccia, probabilmente di classe business, e sta andando a qualche riunione in cui parlerà di budget con un sacco di zeri e proietterà una colorata presentazione Power Point ricca di grafici ad altre persone eleganti e sofisticate come lui.

Sempre parlando al telefono, mostra lo scontrino al barista e, mentre sta parlando il suo interlocutore, con un movimento labiale molto esplicito ma privo di suoni, per non interrompere la preesistente conversazione, con aria molto solenne, di chi sta discutendo di cose veramente importanti, chiede un caffè.

Nonostante tutto, riesco a guadagnare la mia porzione di bancone e ad ordinare. Arriva prima il caffè del signore e lui come un falco si avventa sulla zuccheriera posta tra noi due. Dolcifica abbondantemente il suo caffè e ripone la zuccheriera dalla parte opposta rispetto a me, ignorandomi completamente. Poco male, io tanto lo prendo amaro.

L’atteggiamento scortese e  arrogante del signore stimola il mio sistema nervoso più della caffeina, anzi, la calda bevanda, nonostante tutto, ha su di me un effetto calmante. Finisco prima di lui, nel frattempo dietro di noi sono arrivate altre persone e c’è un po’ di affollamento. Ne approfitto per restituirgli la spallata, fingendo di andare a sbattere con l’ombrello tutto bagnato contro il suo impermeabile immacolato. Chiedo velocemente scusa e mi avvio tranquilla verso il lavoro.

al bar

Pendolari odiosi

Il caldo inizia a fare brutti scherzi. Questo per me è il periodo peggiore, perché il mio fisico non si è ancora ambientato al caldo  e agli shock termici cui lo sottopongo passando più volte dal gelo degli ambienti condizionati alla temperatura sahariana che c’è fuori.  Il risultato è un’anomala stanchezza e irritabilità. Ma non sono la sola, evidentemente. Mi pare che con il caldo la gente dia il peggio di sé, ma forse è solo una mia impressione.

Ieri pomeriggio, dopo una giornata di lavoro e, appunto, di caldo, salgo su una carrozza nuova di zecca, con una piacevole temperatura fresca. Il treno purtroppo, però, è abbastanza affollato (non si può mica avere tutto!).

Poco più avanti rispetto al mio posto, un giovanotto con un enorme paio di scarpe da ginnastica sta comodamente sdraiato occupando due posti, poggiando i suoi delicati piedini sul sedile di fronte al suo. Immagino, dopo una giornata al caldo come quella di ieri, il profumo in quella zona del vagone. Al suo fianco si siede una signora, una faccia nota ai miei occhi, una pendolare come me. Infastidita dall’atteggiamento del ragazzo, lo invita gentilmente a sedersi per bene, visto che il treno lo dobbiamo utilizzare tutti, anche molto spesso. Il giovane, con strafottenza e arroganza che non immaginavo possibile, risponde bruscamente: “Io i piedi li metto dove mi pare, hai qualcosa in contrario?” Non solo si rifiuta di assumere un atteggiamento civile, ma risponde con sorprendente maleducazione, rivolgendosi alla signora dandogli del “tu”. I toni si alzano, lei reclama il suo (nostro) diritto a un viaggio decente e i suoi (nostri) doveri di cittadini di un Paese civile. A questi argomenti il suddetto gentlemen risponde con un secco: “Ma sta’ zitta, va’!”

A questo punto noi altri pendolari (per fortuna ci sono anche un paio di uomini abbastanza ben piazzati) prendiamo le difese della signora, intimando questo buzzurro di darsi una calmata, ma… niente da fare, continua ostinatamente a tenere i piedi sul seggiolino.  Alla fine interviene il capotreno, grazie alla minaccia di chiamare la polizia, riesce a far scendere l’energumeno dal vagone. Il nostro eroe, allontanandosi lungo il binario, ci saluta mostrandoci il suo dito medio e dicendo: “Che c####o me ne frega a me, piglio quello dopo, di treno, e vaff…”

Finalmente, si parte.