Pendolare onirico

Viaggio in compagnia di una famigliola chiassosa: marito, moglie, bimbo 1 e bimbo 2, di circa due e quattro anni, stimo. Marito e moglie discutono su dove sia meglio mettere il passeggino. I bambini litigano e si becchettano, mettendosi a piangere alternativamente. Mi metto a leggere, per distrarmi.

La tua intelligenza non ha ali. Vai dietro a Comte e a tutta la sua viscida prole di ruffiani e leccapiedi. Parli della tua posizione nell’universo con una sicumera strabiliante. Dai l’impressione di pensare che un misero individuo come te possa avere una presa salda sull’Assoluto. Eppure stanotte andrai a letto e sognando darai vita a uomini, donne, bambini del passato e del futuro. Come fai a sapere che in questo istante, con tutta la boria che ti viene dal pensiero contemporaneo, non sei solo una creatura di un sogno sul futuro nella mente, poniamo, di un filosofo del Cinquecento? Come fai a sapere che non sei solo una creatura di un sogno sul passato di un hegeliano del 2500? Come fai a sapere, ragazzo, che non svanirai nel XVI o nel XXVI secolo nel momento in cui chi ti sta sognando si sveglierà?*

Il bimbo 1, non so come, si è arrampicato sullo schienale del sedile e ora incombe pericolosamente sulla mia testa. Il bimbo 2 sta gridando, cercando di imitare non so quale animale. Marito e moglie baloccano distrattamente con i rispettivi smartphone.

Mi viene da ripensare al brano appena letto. Se è vero che tutto questo è un’illusione, se è solo la proiezione di un sogno di qualcuno, nel passato o nel futuro, o in un mondo parallelo, questo “qualcuno” deve aver mangiato molto pesante, stasera a cena…

* Edward Page Mitchell, “L’orologio che andava all’indietro”, nella raccolta “Viaggi nel tempo”,  pag. 119-120, edita da Einaudi.

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Libri in viaggio

Viaggio sempre con dei libri. Mi scelgo un compagno per viaggiare, sempre, sempre, sempre. Avere un libro che ti accompagna è meraviglioso, è il miglior compagno di viaggio: sta zitto quando non vuoi che parli, parla quando vuoi sentir dire qualcosa, ti dà senza chiedere. Io trovo che i libri siano una grande e stupenda compagnia. Se lei viene nella mia biblioteca li vede, i miei veri grandi amici sono lì.

Tiziano Terzani.

Sono le parole con cui inizia un bellissimo volume dedicato al giornalista e scrittore fiorentino che mi è stato regalato a Natale, che, per la sua mole, non posso portare con me in borsa e che per questo era rimasto indietro tra le mie letture.

Anche se Tiziano nel testo si riferiva probabilmente ai suoi meravigliosi viaggi in Asia, per me queste parole valgono anche per i  quotidiani viaggi pendolari… 🙂

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di pirati, corsari, bucanieri e guasti temporanei all’infrastruttura

Sono già alcuni minuti che cammino, su e giù, lungo la banchina in attesa del treno, quando la voce meccanica dall’altoparlante annuncia che il treno che sto aspettando “arriverà con un ritardo previsto di dieci minuti a causa di un guasto temporaneo agli impianti di circolazione”. Mmmh… la cosa non mi convince molto, di solito quando ci sono guasti di questo tipo i minuti di ritardo sono ben più di dieci, ma cosa posso farci? Mi rassegno a prolungare l’attesa. Dieci minuti sono troppo pochi per andare al bar fuori dalla stazione a prendere qualcosa di caldo, ma sono troppi per starsene lì in piedi ad aspettare. Nell’ultima panchina c’è un posto libero, accanto a una ragazza alle prese con il suo smartphone. Mi siedo, prendo il libro dallo zaino e riprendo la lettura dal punto in cui l’avevo lasciata, ieri sera.

Il libro è “I segreti di Londra” di Corrado Augias. Ho scelto questo saggio come lettura di oggi, perché ho recentemente soggiornato per alcuni giorni nella capitale britannica, che non avevo mai avuto occasione di conoscere “per bene”, e ne sono rimasta davvero affascinata. Dello stesso autore avevo già letto “I segreti di Parigi”, e proprio grazie a quel libro avevo avuto occasione di scoprire e visitare luoghi veramente interessanti, al di fuori delle solite mete turistiche.

Stamani parto da pagina 164, dal capitolo intitolato “Corsari, pirati e bucanieri”. Fin dall’inizio la narrazione è interessante. Chi mai si ricordava le definizioni e le differenze tra corsari, bucanieri, filibustieri, farabutti?

Stanno ormai passando i dieci minuti di ritardo previsti, quando la voce meccanica dell’altoparlante aggiorna la previsione a venti. I miei compagni di viaggio iniziano a spazientirsi: c’è chi cammina nervosamente avanti e indietro, chi inizia a brontolare, chi scende nel sottopassaggio per controllare il monitor, chi telefona per avvisare del ritardo, ecc.. Anche a me quest’annuncio provoca un certo disappunto: se lo avessi saputo subito che il ritardo era così consistente sarei potuta andare al bar ad aspettare, almeno lì l’attesa sarebbe stata un po’ più confortevole. Che faccio, ci vado ora? Ma no, per dieci minuti non ne vale la pena. Riprendo la lettura.

Inizio a figurarmi in un’isoletta dei Caraibi: spiagge bianchissime, vegetazione lussureggiante, acque cristalline su cui galleggia una grossa nave dall’aspetto sinistro, dal cui albero maestro sventola l’inconfondibile Jolly Roger.

Sulla nave, poco a poco si materializzano figure dall’aspetto affascinante e al tempo stesso grottesco, oscuro e minaccioso, ma variopinto, uomini capaci di grandi avventure e gesti ignobili e crudeli. Sono catturata dalle loro imprese, le avventure, i viaggi intorno a un mondo nuovo, enorme rispetto a quello in cui viviamo noi, in buona parte ancora sconosciuto e inaccessibile. E, ancora, gli attacchi per depredare navi cariche di tesori a loro volta sottratti dalle terre appena scoperte nel continente americano, le liti, le risse, le tempeste in mare, i naufragi, le condizioni di vita precarie.

E intanto i minuti di ritardo diventano trenta.

Conosco e ritrovo personaggi immaginari e realmente esistiti: Barbanera, Francis Drake, il Corsaro Nero, Edward Low, capitan Kidd… Leggo con interesse i riassunti delle loro vite e delle rocambolesche imprese.

Quaranta minuti… Ma dai, così non si fa, però, non possono centellinare così le informazioni! Ma come si fa? Le telefonate di aggiornamento a colleghi, compagni di scuola e familiari si infittiscono e si arricchiscono di epiteti coloriti, un gergo quasi marinaresco, quasi come quello dei protagonisti delle storie che sto leggendo. Il volume delle lamentele nelle conversazioni lungo la banchina aumenta, non è semplice rimanere concentrati nella lettura.

Leggo delle tecniche di attacco, delle armi utilizzate, delle regole di comportamento. Una vita non semplice, la loro. Se un pirata veniva giudicato colpevole di un furto, ad esempio, veniva “sbarcato su un’isola deserta con una bottiglia d’acqua, un fucile e qualche pallottola”. In caso di disobbedienza o ammutinamento erano previsti vari tipi di punizioni, fustigazioni, torture, tra cui il temutissimo “giro di chiglia”.

Cinquanta minuti, sessanta…

E alla fine sono poco meno di settanta i minuti passati su quella panchina a leggere e ormai mi manca solo mezza pagina per finire il capitolo del libro, quando finalmente appare all’orizzonte il tanto atteso vascello… ehm… treno, tra i brontolii e gli improperi degli ormai esasperati pendolari superstiti.

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Mentre aspetto il treno…

Oggi, mentre aspettavo il treno, ho letto questo:

[…] “Sulla scia di questa dimostrazione riguardante l’effetto dei nostri atti sull’insorgere delle cose dell’esistenza, segnalo che, se la previsione frettolosa viene spesso punita, lo è altrettanto l’attesa forsennata. Mentre l’essere umano immagina, con il suo fare ingenuo, che scrutare il futuro farà accadere il futuro, lasciatemi dire subito che prende una cantonata, e non ci giro intorno. Così accade con l’autobus, e scelgo un esempio di portata internazionale. Per estendere l’universalità del discorso si può sostituire l’autobus con la linea 4 del metrò, è equivalente. Dopo quattro minuti di attesa, tempo massimo che possa tollerare un essere umano normalmente strutturato qualunque sia l’evento auspicato (e qui non parlo di mia sorella, che è un caso del tutto particolare perché aspettare le piace e non desidera che l’evento si verifichi, ebbene sì, ragazzo mio, tua zia, ma non voglio annoiarvi con i miei guai di famiglia), dopo quattro minuti il viaggiatore scruta con muto fervore la strada, il viale, i binari, la pista, nella speranza di veder comparire il veicolo. Scruta, e con questo sovrappiù di sorveglianza del reale conta di provocare il verificarsi dell’evento.

È un errore fatale. Più scrutate e più l’autobus (il metrò, la piroga, il vaporetto) recalcitra. Uno scrutamento eccessivo può addirittura indurre il blocco completo del traffico. E perché? Perché scrutare significa sorvegliare, sorvegliare significa attendersi, attendersi significa assoggettarsi, e assoggettarsi significa diluirsi nella schiavitù, proprio così, ragazzo mio. E sappi che né all’autobus, né alla piroga, né al treno a vapore piace rispondere alla supplica di una creatura della cui felicità diventa di colpo responsabile. Fa dietrofront, e ne ha assolutamente diritto. Per l’autobus, obbedire, andare a collocarsi alla fermata,  significa assumersi il rischio non indifferente di alienare la propria libertà cedendo alla preghiera che grava sul suo collare a spalla. La servile attesa del viaggiatore può provocare, per feedback, la schiavitù dell’autobus. Da cui si evince che il principio dell’attesa determina il blocco istantaneo del veicolo per un naturale riflesso di sopravvivenza. Invece, chiudete gli occhi, comportatevi con disinvoltura, e l’autobus passerà.

Attenzione, vi metto in guardia, poiché l’autobus è tutt’altro che stupido, tanto vale saperlo subito: la finta disinvoltura, per quanto allettante, viene subito decifrata come vera attesa e non funziona. Donde la massima: squallidi stratagemmi, miseri risultati. Perciò non si tratta di fingere la disinvoltura, ma di compiere, durante l’attesa, un esercizio di intensa meditazione che vi introdurrà alla disinvoltura autentica. Questo stratagemma, frutto di anni di pratica, garantisce il sistema più sicuro per essere trasportati senza grosse preoccupazioni.” […] 

Fred Vargas

Piccolo trattato sulle verità dell’esistenza.

Einaudi Stile Libero Extra, 2013, pag. 25-27

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Tempi difficili?

Dedico questo post alla mia amica  Annalisa, di professione libraia, come piccolo pensiero per il suo compleanno, che era ieri.

Ho vissuto il periodo di queste elezioni politiche con un’ansia particolare, culminata lunedì pomeriggio, alla chiusura dei seggi. Quel fatidico giorno ho cercato di sbrigare tutte le cose più urgenti in mattinata, ho mandato l’ultima email alle 15.18 e poi, come penso ogni italiano dotato di computer, mi sono collegata con i vari siti di informazione per seguire l’esito di questa direi storica tornata elettorale. E così è iniziata una danza frenetica e sincopata di sondaggi, proiezioni, exit poll, instant poll, previsioni di esperti, opinioni di opinionisti, e chi più ne ha più ne metta. Mi sono presto persa e ubriacata di quei numeri, di quelle percentuali, che ogni minuto paventavano scenari diversi. Per poco non ho perso il treno, presa com’ero dalle ultime notizie. Sul treno poi, subito mi sono collegata con il cellulare, come me hanno fatto molti miei compagni di viaggio. Sono andata a dormire appena ho visto che ormai i risultati sembravano stabilizzati, sfinita.

Martedì mi sono svegliata di cattivo umore, non mi aspettavo un esito del genere e sono rimasta decisamente delusa. Speravo che, rituffandomi nei problemi della quotidianità, mi sarebbe un po’ passata, ma non è andata proprio così. Sul treno sembrava di essere al mercato, il silenzio di ieri pomeriggio, carico di tensione e aspettative fiduciose, ormai era dimenticato. Tutti avevano da commentare, chi era contento, chi deluso, chi sorpreso. Tutti parlavano con una sicurezza e una consapevolezza notevole, “…tanto lo sapevo io che andava a finire così”, tutti sapevano cosa avrebbe fatto Bersani, cosa gli avrebbe risposto Grillo, le reazioni di Berlusconi. Come se fossero dei conoscenti, dei familiari. Che dire, beati loro, io proprio non lo sapevo che cosa sarebbe successo, chi si sarebbe alleato con chi, chi avrebbe mandato a quel paese chi altro e così via, e la cosa mi preoccupava abbastanza. Per la strada, parole come “alleanze”, “inciuci”, “rivoluzione”, “tutti a casa”, “così imparano” ecc. mi inseguivano. Al lavoro, di nuovo, un continuo discutere di politica. Sono andata a pranzo da sola, per riprendere un po’ fiato, ma, al tavolo accanto, un gruppetto di impiegati pontificava l’impresa di Grillo. Ho mangiato in fretta un pezzetto di pizza malamente riscaldato, che mi è rimasto sullo stomaco, e sono uscita. Entrata in un bar per un caffè, ho interrotto il barista dalla sua dotta dissertazione sugli errori di comunicazione del centrosinistra. Tutti a parlare, parlare, parlare, parlare, parlare, parlare…

Basta! Non ne potevo più! Avrei voluto mettermi a urlare, magari  proprio lì, in quel bar, all’improvviso, ma probabilmente la gente mi avrebbe gridato “Oh, che ti cheti? Dobbiamo parlare di politica, noi!”

Uscita di nuovo all’aria aperta e avendo ancora un po’ di tempo, sono andata a cercare un rifugio da tutto questo rumore assordante. E l’ho trovato, come spesso mi succede, in una libreria. Non c’era quasi nessuno, solo i commessi, ma erano impegnati a rimettere a posto dei volumi e non si sono curati di me. Finalmente, sola, lontano anche dai miei pensieri foschi, mi sono ripresa. Ho letto con calma i titoli sulle costole dei volumi ordinati sullo scaffale, ne ho presi alcuni, li ho aperti, sfogliati, ho letto qualche frase qua e là. Mi sono gustata con calma quei minuti di pace che finalmente ero riuscita a trovare.

Non so se gli psicologi hanno mai preso in considerazione la frequentazione di biblioteche e librerie come terapia contro l’ansia. Su di me ha veramente un effetto benefico, ma forse solo perché amo tanto i libri…

Ho scoperto prestissimo che i migliori compagni di viaggio sono i libri: parlano quando si ha bisogno, tacciono quando si vuole silenzio. Fanno compagnia senza essere invadenti. Danno moltissimo, senza chiedere nulla.”

Mi è venuta in mente proprio questa frase di Tiziano Terzani, ieri, nella libreria. Al contrario dei politici, che sbraitano alla televisione e della gente che fa loro cassa di risonanza ripetendo come pappagalli le frasi, soprattutto quelle scioccanti, i libri ti parlano solo se li interpelli, e lo fanno in modo discreto e silenzioso.

Sono uscita più sollevata, con meno pensieri per la testa e un libro in più in borsa.

Neanche a farlo apposta, si trattava di “Tempi difficili” di Dickens.

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Romanzo pendolare

Ne ho già parlato o meglio ne ho accennato, in vari miei post, del mio modo preferito di trascorrere il tempo sul treno durante i miei quotidiani spostamenti: leggere. Uno dei pochi vantaggi che vedo nell’essere pendolare è quello di avere a disposizione tempo, a sfare nel mio caso,  per la lettura.  Penso sia quindi arrivato il momento di dedicare almeno uno dei post di questo blog, che parla appunto della parte pendolare della mia vita, a questo argomento.

Circa tre anni fa, all’inizio della mia attuale situazione oscillatoria, quando ancora ero traumatizzata dal sonno negato, dai ritardi, dalle corse verso il binario, una mattina passai dalla biblioteca del paese della mia infanzia, dove ancora trascorro molti fine settimana, e scelsi diversi libri. Arrivata al bancone per la registrazione, la bibliotecaria mi disse:

“Quanti libri, ma li leggi tutti? Come fai?”

Ed io:

“Sai, ho cambiato lavoro e adesso devo fare ogni giorno un viaggio in treno di un’ora e mezzo, la mattina e la sera, e in tre ore al giorno se ne leggono di pagine!”

A onor del vero devo dire che non passo proprio tutto il tempo del viaggio a leggere: spesso ne approfitto anche per lavorare con il portatite.

La bibliotecaria allora commentò:

“Beata te, io non ho mai tempo per leggere!“

Come, scusa, beata me?! Visto che lei abita a dieci minuti a piedi dall’ufficio, non mi sembrava un’osservazione felice. Ma avevo fretta quella mattina e non potevo approfondire la discussione, così presi i miei libri, conclusi con un generico: “Eh, già! ”, salutai, e ripresi il mio giro.

Ripensandoci, a tre anni e mezzo di distanza (allora non credevo che avrei resistito così tanto), forse la bibliotecaria non aveva tutti i torti, almeno dal suo punto di vista.

Scrive Pennac:

Il tempo per leggere è sempre tempo rubato. (Come il tempo per scrivere, d’altronde, o il tempo per amare). Rubato a cosa? Diciamo, al dovere di vivere.

Ecco, a noi pendolari è proprio il dovere di vivere a rubare un sacco di tempo, spesso la sensazione è quella di buttarlo proprio via. Continua, infatti, Pennac:

E’ forse questa la ragione per cui la metropolitana (ed il treno, aggiungo io!)– assennato simbolo del suddetto dovere – finisce per essere la più grande biblioteca del mondo. Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere.”

Allora possiamo a nostra volta decidere di reinvestirlo questo tempo sprecato, riciclarlo in un certo senso. E leggere penso sia un’ottima attività di riciclaggio del tempo buttato via.

Non ho un genere preferito, la scelta dipende molto dal mio stato d’animo, dal livello di stress, da quanto mi impegna il lavoro. Leggendo testi molto diversi tra loro, c’è da chiedersi come faccio a dire quale mi piace e quale no. Un primo criterio di valutazione che ho elaborato è il seguente: un libro secondo me è brutto se rimane troppo tempo nella borsa, chiuso, un libro è bello se, quando il treno si ferma nella mia stazione, mi dispiace un po’ di essere arrivata e di doverlo momentaneamente abbandonare. Ma non basta, perché ci sono libri che divoro a tutta velocità, per il ritmo serrato della narrazione, i colpi di scena a raffica, sapientemente costruiti, ma che dopo una settimana ho completamente rimosso dalla mia memoria. Quelli sono libri belli, ma solo esteriormente, magari li ho scelti perché erano in bella mostra nella vetrina della libreria in centro, ma una volta arrivati in fondo, tirato un sospiro di sollievo perché il protagonista è riuscito a fuggire alla più feroce trappola e a sventare un intrigo di portata planetaria, non rimane granché. Ricordo a malapena la trama dell’ultimo thriller finito una settimana fa, ancora sulle vette delle classifiche delle vendite, mentre posso ripercorrere a mente tratti del “Gattopardo” o di “Anna Karenina”. Forse allora, un criterio migliore per decidere se un libro è bello davvero è quello di valutare che cosa ti ha lasciato di sé una volta che lo hai richiuso e riposto nella libreria, nello scaffale dei volumi “già letti”.

Ho comprato un kindle, effettivamente è uno strumento utile e comodo, specialmente se si sceglie di leggere un tomo voluminoso e pesante (da trasportare intendo), ma quando posso preferisco il libro tradizionale. Non riesco a spegarmi bene il perché, forse per la consistenza al tatto della carta stampata, o, forse, per il mio vizio di sbirciare cosa succede nelle pagine successive. Insomma, sfogliare le pagine è un po’ come aprire una tenda per curiosare dentro una stanza, farlo premendo un pulsante non è la stessa cosa, no?

E poi adoro le librerie. Mi piacciono soprattutto quelle piccole e antiche, che ormai vanno scomparendo, sostituite da negozi di articoli cinesi tutti uguali. Quelle dove il libraio ti aiuta, ti consiglia, dove ci sono libri ammassati ovunque, a volte sono vecchi, polverosi e le pagine sono ingiallite. Ne ho scoperta una bellissima a Parigi, quest’estate durante le vacanze. Per inciso, Parigi è piena di librerie, ce ne sono veramente tantissime, di tutte le dimensioni, di tutti i generi. Quella a cui mi riferisco si chiama Shakespeare and Co. e ci si possono trovare soprattutto libri in lingua inglese. Il negozio è un labirinto in cui è piacevole perdersi, tra scaffali sbilenchi carichi oltre misura di pubblicazioni di ogni tipo, dimensione e tempo. Ogni fessura, ogni pertugio, è pieno zeppo di libriccini, tomi polverosi, opuscoli. E poi ci sono degli angolini inaspettati: in una saletta appare un vecchio pianoforte, davanti a una finestra, una serie di vecchie sedie da cinema di legno, e, poi, un microscopico ripostiglio, sufficiente per uno sgabello, una mensola e una vecchia macchina da scrivere, poco più avanti, c’è persino un letto.

Spesso la mia lettura non si ferma sul treno ma continua a casa, la sera a letto, prima di addormentarmi. A volte capita che la mattina, quando riparto, per la fretta dimentico il mio libro sul comodino. Ecco, quando succede il viaggio in treno diventa davvero interminabile.