Piedi pendolari

Ragazzi, state calmi, lo so, lo so, sono stanca anche io. Avete ragione, io posso muovermi liberamente, mentre voi siete lì, chiusi, legati stretti stretti da quegli scomodi lacci. Ma abbiate pazienza, siamo quasi arrivati a casa, appena passata la porta vi libero, prometto! Vi prometto anche che domani non ripeterò l’errore di oggi, non vi costringerò in quello spazio così scomodo e angusto. Ho commesso un errore, stamani, un peccato di vanità, lo ammetto. Mi piacevano troppo i sandali con la zeppa che ho comprato domenica e non ho resistito, stamani all’ultimo momento, li ho indossati. Pensavo fossero comodi, quando li ho provati, nel negozio. Ma non avevo considerato che oggi sarei stata troppo seduta, e poi troppo in piedi, e avrei anche camminato, sotto il sole cocente di inizio estate. E adesso che la giornata è finita e siamo finalmente sul treno, sulla via di casa, voi due siete lì, doloranti, con due belle vesciche che fanno un male terribile. Va bene, provo a cambiare posizione, a ruotare le caviglie, a stringere e rilasciare le dita, ma, vi avverto, il sollievo è solo temporaneo, lo so per esperienza.
Come dite? Dove? Sotto quale sedile? Ah quello là, più avanti? Sì, effettivamente quel paio d’infradito abbandonate lì sotto da quella ragazza che sta dormendo con la guida turistica in mano è proprio carino… e anche comodo! Ah, se li avessi avuti anche io ora non sareste ridotti così.
Ce l’avete con me, ora? Avreste voluto essere i piedi di quella ragazza invece che i miei? Siete proprio sicuri? Chissà quanti chilometri hanno fatto, oggi, sotto il sole! Chissà quanto sono stati fermi, in piedi, in coda per entrare in un museo!
Dai, non brontolate troppo, magari appena andiamo in vacanza ve ne compro un paio: li ho visti nella vetrina di un negozio poco fa, mentre tornavo al treno, mi piacciono proprio tanto e penso che andremo a provarli, la prossima settimana!
Ma li indosseremo solo in vacanza, non insistete troppo, dai, dovremo aspettare ancora almeno un mesetto, No, ancora no, non si può: non mi posso mica presentare in ufficio con le ciabattine da spiaggia, dai.
No, adesso non me li tolgo, i sandali, è inutile che vi lamentiate. Lo so che stareste meglio, anche io avrei sollievo, ma non ci riesco, non è nelle mie corde, lo sapete! Sì, è vero, lo fanno in molti, ma io no, va bene? Mi dispiace per voi, ragazzi, ma sono fatta così, smettetela di brontolare! E poi, i piedi nudi sul sedile di fronte, no, ragazzi, assolutamente no, quello non ve lo posso concedere, né ora né in vacanza, su questo non transigo proprio. Mi dispiace, quello non si fa, senza se e senza ma!

piedi

 

Dove vorranno andare?

Oggi propongo un post un po’ visionario… Sarà mica colpa del caldo?

Fa già caldo di prima mattina, oggi, Minosse si è alzato presto stamani. All’orizzonte l’aria è già tremolante per il calore della superficie del terreno, sarà una giornata torrida. Sul binario, la solita gente, aspetta. C’è meno gente del solito, le scuole sono chiuse e in molti sono già in ferie, beati loro. Non mi rendo nemmeno conto di come sono arrivata qui, sul punto dove ogni mattina aspetto il treno, ho utilizzato il mio pilota automatico. Al mio fianco, su una panchina, due ragazze leggono. Accanto alla panchina, oggi, noto una presenza insolita: un paio di scarpe.

Sono scarpe da ginnastica, ma non di quelle alla moda, anzi, diciamo, un po’ bruttine. Sono molto consumate: i lacci sono tutti arrotolati, sono stati legati e sciolti un sacco di volte, sembra. La superficie di pelle, originariamente bianca, adesso è grigia, in molti punti sciupata e, soprattutto nella parte anteriore, tutta screpolata.   Devono aver fatto molti chilometri, quelle scarpe.  Chissà se a piedi o di corsa, sull’asfalto oppure, magari, tra i ciottoli di una stradina di campagna. Chissà, forse hanno scalato delle montagne. Oppure, forse, tutte quelle screpolature sono dovute alla salsedine, per aver corso chilometri e chilometri lungo una spiaggia.

La loro posizione non è casuale e nemmeno statica. Non sembrano proprio due scarpe buttate via, abbandonate. Sono quasi allineate, guardano verso il binario due, all’incirca come le  molte altre scarpe che stanno aspettando il treno lungo il marciapiede, comprese le mie. La destra è leggermente più avanti della sinistra, le punte sono un po’ in fuori. Pare che abbiano una propria identità e che stiano per scattare da un momento all’altro. Chissà, dove vorranno andare?

Arriva il treno, la mia attenzione si distrae da questa insolita visione mattutina. Salgo i gradini, entro nella carrozza, mi siedo. Attraverso il vetro del finestrino vedo di nuovo le scarpe. Il treno riparte, per un attimo mi pare di percepire un loro movimento, un breve scatto. Ma è solo per un istante, mi accorgo subito che è un effetto beffardo del moto relativo.

Pendolari odiosi

Il caldo inizia a fare brutti scherzi. Questo per me è il periodo peggiore, perché il mio fisico non si è ancora ambientato al caldo  e agli shock termici cui lo sottopongo passando più volte dal gelo degli ambienti condizionati alla temperatura sahariana che c’è fuori.  Il risultato è un’anomala stanchezza e irritabilità. Ma non sono la sola, evidentemente. Mi pare che con il caldo la gente dia il peggio di sé, ma forse è solo una mia impressione.

Ieri pomeriggio, dopo una giornata di lavoro e, appunto, di caldo, salgo su una carrozza nuova di zecca, con una piacevole temperatura fresca. Il treno purtroppo, però, è abbastanza affollato (non si può mica avere tutto!).

Poco più avanti rispetto al mio posto, un giovanotto con un enorme paio di scarpe da ginnastica sta comodamente sdraiato occupando due posti, poggiando i suoi delicati piedini sul sedile di fronte al suo. Immagino, dopo una giornata al caldo come quella di ieri, il profumo in quella zona del vagone. Al suo fianco si siede una signora, una faccia nota ai miei occhi, una pendolare come me. Infastidita dall’atteggiamento del ragazzo, lo invita gentilmente a sedersi per bene, visto che il treno lo dobbiamo utilizzare tutti, anche molto spesso. Il giovane, con strafottenza e arroganza che non immaginavo possibile, risponde bruscamente: “Io i piedi li metto dove mi pare, hai qualcosa in contrario?” Non solo si rifiuta di assumere un atteggiamento civile, ma risponde con sorprendente maleducazione, rivolgendosi alla signora dandogli del “tu”. I toni si alzano, lei reclama il suo (nostro) diritto a un viaggio decente e i suoi (nostri) doveri di cittadini di un Paese civile. A questi argomenti il suddetto gentlemen risponde con un secco: “Ma sta’ zitta, va’!”

A questo punto noi altri pendolari (per fortuna ci sono anche un paio di uomini abbastanza ben piazzati) prendiamo le difese della signora, intimando questo buzzurro di darsi una calmata, ma… niente da fare, continua ostinatamente a tenere i piedi sul seggiolino.  Alla fine interviene il capotreno, grazie alla minaccia di chiamare la polizia, riesce a far scendere l’energumeno dal vagone. Il nostro eroe, allontanandosi lungo il binario, ci saluta mostrandoci il suo dito medio e dicendo: “Che c####o me ne frega a me, piglio quello dopo, di treno, e vaff…”

Finalmente, si parte.

Poggio e buca fan pari

Chi l’ha detto che la vita del pendolare è monotona? Ogni viaggio è una sorpresa, bella o (spesso ahimè) brutta. Quello di stamani ad esempio come posso definirlo? Non saprei, diciamo insolito. Ad attendermi alle 7.20 sul binario c’è una serie di carrozze nuove di zecca, come ieri, wow! Allora non è una coincidenza! Devono essere quelle di cui parlavano i quotidiani locali qualche giorno fa, acquistate dalla Regione per i treni pendolari. A dire il vero non speravo che toccassero proprio a me.  Ne scelgo una, salgo i gradini, entro, mi accoglie un’atmosfera insolita. Sento una musica nell’aria, a volume piuttosto alto, cerco la sorgente e mi accorgo con sorpresa che proviene dagli altoparlanti all’interno del vagone. Si tratta della Cavalcata delle Valchirie di Wagner, o, meglio, ascoltando con attenzione, di un pezzetto di quel brano di circa trenta secondi, riproposto ciclicamente. L’aria condizionata piuttosto gelida e il ritmo serrato del pezzo mi svegliano bruscamente dal torpore mattutino, come uno schiaffo. Mi siedo, per fortuna il treno è poco affollato, accendo il computer e inizio a lavorare. Alle note Wagner intanto si sostituisce la voce del capotreno, che con tono chiaro e gentile ci informa sulle fermate intermedie e sull’orario di arrivo.  Sono proprio contenta, non sono abituata a viaggiare in condizioni così confortevoli (l’aria condizionata è un po’ freddina, è vero, ma è sempre meglio di quando è rotta e il treno si trasforma in una fonderia). Lo so, non mi devo illudere, domattina probabilmente ci sarà il treno scassato degli altri giorni, ma per ora godiamoci il presente. Mentre mi abbandono a queste riflessioni ricche di soddisfazione, immagino un mondo di treni perfetti con temperatura perfetta e orari perfetti, una goccia di acqua dal soffitto cade proprio nel mezzo della tastiera del mio MacBook. Alzo lo sguardo e mi accorgo che, proprio sopra di me, lungo la canalina che percorre tutto il vagone, c’è una grossa fessura, da cui gocciola la condensa dell’aria condizionata. Ecco, appunto, mi sembrava che funzionasse tutto troppo bene! A parte questo piccolo neo, al quale ovvio semplicemente cambiando posto a sedere, il viaggio procede regolarmente: partenza e arrivo in orario, tutto calmo, a parte la consueta scenetta tra controllore e passeggero senza biglietto. Arrivo in ufficio più contenta del solito e la giornata lavorativa si rivela rilassata e proficua. Insomma, inizio a illudermi che forse il sistema funzioni. E rifletto anche su come sarebbe bello, quanto migliore sarebbe la nostra vita, se il sistema funzionasse!

Ma… che post sarebbe se non ci fosse un ma? E, infatti, come dice mia nonna, “poggio e buca fan pari”, per ristabilire il consueto tasso di disagio e malumore quotidiani, durante il viaggio di ritorno succede di tutto. Arrivo alla stazione e il binario del mio treno non è segnato sul tabellone. Il treno precedente, il locale che si ferma in tutte le stazioni, è previsto con trentacinque minuti di ritardo. I treni provenienti dalla direzione opposta viaggiano con ritardi di quindici e trentacinque minuti. Completano il quadro trentasette gradi di temperatura esterna e un’umidità assurda. Ho un brutto presentimento che presto si materializza: il locale viene soppresso e il mio cosiddetto regionale veloce oggi deve fare tutte le fermate… Tranne la mia ovviamente! Quindi, dovrò comunque cambiare treno a metà strada, ma con queste perturbazioni mi salteranno tutte le coincidenze.

Mentre scrivo, sono appena partita, il treno è pieno zeppo a causa della cancellazione di quello precedente, in un gruppetto più avanti, altri pendolari, si stanno raccontando a vicenda storie di ordinaria follia ferroviaria, storie di treni soppressi, spostati, compressi… Chissà a che ora arriverò?