è passato il Carnevale

Mercoledì mattina, piove e i treni sono in ritardo. Decido di ingannare l’attesa prolungata più del solito prendendo un caffè al bar della stazione. Entro, faccio lo scontrino, mi avvicino al bancone e ordino la bevanda al barista. Ascolto distrattamente la radio, sta passando “I will survive”, inizio a canticchiarla.

“First I was afraid, I was petrified…” Muovo appena le labbra, emettendo un suono debole, almeno un’ottava sotto alla brillante voce di Gloria Gaynor, biascicando le parole delle strofe, che non ricordo bene. Noto che altri avventori del locale stanno facendo altrettanto: il labiale è confuso e incomprensibile in tutto il pezzo tranne nella parte “I will survive, eh, ehi” e nella seguente parte strumentale. Mi sembra un brano azzeccato, stamani.

Proprio mentre la canzone sfuma, entra nel locale un personaggio noto. Si tratta di un signore che trovo spesso nella stazione e che in più di un’occasione ha “attaccato bottone”, tentando di coinvolgermi in improbabili discussioni teologiche e di appiopparmi uno dei numerosi opuscoli a sfondo religioso che porta sempre con sé. Cerco di mimetizzarmi con gli arredi del bar, non ho proprio voglia sentire le sue teorie sulla fine del mondo, stamani. Per fortuna, però, la sua attenzione è rivolta al barista.

“Buongiorno!” irrompe con entusiasmo, decisamente non corrisposto dal suo interlocutore. “Come va, stamani?”

“Male!” risponde il barista, tra il distratto e lo scocciato, “Stamani è cominciata male. Non vedi? Piove…”

“Ehhhh” risponde l’uomo con gli opuscoli, un “eeehh” lungo, abbastanza lungo da contenere un “Non ti angustiare troppo, amico mio, c’è di peggio…” e, continua, “Se va male, è perché è passato il Carnevale!

Ed è con questa riflessione profonda, così profonda che non credo nemmeno di averla capita bene, che, di soppiatto, esco dal bar e vado, sotto la pioggia, a prendere il treno. In ritardo.

Annunci

Per cortesia!

Stamani piove e come sempre in questi casi il primo treno della mattina è in ritardo così che devo rinunciare al cappuccino al bar appena fuori dalla stazione, peccato, perché ne ho proprio bisogno, per affrontare meglio questo freddo e questa umidità.

Ho tuttavia un po’ di tempo per un caffè al volo nel bar dentro la stazione, che non mi piace tanto, ma stamani dovrò accontentarmi. Faccio diligentemente la breve coda per lo scontrino e mi avvicino al bancone. Per metà è occupato da tre signori in giacca, cravatta e ventiquattrore che hanno già consumato, ma stanno lì immobili a parlare di lavoro. L’altra metà è inaccessibile a causa di una coppia di corpulenti turisti con invadenti valigie a seguito. Non essendo molto alta di statura non ho modo di farmi notare dal barista per ordinare, ma vedo che i due turisti hanno quasi finito la loro colazione e se ne stanno per andare, per cui mi preparo ad occupare il loro spazio. Per evitare di essere investita dalle loro valigie, mi sposto leggermente di lato. Gravissimo errore, un signore elegante con un impermeabile chiaro arrivato un attimo fa, ne approfitta per superarmi, ostacolandomi con una leggera spallata.

“Ma che modi!” esclamo, ma lui non sente, essendo impegnato in un’animata telefonata.

Lo osservo: non ha certamente l’aspetto del pendolare, è troppo elegante e sofisticato, di sicuro è un cliente di qualche Freccia, probabilmente di classe business, e sta andando a qualche riunione in cui parlerà di budget con un sacco di zeri e proietterà una colorata presentazione Power Point ricca di grafici ad altre persone eleganti e sofisticate come lui.

Sempre parlando al telefono, mostra lo scontrino al barista e, mentre sta parlando il suo interlocutore, con un movimento labiale molto esplicito ma privo di suoni, per non interrompere la preesistente conversazione, con aria molto solenne, di chi sta discutendo di cose veramente importanti, chiede un caffè.

Nonostante tutto, riesco a guadagnare la mia porzione di bancone e ad ordinare. Arriva prima il caffè del signore e lui come un falco si avventa sulla zuccheriera posta tra noi due. Dolcifica abbondantemente il suo caffè e ripone la zuccheriera dalla parte opposta rispetto a me, ignorandomi completamente. Poco male, io tanto lo prendo amaro.

L’atteggiamento scortese e  arrogante del signore stimola il mio sistema nervoso più della caffeina, anzi, la calda bevanda, nonostante tutto, ha su di me un effetto calmante. Finisco prima di lui, nel frattempo dietro di noi sono arrivate altre persone e c’è un po’ di affollamento. Ne approfitto per restituirgli la spallata, fingendo di andare a sbattere con l’ombrello tutto bagnato contro il suo impermeabile immacolato. Chiedo velocemente scusa e mi avvio tranquilla verso il lavoro.

al bar