Scambi ferroviari

Sulla banchina, lungo i binari due e tre, aspetto come ogni mattina il treno che mi porta al lavoro. Adesso che ancora scuola non è ricominciata c’è molta quiete: i viaggiatori, perlopiù pendolari come me, a quest’ora della mattina, sono assonnati e silenziosi, le conversazioni sono scarse e non troppo animate. Tranne quella tra due donne, a una decina di metri da me: una delle due si sta lamentando vivacemente e ad alta voce di qualcuno, ma non comprendo subito il problema:

“Quello stronzo, è proprio uno stronzo, gliel’ho detto diecimila volte che dovevo prendere il treno stamani! Ah, ma stavolta non la passa liscia, eh!”

E’ tesa, nervosa, si muove a scatti. L’altra risponde a volume più basso, spero che stia cercando di smorzare i toni dell’amica, rassicurandola e incoraggiandola.

“Ora mi tocca anche chiamarlo, ma non si può andare avanti così, NON SI PUO’, cazzo!!

Il volume e la frequenza della conversazione aumentano, , mi sembra quasi che stia per scoppiare a piangere, ormai ha catturato la mia attenzione. Prende il telefono, seleziona il numero, attende in linea.

“Dove sei!? Come sei partito ora, tra un minuto ho il treno! Guarda, te lo dico, io stamani non lo perdo! Se arrivi in tempo bene, sennò vieni a Pisa!”

Inizia a gridare.

“Eh no, caro stamani tu vieni a Pisa, te lo avevo detto!”

E’ sempre più tesa, la voce sempre più incrinata.

“Basta, mi sono rotta con questa storia, non si può andare avanti così! Fai sempre i tuoi comodi!”

Riattacca e sbuffa. Riprende la discussione con l’amica.

“Sempre così non è possibile, ah ma io chiamo l’avvocato, questa volta mi sono proprio rotta, vedrai ci pensa lui!”

Squilla il telefono. Lo afferra con irruenza.

“Dove vuoi che sia? Al binario due come tutte le mattine… Muoviti che sta arrivando il treno!”

Qualche istante ed ecco che dal sottopassaggio sbuca un giovanotto imponente: sale le scale di corsa, goffo e trafelato. Sembra un gigante un po’ bambino, mi ricorda Shrek, anche se non ha la pelle verde. Si dirige verso la donna, che lo fissa risentita, ma, sembra, un po’ sollevata. L’espressione di colpevole imbarazzo dell’uomo si trasforma improvvisamente in un ampio sorriso appena il suo sguardo si posa in un punto dietro la gonna lunga della donna. Ed ecco che proprio da lì spunta una bella bimbetta di circa tre anni, con la coda di cavallo, e dei lineamenti identici a quelli della mamma, anche se meno tesi e più morbidi, che allunga le braccia verso il gigante bambino.

Appena in tempo, sta arrivando il treno che stavano aspettando, con cinque minuti di ritardo. Menomale, penso, altrimenti il gigante non ce l’avrebbe fatta ad arrivare in tempo e sarebbe stato un bel problema! La mamma, in compagnia dell’amica, si avvicina alla porta del vagone più vicino. Prima di salire si volta verso la bimba e sorride, finalmente. Il gigante bambino prende in braccio la figlia, entrambi ricambiano il sorriso della mamma. Si fermano per un po’ sulla banchina, aspettano che riparta il treno, la bambina fa “ciao” con la mano alla mamma, che, schiacciando le dita sul finestrino, ricambia. Sul suo viso non c’è più il risentimento di qualche minuto fa, al suo posto, mi pare, un velo di tristezza. Ma forse è solo il riflesso del vetro.

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Cavallino arrì arrò

Non è andata bene oggi al lavoro: è stata una di quelle giornate in cui va tutto storto, piena di tensione, nervosismo, telefonate, email, discussioni. Salgo nel treno che mi riporta a casa di pessimo umore e con un gran mal di testa. Come se non bastasse, per dopodomani devo finire una relazione per una conferenza e devo ancora scrivere diverse cose. Appena sistemata nello scompartimento, apro il computer e inizio a scrivere, cercando di concentrarmi più possibile.

Siamo a circa un terzo del viaggio quando sento nei sedili dietro di me una presenza insolita che mi distrae dal documento. Dallo spazio tra i due seggiolini adiacenti  spunta la faccia sorridente di una bella bambina, con gli occhi vispi e una cascata di riccioli rossi. Sta indicando con le minuscole dita il mio computer e mi sta dicendo qualcosa nella misteriosa lingua dei bambini piccoli. Le sorrido e le chiedo come si chiama, lei mi fa “ciao” con la mano e risponde qualcosa d’incomprensibile.

Si sporge sempre di più verso il computer, vorrebbe raggiungere con le dita il monitor. È ormai quasi sbilanciata e sta per cadermi in collo quando la mamma la riacciuffa, rimproverandola dolcemente: “Lascia stare la signora, non vedi che sta lavorando?”

Per tutta risposta, la bambina scoppia in un pianto disperato, le sue grida acute mi sfondano i timpani e mi rintronano, come se fossi dentro una campana che qualcuno sta martellando selvaggiamente. La mamma allora, per calmarla, inizia a dondolarla e farla ballare sulle ginocchia, canticchiando canzoncine e filastrocche.

La bambina piano piano si calma, ma, nella sua lingua misteriosa, esorta la mamma a continuare nella sua performance canora.  Tra le varie filastrocche di questo improvvisato repertorio, una in particolare non solo cattura la mia attenzione, ma  mi catapulta indietro nel tempo di un bel po’ di anni. Io la ricordavo così:

 Cavallino arrì arrò

prendi la biada che ti do

prendi i ferri che ti metto

per andare a San Galletto

a San Galletto c’è una via

che ti porta a casa mia…

Era una delle filastrocche che mia nonna Rosa ci cantava (a me, ai miei fratelli e ai miei cugini) per farci stare buoni quando avevamo più o meno l’età di quella bambina. Era davvero da tanto tempo che non la sentivo! Che sensazione strana, e quanti ricordi riaffiorano nella mia mente! Chiudo il computer, basta, fino a domani non voglio ripensare ai problemi e alle scadenze.

Il treno rallenta, sto arrivando a destinazione. Prendo la borsa e il giubbotto e mi preparo a scendere. M’incammino verso casa, è un bel pomeriggio sereno e delle placide nuvole bianche solcano un cielo che, dopo tutti i giorni di pioggia passati, è di un meraviglioso color turchese. Ho ancora un bel mal di testa, ma l’umore va decisamente migliorando… a volte basta veramente poco per sentirsi meglio!IMG_3194