E per finire, la gita delle medie!!!

Alcune pagine fa, in un post intitolato “Ah, come vorrei che fosse sempre così”, ho raccontato di una mattinata speciale, con il treno in orario, i pendolari quieti e pure simpatici, l’aria primaverile, insomma, una favola. Fossi un regista e dovessi realizzarci un film, per questa scena sceglierei delle luci color pastello e un’atmosfera leggermente sfocata, un po’ onirica. Perché di questo si è trattato: di un sogno. La realtà quotidiana, purtroppo, è ben diversa.

Oggi è uno dei giorni in cui devo effettuare, per il rientro, di un cambio treno nella stazione centrale della mia città, con un margine di tempo risicatissimo di otto minuti teorici. Ovviamente, per la legge di Murphy, il primo treno accumula durante il viaggio i suoi consueti, direi quasi fisiologici, sei-sette minuti di ritardo e arriva, sbuffando accaldato come i suoi passeggeri, al binario sedici. L’altro treno che devo prendere parte al binario uno, dalla parte opposta. Lo so che non ho speranze di prenderlo, ma tento ugualmente lo scatto. Ma devo desistere presto perché, davanti a me, si sta avvicinando minaccioso un gigantesco gruppo di bambini, tutti con dei cappellini colorati di blu e arancione, tenuti insieme da alcuni insegnanti che si muovono minacciosi e nervosi nel tentativo di tenerli uniti. Mi ricordano i cani pastori alle prese con un gregge un po’ troppo ribelle.

Non ci sono vie d’uscita alternative: come i salmoni, devo risalire la corrente. Ci riesco con fatica, ma purtroppo quando arrivo al binario uno riesco a vedere solo la coda del treno che sparisce all’orizzonte.  Devo aspettare un’ora per il prossimo. Ma tutto sommato è presto, è una bella giornata, ne approfitto per fare una breve passeggiata in centro. Torno alla stazione con un buon anticipo, il treno è già lì che mi aspetta. Scelgo la carrozza in modo da minimizzare, all’arrivo, la distanza tra il punto in cui scenderò e l’ingresso al sottopassaggio (ecco, questa è una delle manie che mi sono venute dopo un po’ di pendolarismo). Salgo, ancora non c’è quasi nessuno, scelgo il posto, mi siedo. La pacchia dura poco: un signore con la divisa di Trenitalia m’invita cortesemente a cambiare di posto perché quella carrozza è stata prenotata. Invece di attraversare il treno, scendo e torno sul marciapiede. La carrozza adiacente non va bene, è di prima classe, devo salire su quella successiva, che ha una delle porte bloccate. Raggiungo l’altra porta, evidentemente è quella accanto alla toilette, poiché, proprio mentre sto per salire, qualche simpaticone tira lo scarico del wc investendo il binario sottostante con uno scroscio di acqua tutt’altro che limpido, che per poco non colpisce anche le mie scarpe. Finalmente trovo un posto in cui sedermi, ci sono già alcuni passeggeri. Ma l’epopea non è finita, no, oggi non mi sono fatta mancare proprio niente. Mancano pochi minuti alla partenza quanso l’intera carrozza è invasa da un altro gruppo di ragazzi, più grandicelli di quelli di prima, probabilmente delle medie, di rientro da una gita. Mamma mia, si spostano spingendosi, sbattono da tutte le parti e soprattutto, urlano, urlano come degli ossessi. E le insegnanti, per farsi sentire, urlano più di loro, intimandoli: “VOLETE STARE ZITTI!!!!!! NON CI SIETE SOLO VOI SUL TRENO!!!!!”. Lo so, lo fanno in buona fede, ma nonostante le buone intenzioni, in realtà peggiorano ulteriormente la situazione. E la mia vicina, che sta parlando al telefono, anche lei, urla! Decibel e decibel di caos. Quando, finalmente, riesco a scendere e m’incammino verso casa, i timpani per un po’ rimangono traumatizzati, sento uno strano fruscio nelle orecchie che sparisce solo dopo una buona mezzora e una lunga, lunghissima doccia rigenerante.

 urlo_munch

 

Caro compagno di viaggio…

Caro compagno di viaggio di oggi, che condividi con me quest’angusto spazio, in piedi nel vestibolo di un treno pendolari sovraffollato a causa della cancellazione del treno precedente e surriscaldato da un sole prematuramente torrido, il fato ha voluto farci incontrare, o, meglio, scontrare, e percorrere insieme un tratto della nostra esistenza. Nonostante l’intersezione tra i nostri universi sia stata breve e fugace, mi sembra già di conoscerti un po’ e posso affermare con sicurezza di non sopportarti proprio per niente. Te lo dico chiaramente, sei odioso e antipatico. Ma oggi mi sento buona e nonostante la mia avversione nei tuoi confronti, voglio scriverti questa lettera, per darti qualche consiglio per i tuoi prossimi viaggi, casomai ti capitasse di trovarti di nuovo in una situazione come quella che stiamo passando.

Innanzi tutto, se salendo sulla carrozza sei stato fortunato e la marea umana ti ha spostato in prossimità dell’unico appiglio a cui i viaggiatori si possono sostenere, ti prego, non avvinghiartici sopra come una ballerina di lap-dance, impedendone l’accesso a chiunque e lasciando tutti gli altri in balia degli scossoni a urtare uno contro l’altro, spintonandosi, calpestandosi vicendevolmente i piedi alla vana ricerca di un precario equilibrio. E se possibile regola un po’ il volume con cui discuti con il tuo collega, che a sua volta si è letteralmente seduto sul corrimano lungo le scalette, accaparrandosi e monopolizzando un altro possibile appiglio, siete solo a un metro di distanza in fondo. A me e agli altri viaggiatori stanchi, compressi e senza sostegno, mica interessa di quel progetto megalitico a cui state lavorando. Certo, ci fa piacere che stiate preparando la missione per la conquista di Marte, brevettando un metodo sicuro per la fusione fredda o combinando un’operazione finanziaria da milioni di milioni… Se non mostriamo l’interesse che meritate è perché in questo momento siamo presi da problemi contingenti di infima importanza rispetto ai vostri, tuttavia poco gradevoli: io ad esempio sono costretta a manovre da surfista e la mia vicina, nelle mie stesse condizioni, mi ha appena calpestato l’alluce con il tacco a spillo delle sue lucide decolté.

Caro compagno di viaggio, sempre tu,  tu che viaggi con uno zaino che sembra la gobba di un dromedario nel deserto, il carapace di una testuggine delle Galapagos, perché non te lo togli di dosso, viste le condizioni in cui stiamo viaggiando? Non puoi perché custodisce i tuoi preziosi congegni tecnologici? Allora, per lo meno evita di spostarti ogni dieci secondi sbattendolo in faccia a tutti noi! Anche perché prendersi una i-paddata nel mento a pochi secondi di distanza dal perforamento dell’alluce non fa piacere, diciamo…

Ma siamo quasi arrivati, mio caro compagno di viaggio, o, meglio, io sono arrivata, mentre tu prosegui. Il treno si ferma, si aprono le porte, insieme a me devono scendere tante altre persone. Potresti, per una manciata di secondi, farti un pochino da parte, spostarti in quell’angolino che si è liberato, invece di startene lì impalato nel proprio davanti all’uscita, come un cactus nel deserto nel bel mezzo di una tempesta di sabbia, o come uno dei faraglioni di Capri, con il tuo zaino monolitico, che infrangi le onde di pendolari che vorrebbero scendere. E se ti chiedo “Permesso, per favore”, perdona il mio tono perentorio e irrispettoso, ma davanti a me già vedo la muraglia umana di quelli che vogliono salire e se perdo ancora solo qualche istante rischio di non scendere mai più e, oltretutto, di dovermi sorbire per altri interminabili minuti, la tua brillante eloquenza.

Ce l’ho fatta a scendere, finalmente, caro compagno di viaggio. Per oggi, e probabilmente per sempre, la nostra forzata convivenza è terminata. Ci rivedremo su qualche altro treno, chissà, forse in qualche altro posto, forse non ci incontreremo mai più. Ti saluto, caro compagno, in fondo mi stavi anche un po’ simpatico. Ora che ci penso, a volte, senza rendermene conto, ti somiglio anche un po’. E allora, buon viaggio, alla prossima.

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Ah, come vorrei che fosse sempre così!

In molti dei miei post ho parlato delle peripezie cui è sottoposto il povero pendolare a causa dei ritardi dei treni. Le corse per non perdere la coincidenza con l’altro treno,  per arrivare in tempo al lavoro, alla riunione, lo stress, le attese interminabili lungo il binario, sono scene purtroppo molto, troppo, frequenti.

Oggi voglio scrivere qualcosa di diverso, voglio raccontarvi quanto è più bella la giornata quando il viaggio del pendolare va come dorebbe andare.

Perché stamani è successa una cosa cui non sono abituata: il treno del viaggio di andata mattutino è arrivato a destinazione (pensate un po’!) con ben tre minuti di anticipo.  Quei tre minutini che ci hanno regalato non sono un grande guadagno, è vero, ma hanno rilassato molto l’inizio della giornata a me e a molti miei compagni di viaggio.

Tanto per cominciare, durante la discesa non c’era  il solito pigia-pigia e non si è verificato l’effetto valanga all’apertura delle porte. Siamo scesi tutti ordinatamente, il signore che mi precedeva mi ha pure gentilmente tenuto aperta la porta dello scompartimento. Il percorso verso l’uscita non è stato la solita gara a ostacoli, mi è parso quasi una piacevole passeggiata.

Pochi metri dietro di me, tre signore discutevano amichevolmente di quale fosse la migliore marca di detersivi per i piatti.

Un ragazzo e una ragazza mi precedevano, camminando mano nella mano, con i loro zaini in spalla: rosa quello di lei, nero quello di lui. La ragazza  stava ripetendo, con il piglio sicuro di chi ha studiato un bel po’, la differenza tra “amor cortese” e “dolce stil novo”, lui la ascoltava attento e preoccupato, ripetendo le ultime parole di tutte le frasi per cercare di memorizzarle.

A un certo punto sono stata superata una ragazza che camminava con passo svelto portando sulle spalle la voluminosa custodia di un violoncello.

Il capotreno sorridente chiacchierava  con il macchinista affacciato al finestrino del locomotore.

In fondo al marciapiede, qualcuno fischiettava “Tanto pe’ canta’ ”, con un bel suono, armonioso e vibrato come quello di un usignolo.

E, uscita dalla stazione, mi sono accorta che era pure smesso di piovere.2013-04-08 08.06.34

 

 

Cavallino arrì arrò

Non è andata bene oggi al lavoro: è stata una di quelle giornate in cui va tutto storto, piena di tensione, nervosismo, telefonate, email, discussioni. Salgo nel treno che mi riporta a casa di pessimo umore e con un gran mal di testa. Come se non bastasse, per dopodomani devo finire una relazione per una conferenza e devo ancora scrivere diverse cose. Appena sistemata nello scompartimento, apro il computer e inizio a scrivere, cercando di concentrarmi più possibile.

Siamo a circa un terzo del viaggio quando sento nei sedili dietro di me una presenza insolita che mi distrae dal documento. Dallo spazio tra i due seggiolini adiacenti  spunta la faccia sorridente di una bella bambina, con gli occhi vispi e una cascata di riccioli rossi. Sta indicando con le minuscole dita il mio computer e mi sta dicendo qualcosa nella misteriosa lingua dei bambini piccoli. Le sorrido e le chiedo come si chiama, lei mi fa “ciao” con la mano e risponde qualcosa d’incomprensibile.

Si sporge sempre di più verso il computer, vorrebbe raggiungere con le dita il monitor. È ormai quasi sbilanciata e sta per cadermi in collo quando la mamma la riacciuffa, rimproverandola dolcemente: “Lascia stare la signora, non vedi che sta lavorando?”

Per tutta risposta, la bambina scoppia in un pianto disperato, le sue grida acute mi sfondano i timpani e mi rintronano, come se fossi dentro una campana che qualcuno sta martellando selvaggiamente. La mamma allora, per calmarla, inizia a dondolarla e farla ballare sulle ginocchia, canticchiando canzoncine e filastrocche.

La bambina piano piano si calma, ma, nella sua lingua misteriosa, esorta la mamma a continuare nella sua performance canora.  Tra le varie filastrocche di questo improvvisato repertorio, una in particolare non solo cattura la mia attenzione, ma  mi catapulta indietro nel tempo di un bel po’ di anni. Io la ricordavo così:

 Cavallino arrì arrò

prendi la biada che ti do

prendi i ferri che ti metto

per andare a San Galletto

a San Galletto c’è una via

che ti porta a casa mia…

Era una delle filastrocche che mia nonna Rosa ci cantava (a me, ai miei fratelli e ai miei cugini) per farci stare buoni quando avevamo più o meno l’età di quella bambina. Era davvero da tanto tempo che non la sentivo! Che sensazione strana, e quanti ricordi riaffiorano nella mia mente! Chiudo il computer, basta, fino a domani non voglio ripensare ai problemi e alle scadenze.

Il treno rallenta, sto arrivando a destinazione. Prendo la borsa e il giubbotto e mi preparo a scendere. M’incammino verso casa, è un bel pomeriggio sereno e delle placide nuvole bianche solcano un cielo che, dopo tutti i giorni di pioggia passati, è di un meraviglioso color turchese. Ho ancora un bel mal di testa, ma l’umore va decisamente migliorando… a volte basta veramente poco per sentirsi meglio!IMG_3194

Il sabato del pendolare

La donzelletta vien dalla stazione

in sul calar del sole…

Con mezzora di ritardo.

 

E alla fine è arrivato anche un altro venerdì sera. Nonostante il consueto ritardo finalmente sono a casa. Anche questa settimana, che sembrava interminabile, è finita.

Come ogni lunedì era iniziata con il trauma della sveglia la mattina, la corsa alla stazione, la delusione per il ritardo mattiniero del treno (“Maledizione… Potevo dormire un quarto d’ora in più!”), il viaggio strapazzato, la corsa verso l’ufficio, le email, le scadenze, le relazioni da rileggere, le mille cose da fare e da rifare, i caffè frettolosi, le riunioni noiose, la seconda corsa alla stazione, il viaggio di ritorno strapazzato, il passaggio a livello bloccato che ferma il treno per venti minuti, finalmente a casa, la cena a base di surgelati pronti in dieci minuti, un po’ di televisione, mamma mia che sonno, a letto, che domattina si riparte.

Lunedì… martedì… mercoledì… giovedì…

E arriva il venerdì, la settimana pendolare si chiude e inizia il weekend, con le sue speranze e il suo carico di aspettative. E’ già un paio di giorni che è nell’aria e le quotidiane chiacchierate con i colleghi hanno spesso come oggetto: ”Allora, che fai questo fine settimana? Noi si va… bla bla bla bla…”. Io di solito non ho mai programmi troppo complicati, il mio obiettivo è riposarmi e riprendere fiato.

 

Questo di sette è il più gradito giorno,
pien di speme e di gioia…

Finalmente avrò un po’ di tempo per me stessa, potrò… che ne so, andare al cinema, fare una bella passeggiata al sole, visitare quella bella mostra in centro, ascoltare quel bel disco che mi hanno regalato…

Sabato mattina la sveglia tace, ma mi sveglio lo stesso alle sei, per l’abitudine. Mi ostino a rimanere a letto fino alle otto e mezzo. Quando mi alzo, mi sento un po’ in colpa. Ancora in pigiama, gironzolo un po’ per casa, non sono abituata a vederla con la luce naturale del giorno, ci sono un sacco di cose da fare e sono già le nove. Il sabato mattina passa “a fare le faccende”, come diceva la mia nonna: pulizie dappertutto, caricare la lavatrice, tendere i panni e infine, come nei videogiochi, il mostro finale, il ferro da stiro. Per rimettermi in pari da tutte le incombenze domestiche non mi basta la mattinata del sabato e sconfino inesorabilmente nel pomeriggio. Un attimo, che ore sono? Di già? Ma è tardissimo! Abbiamo fissato di trovarci con degli amici a cena, devo ancora fare la doccia, lavarmi i capelli e vestirmi… La serata è piacevole, il locale è carino, i nostri amici hanno un sacco di cose da raccontarci, ma io verso le nove e mezzo inizio già a sbadigliare. Il maledetto orologio biologico del pendolare, anche il sabato sera vuole dire la sua. Mi sforzo di rimanere sveglia, cerco di dissimulare il sonno, con notevole sforzo resisto fino a fine serata.

La domenica mattina, tipicamente soffro una specie di jet-lag, con mal di testa, sonnolenza e umore grigio. Le condizioni non migliorano a pranzo, sempre dai genitori, con l’irruzione frequente di qualche parente che, non vedendoti da tanto tempo, si sente in dovere di farti il terzo grado. Si arriva alla domenica pomeriggio, ormai

…tristezza e noia
recan l’ore, ed al travaglio usato
ciascuno in suo pensier fa ritorno…

Avevo voglia di andare a fare una passeggiata in centro e visitare la mostra, che sta anche per finire, ma il tempo è brutto e minaccia di piovere.  La tentazione di rimanere in casa a poltrire sul divano è davvero forte. Per oggi ce la faccio a resistere: prendo l’ombrello ed esco.

E arriva veloce, troppo veloce, la domenica sera, cena leggera (dopo il pranzo dai genitori ho calorie sufficienti fino almeno a mercoledì) e a letto presto, che domattina alle sei e dieci si riparte! Menomale!

2012-08-15 11.07.24

Un viaggio… come dire… sFibrante

Adoro la musica, in tutte le sue forme e in tutti i suoi generi, o quasi. Penso che sia un’arte sublime, in grado di innalzare lo spirito umano e trascendere dalla quotidiana realtà terrena. La ascolto, la seguo, la amo e, nei limiti delle mie capacità, la pratico.

In un viaggio pendolare però talvolta anche la musica può diventare un elemento di disturbo. Come stamattina. Nella mia carrozza c’è il solito gruppo di giovincelli che vanno a scuola. Il capobranco di oggi è un tipetto magro e pieno di brufoli, con i capelli pettinati alla moda, ottenuti probabilmente facendoci nidificare qualche specie di uccello arboricolo. Si è conquistato il titolo di star del giorno perché sfoggia un nuovo telefono.

“Ma non dovevi prendere il quattroesse?” chiede una ragazzina, con un tono ammirato e un pizzico invidioso.

“No ho convinto il mi’ babbo a prendermi il cinque, dato che ho recuperato l’insufficienza in matematica”

Per rendere partecipe tutto lo scompartimento della sua nuova conquista pensa bene mettersi ad ascoltare la musica con il nuovo congegno tecnologico, a tutto volume, senza cuffie, con l’aggravante di riprodurre ciclicamente sempre la stessa canzone. Si tratta di Pronti, partenza, via di Fabri Fibra.

Per chi non la conoscesse e per chi se la vuole riascoltare, ecco qui il video:

Ok, il rap non è tra i miei generi preferiti, lo ammetto, ma questa canzone, sentita un paio di volte alla radio, fino a stamattina non mi dispiaceva troppo, sarà per il motivetto semplice da memorizzare (pronti, partenza, via, si va per mari e monti…), le tematiche calde toccate…

Ma, dopo averlo sentito e risentito, almeno quattro o cinque volte di seguito, alle sette di mattina, in un treno affollato di pendolari, ha decisamente smesso di piacermi. Avesse avuto, il ragazzetto molesto, uno di quei vecchi walkman che avevamo ai miei tempi (come mi sento obsoleta quando faccio questi ragionamenti!), glielo avrei preso, avrei estratto la cassetta, l’avrei pestata fino a tritarla e avrei fatto volare i resti fuori dal finestrino. Ma al giorno d’oggi la musica è fatta di bit registrati nella memoria di un costosissimo smartphone e non mi sembra il caso di sottrarglielo per frantumarlo.

Oltretutto, all’ascolto forzato del rapper nostrano, come pena aggiuntiva, c’è toccata anche la visione delle evoluzioni scoordinate del ragazzo, nel goffo tentativo di improvvisare un balletto, e il suo infelice controcanto. Da cantante dilettante riconosco la difficoltà di riprodurre un brano di quel genere, che non sta tanto nella melodia, di per sé piuttosto semplice, ma nell’esecuzione a tempo del testo: uno scioglilingua da ripetere velocissimamente senza poter riprendere fiato. E, infatti, il nostro rapper pendolare arranca dietro il cantante: parte con le parole giuste, si vede che le conosce bene (devo dire che dopo stamani anch’io ormai le so a memoria, ahimè), ma si confonde verso la metà di ogni verso, che diventa via via un biascichio sempre più incomprensibile, per riprendersi poi alla fine:

Burocrazia

L’Italia si squaglia cm brr… em….ZIA

Una bella idea

Arriva smpr tte..ONDA

Come la polizia

….

Roba magica simsalabim

Ma al microf.. em br… ah… PIN….

Avrei potuto spostarmi in un’altra carrozza, ma ormai mi ero sistemata e mi faceva un po’ fatica. E poi, lo ammetto, anche se in molti loro atteggiamenti questi ragazzi sono fastidiosi, anche parecchio, in fondo in fondo mi diverto a guardare le loro esibizioni mattutine. Me ne sono accorta, sapete, che quello faceva il galletto (rompendo le scatole a tutto lo scompartimento) per farsi notare dalla morettina un po’ emo seduta più avanti con due sue amiche…

Finalmente i ragazzi arrivano a destinazione e, in modo disordinato e scomposto, spintonandosi e sbattendo gli zaini da tutte le parti, scendono lasciando il treno in un surreale silenzio. Che dire, a quel giovinetto auguro tutto il bene del mondo: di conquistare la sua morettina, di mantenere la sufficienza a matematica e anche in tutte le altre materie, così il babbo potrà comprargli tutti gli aggeggi tecnologici che vorrà (e magari anche un paio di cuffie). Ma se potessi dargli un consiglio, gli direi di non tentare la strada del rapper, non mi pare proprio portato.

Tempi moderni 2.0

E’ venerdì mattina, la stanchezza inizia a farsi sentire, arrivo alla stazione all’ultimo minuto, quando il treno sta già avvicinandosi lungo il binario due. Di solito scelgo uno dei vagoni di testa, quelli più lontani e meno affollati, ma stamani non ho tempo e salgo su uno centrale, affollato dagli studenti delle superiori. Riesco comunque a trovare un posto, mi siedo vicino al finestrino e inizio a leggere

“… Essa era alta e snella per i quindici anni appena compiuti . Aveva il volto pallido, soffuso di quella patina dell’adolescenza che è come un pulviscolo d’oro e di luna cosparso sulle sembianze, impossibile a dirsi...”

Sollevo lo sguardo dal libro, sui dedili di fronte siedono due studentesse dei primi anni delle superiori.  Quella davanti a me biascica come un cammello una gomma da masticare, digitando freneticamente qualcosa sul suo telefonino. Ha gli occhi incorniciati da un trucco pesante sui toni del nero, una maglia lunga, leggins neri su pesanti anfibi. I capelli hanno un taglio dalla geometria ben definita, asimmetrico, e sono perfettamente lisci. Un brillantino spunta dalla narice sinistra. Riprendo a leggere.

“…Gli occhi grigi acciaio infossati nelle orbite, davano al suo sguardo un che di infantile dispetto…”

 

La ragazza, con lo sguardo fisso sul telefonino, gonfia un palloncino di gomma da masticare e lo fa esplodere rumorosamente.

“…Il naso delicatissimo, come ambrato, sulle labbra che erano naturalmente rosse e scoprivano i denti piccoli e fitti. Una scialbatura di efelidi agli zigomi trascolorava sull’avorio vivo della pelle. Era bella e innocente, vergine in ogni atteggiamento, in ogni espressione…“

Dietro il mio seggiolino, tre o quattro ragazzi parlano e ridono sguaiatamente.

“…Tutte le sue parole, anche le più consumate e proverbiali, acquistavano un sapore di schiettezza, tanto si avvertiva la persuasione che le ispirava…”

La mia lettura si interrompe bruscamente, un rumore improvviso mi fa trasalire, è stato uno dei ragazzi dietro di me, che ha emesso un sonoro rutto. Non ho mai sentito una cosa del genere, non riesco a capire come un fisico  esile e acerbo come quello del quindicenne, autore della prodezza, riesca a generare una simile potenza sonora. Gli amici si complimentano con lui, ridendo e bestemmiando in modo raccapricciante.

Chiudo il libro, lo rimetto in borsa, per oggi mi è passata la voglia di leggere.  Forse bisogna che cambi genere…

 

Tempi difficili?

Dedico questo post alla mia amica  Annalisa, di professione libraia, come piccolo pensiero per il suo compleanno, che era ieri.

Ho vissuto il periodo di queste elezioni politiche con un’ansia particolare, culminata lunedì pomeriggio, alla chiusura dei seggi. Quel fatidico giorno ho cercato di sbrigare tutte le cose più urgenti in mattinata, ho mandato l’ultima email alle 15.18 e poi, come penso ogni italiano dotato di computer, mi sono collegata con i vari siti di informazione per seguire l’esito di questa direi storica tornata elettorale. E così è iniziata una danza frenetica e sincopata di sondaggi, proiezioni, exit poll, instant poll, previsioni di esperti, opinioni di opinionisti, e chi più ne ha più ne metta. Mi sono presto persa e ubriacata di quei numeri, di quelle percentuali, che ogni minuto paventavano scenari diversi. Per poco non ho perso il treno, presa com’ero dalle ultime notizie. Sul treno poi, subito mi sono collegata con il cellulare, come me hanno fatto molti miei compagni di viaggio. Sono andata a dormire appena ho visto che ormai i risultati sembravano stabilizzati, sfinita.

Martedì mi sono svegliata di cattivo umore, non mi aspettavo un esito del genere e sono rimasta decisamente delusa. Speravo che, rituffandomi nei problemi della quotidianità, mi sarebbe un po’ passata, ma non è andata proprio così. Sul treno sembrava di essere al mercato, il silenzio di ieri pomeriggio, carico di tensione e aspettative fiduciose, ormai era dimenticato. Tutti avevano da commentare, chi era contento, chi deluso, chi sorpreso. Tutti parlavano con una sicurezza e una consapevolezza notevole, “…tanto lo sapevo io che andava a finire così”, tutti sapevano cosa avrebbe fatto Bersani, cosa gli avrebbe risposto Grillo, le reazioni di Berlusconi. Come se fossero dei conoscenti, dei familiari. Che dire, beati loro, io proprio non lo sapevo che cosa sarebbe successo, chi si sarebbe alleato con chi, chi avrebbe mandato a quel paese chi altro e così via, e la cosa mi preoccupava abbastanza. Per la strada, parole come “alleanze”, “inciuci”, “rivoluzione”, “tutti a casa”, “così imparano” ecc. mi inseguivano. Al lavoro, di nuovo, un continuo discutere di politica. Sono andata a pranzo da sola, per riprendere un po’ fiato, ma, al tavolo accanto, un gruppetto di impiegati pontificava l’impresa di Grillo. Ho mangiato in fretta un pezzetto di pizza malamente riscaldato, che mi è rimasto sullo stomaco, e sono uscita. Entrata in un bar per un caffè, ho interrotto il barista dalla sua dotta dissertazione sugli errori di comunicazione del centrosinistra. Tutti a parlare, parlare, parlare, parlare, parlare, parlare…

Basta! Non ne potevo più! Avrei voluto mettermi a urlare, magari  proprio lì, in quel bar, all’improvviso, ma probabilmente la gente mi avrebbe gridato “Oh, che ti cheti? Dobbiamo parlare di politica, noi!”

Uscita di nuovo all’aria aperta e avendo ancora un po’ di tempo, sono andata a cercare un rifugio da tutto questo rumore assordante. E l’ho trovato, come spesso mi succede, in una libreria. Non c’era quasi nessuno, solo i commessi, ma erano impegnati a rimettere a posto dei volumi e non si sono curati di me. Finalmente, sola, lontano anche dai miei pensieri foschi, mi sono ripresa. Ho letto con calma i titoli sulle costole dei volumi ordinati sullo scaffale, ne ho presi alcuni, li ho aperti, sfogliati, ho letto qualche frase qua e là. Mi sono gustata con calma quei minuti di pace che finalmente ero riuscita a trovare.

Non so se gli psicologi hanno mai preso in considerazione la frequentazione di biblioteche e librerie come terapia contro l’ansia. Su di me ha veramente un effetto benefico, ma forse solo perché amo tanto i libri…

Ho scoperto prestissimo che i migliori compagni di viaggio sono i libri: parlano quando si ha bisogno, tacciono quando si vuole silenzio. Fanno compagnia senza essere invadenti. Danno moltissimo, senza chiedere nulla.”

Mi è venuta in mente proprio questa frase di Tiziano Terzani, ieri, nella libreria. Al contrario dei politici, che sbraitano alla televisione e della gente che fa loro cassa di risonanza ripetendo come pappagalli le frasi, soprattutto quelle scioccanti, i libri ti parlano solo se li interpelli, e lo fanno in modo discreto e silenzioso.

Sono uscita più sollevata, con meno pensieri per la testa e un libro in più in borsa.

Neanche a farlo apposta, si trattava di “Tempi difficili” di Dickens.

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Giocatori pendolari sfortunati

Ci risiamo. Dopo aver amorevolmente allevato un animalino virtuale in Pet Society, coltivato una rigogliosa fattoria a Farmville e costruito un sontuoso maniero a Castelville, sono ricaduta un’altra volta nella spirale perditempo dei “giochini sociali” (per chi non li conosce, quelli che ho nominato sono dei giochini di Facebook in cui ti ricrei una specie di ambiente virtuale e puoi andare a visitare gli ambienti creati dai tuoi amici, che per l’occasione diventano “vicini” di casa, fattoria, castello ecc.). Questa è la volta dell’ormai universalmente diffuso Ruzzle, di cui ha parlato anche Ilaria in questo suo post. L’ho installato nei giorni passati a casa con l’influenza e mi ci sono un po’ fissata, anche se adesso devo dire che la fase acuta dell’intossicazione è passata. Perché, a onore del vero, pur essendo abbastanza vulnerabile a cadere nella tentazione, a me queste passioni ludiche non durano poi molto, per fortuna. Chissà che fine avrà fatto l’animalino di Pet Society, sarà morto di stenti? E la fattoria di Farmville sarà infestata da erbacce e sterpaglie, mentre il maniero di Castelville starà ormai cadendo in rovina…

Scusate… è appena arrivato il messaggino che mi avverte che un mio amico  vuole sfidarmi a Ruzzle… devo andare… ok, ok, prima finisco il post!

Insomma, ancora non mi è passata, ma ha i giorni contati… Spero… E poi non è mica vero che è il passatempo ideale per il pendolare: a me, per esempio, giocare durante il viaggio, invece di rilassare, innervosisce. Il consueto stress del pendolare si somma alla sottile ansia della competizione, il giochino si insinua nei ritmi e nelle dinamiche del viaggio quotidiano, da un lato condizionandolo, ma anche subendone gli immancabili imprevisti.

Ecco quindi una serie di corollari della legge di Murphy applicabili ai pendolari giocatori di Ruzzle, dimostrati dalla mia seppur breve esperienza personale:

  1. Se aspetti che il treno arrivi prima di iniziare la partita a Ruzzle, il treno non arriverà.
  2. Se, preso dallo sconforto, inizierai la partita, il treno arriverà e dovrai interromperla sul più bello per salire.
  3. Se sei alla stazione e il treno che stai aspettando ha molto ritardo, per qualche motivo non ci sarà il segnale per il cellulare e non potrai giocare.
  4. Se sei sul treno, stai giocando e vincendo una partita a Ruzzle, passerà il controllore e dovrai interromperla.
  5. Se stai perdendo una partita, non passerà nessuno a chiederti il biglietto e potrai perderla in tutta tranquillità.
  6. Se stai vincendo la partita, il treno accelererà e arriverà a destinazione prima che tu la finisca, così la dovrai interrompere per scendere.
  7. Se il treno rallenta e accumula ritardo, lo farà in un punto della linea dove non c’è segnale e non potrai giocare a Ruzzle per passare il tempo.
  8. Se stai vincendo una partita il cellulare si scaricherà e si spegnerà, non avrai con te il cavetto per ricaricarlo e dovrai aspettare l’arrivo per vedere come va a finire.
  9. Se ti sposti in disparte sulla banchina per concentrarti in vista del terzo round a Ruzzle contro il tuo acerrimo avversario, inizierà a piovere e dovrai tornare di corsa sotto la pensilina, in mezzo alla calca.
  10. In tutti questi casi il tuo avversario a Ruzzle sarà comodamente seduto sul divano di casa, in condizioni psicofisiche ottimali per concentrarsi sul giochino, e ti sconfiggerà in modo impietoso.

 

Insomma, è chiaro che questo giochino, apparentemente un innocuo passatempo per ingannare l’attesa durante il viaggio, in realtà è fonte di tensioni, arrabbiature, corse e stress.

La conclusione? Meglio, molto meglio, un bel libro.

ruzzle

Post dadaista, con sorpresa finale…

…per cui leggetelo fino in fondo, vi conviene! 😉

Il treno procede tranquillo, fermandosi ogni tanto per scaricare e caricare pendolari assonnati e apatici, di ritorno dalla giornata lavorativa. Sono seduta in una carrozza  piuttosto affollata e digito velocemente sulla tastiera del mio computer portatile l’ultima parte della relazione che devo consegnare per domani a mezzogiorno.

C’è molto rumore oggi pomeriggio, è difficile lavorare… E più ho fretta di finire, più i disturbi esterni mi distraggono e mi irritano.

Cerco di estraniarmi e concentrarmi nella mia relazione, ma a un certo punto, come un medium che cade in trance, le mie dita iniziano a trascrivere l’assurdo dialogo che sta prendendo vita intorno a me.  Ed ecco il delirante risultato:

“A te quando andrebbe bene?”

 “Eeeeh”

 “No giovedì non posso, vado in palestra”

“Mamma mia…”

“Il dottore mi ha detto che ho una disfunzione alla tiroide”

“Facciamo venerdì allora, d’accordo, te cosa porti?”

“Perché noi lo sappiamo bene…”

“Ero disperata, una volta mi sono dovuta fermare all’Autogrill perché mi sentivo svenire”

“Ah buono, anch’io lo faccio a volte, ma ci metti il Philadelphia?”

“Mi ha dato delle pillole da prendere tutti i giorni”

“Lo so, una noce nel sacco non fa rumore…”

“Sì proprio quelle”

“No, io vedrai porterò i crostini”

“Eeeeh mamma mia…”

“No, a me non danno noia, anzi hanno risolto parecchio”

“Ma, niente di speciale vedrai, quelli con il tonno e la maionese”

“Ma due… due se vogliono fanno tanto rumore”

“Sì ha detto che viene anche lei se ce la fa ma non è sicura ancora”

“Sì mi è arrivata l’email… mamma mia che parolona I MAIL”

“Va bene”

“Sì l’ho installata ma non so come funziona…”

“Comunque è una cosa diffusa, mi ha detto che ne soffre anche la mamma della Patrizia”

“Cosa vuol dire la devo inoltrare l’allegato?”

 “Ci siamo stati domenica scorsa ma non è un granché…”

“Sì lo vedo che è arrivata ma ora come devo fare…”

“Ora sta meglio, ha ancora qualche dolore alla parte bassa della schiena”

“Mah, secondo me non ne vale la pena”

“E la Susanna come sta? E’ tornata al lavoro?”

“Ci vorrebbe un informatico…”

“Ciao, sono sul treno, sto tornando solo adesso”

“Sì ma fisicamente come faccio?”

“Eh cosa vuoi che sia successo… ho fatto tardi come sempre”

“Davvero? Non lo sapevo mica… Ma dai, quando?”

“Salva con nome, sì, e poi?”

“Anche lei, con quell’allergia, non ne esce proprio”

“E dove si sposano?”

“Salva, va bene!”

“Bello, ci sono stata a un altro matrimonio”

“No no, non importa… Mangio un boccone e via, non ho nemmeno fame stasera”

“Eeeeh…”

“Mi ha raccontato che ha provato ma senza cortisone non riesce a farla passare”

“Tutto bene, mamma, cosa vuoi sia successo?”

“Quando ti compare dove la devi salvare?”

“E dove vanno in viaggio di nozze?”

“Ti ho detto va tutto bene, sono solo stanco e mi girano, ecco”

“Eh!”

“In Polinesia? Esagerati! ”

“Sì nell’’erboristeria in piazza”

“Eh!”

“No, dopo esco…”

“Bello! Mi piacerebbe davvero!”

“Ci vorrebbe il compiuter (sic!) davanti per poter operare…”

“Ah non lo sapevo, da quanto?”

“Mamma mia…”

“Figuriamoci!”

“Aah…”

“Mamma, l’esame ce l’ho la prossima settimana, lo saprò io quanto studiare, no?”

“Ma sono sposati?”

“Ma allora sei un genio!”

“No, non importa”

“Mamma mia… Sei un luminare, sei un vulcano!”

Come colonna sonora di questa assurda sceneggiatura, il rumore di un videogioco, di quelli “spara-spara” per intenderci, proveniente dal telefonino del canuto signore seduto accanto a me, intervallato da squilli e suonerie varie.

Solo vicino all’arrivo mi riprendo dalla fase di trance e mi rendo conto che ho trascritto la surreale conversazione che ho riportato sopra  nel file della relazione che devo consegnare. Seleziono il testo “abusivo”, sto per cancellarlo, poi ci ripenso…

Perché voglio riutilizzarlo per…

Il primo contest pendolare-assurdo!

Che funziona grossomodo così:

Il Candidato o la Candidata descriva brevemente i protagonisti della sovra-citata conversazione specificando, per ognuno: genere, fascia d’età, carattere, abbigliamento, vizi e virtù, passato, presente, fututo e qualsiasi altra informazione egli-ella ritenga opportuna per definire il personaggio.

La descrizione potrà essere riportata come commento a questo post o come post nel proprio blog, qualora il Candidato o la Candidata ne possieda uno.

Non è prevista scadenza.

Non importa “indovinare” esattamente chi erano i protagonisti (non si gioca mica a “indovina chi?”, non siamo mica un blog di gossip!), ma divertirsi a inventare una situazione realisticamente assurda o assurdamente realistica.

Ovviamente non si vince e non si perde niente… 😀

2012-08-29 17.38.58