Un nuovo amico pendolare

Deve essere scappato ieri dallo zaino di qualche ragazzina, proprio il primo giorno di scuola, ed è rimasto solo solo fino al mio arrivo sul sedile del treno… pare simpatico, no? 😀

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Tracce di umanità

Le condizioni di squallore e degrado in cui versano molte delle nostre stazioni hanno molteplici cause. Una delle principali è la consuetudine, purtroppo abbastanza diffusa, di considerarle un po’ come discariche personali, in cui possiamo liberarci comodamente dei nostri piccoli rifiuti quotidiani, senza perdere troppo tempo a cercare cestini, cassonetti, o comunque luoghi e contenitori più idonei. Cartacce, fazzolettini di carta usati, lattine, giacciono un po’ ovunque, come relitti alla deriva, contribuendo all’atmosfera sciatta e trasandata di questi luoghi.

In questo contesto poco gradevole si inserisce il mio primo incontro pendolare di oggi, a metà della scala che porta dal sottopassaggio al marciapiede lungo il binario da cui parte il mio treno. Abbandonata, su un gradino, in posizione ortogonale rispetto alla direzione di percorrenza, mi accoglie un’inusuale suola di scarpa. Usata, e anche parecchio, a giudicare dall’ombra scura che riproduce in modo inequivocabile l’impronta di colui o colei che l’ha indossata. Un’altra immagine di sciatto degrado che denuncia maleducazione e disinteresse. Eppure, inaspettatamente, non posso fare a meno di trovare, in questa scena, un qualcosa di estetico, di aggraziato, in qualche modo. Sarà la posizione, sarà il contrasto tra la forma approssimativa ma armoniosa dell’impronta e le linee nette e squadrate dei gradini e delle piastrelle, sarà il chiaroscuro, sarà che sono sveglia da poco e i miei canali percettivi sono ancora assopiti. Scatto velocemente una foto con il cellulare (lo so, non è tanto normale mettersi a fotografare suole di scarpe lungo le scale dei sottopassaggi).

Chissà di chi era? Dove stava andando? Perché? Perché proprio sui gradini, visto che a pochi metri, sul marciapiede, ci sono delle panchine (e dei cestini, anche), dove tutta l’operazione si sarebbe potuta svolgere in modo più comodo e discreto? Accompagnata da tutte queste domande filosofiche, più o meno, mi avvio a prendere il treno.

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La panchina della stazione

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Passo le mie giornate guardando il marciapiede davanti a me e, poco oltre, il binario due. Non è una gran bella vista, a dire il vero, lo ammetto. La linea gialla, che nessuno dovrebbe oltrepassare, è interrotta proprio qui di fronte da una crepa scura sull’asfalto, da cui spuntano alcuni fili d’erba rinsecchiti. La massicciata dei binari è cosparsa di rifiuti: tre bicchieri di Estathè, due lattine di Cocacola,  una bottiglia di birra, involucri vuoti delle patatine, cartacce varie. Eppure, proprio accanto a me hanno appena sistemato tre contenitori per i rifiuti nuovi. Certo che la gente a volte è proprio incivile. Come quei ragazzini che una mattina, aspettando il treno, hanno deciso di sfregiarmi con un temperino, scrivendo sulla superficie del legno “Forza Juve”, con una brutta e storta calligrafia oltretutto. Poi ne sono arrivati altri, con un temperino più grosso hanno cancellato “Forza” e con una calligrafia ancora più brutta e ancora più storta hanno aggiunto “Merda”.

Una vita triste e monotona, la mia, penserete voi. Magari, nei miei panni, preferireste essere piuttosto la panchina di un giardinetto pubblico, dove siedono le mamme e i nonni quando portano i bimbi a giocare.  Oppure una di quelle panchine della terrazza sul lungomare, affacciata sugli ombrelloni, che guarda le onde lambire il bagnasciuga. O, perché no, una panchina di legno rifinita grossolanamente, di quelle che si trovano nei sentieri di montagna, quando il viottolo si affaccia sulla valle, rivelando un panorama mozzafiato.

Vi sbagliate però, la mia vita non è per niente monotona. La mattina, ancor prima dell’alba, inizia a passare davanti a me un mondo variegato e colorato. Le persone arrivano con andatura lenta, assonnata, alcuni si siedono mentre aspettano il treno. C’è chi ha già la forza di chiacchierare, chi sfoglia il giornale, chi legge un libro. Poi arriva il treno, i freni stridono nello sforzo di rallentare il bestione d’acciaio, le porte sbuffano prima di aprirsi. Le persone salgono e il marciapiede si svuota. Solo per poco però, già dal sottopassaggio spuntano le teste di altri viaggiatori, e poi arriva un altro treno, e poi un altro ancora.

Ma ecco che sta arrivando il regionale delle diciotto e quarantadue, che riporta a casa buona parte di quelli che sono partiti stamani. Ecco la signora con il tailleur  e i tacchi che sta sempre al telefono. Subito dietro di lei, passa la coppietta di adolescenti sempre mano nella mano, sempre a sbaciucchiarsi. E poi arriva anche la ragazza con i pantaloni larghi, gli scarponi, il berretto e la borsa di pezza e in mano quel grosso tomo dalla copertina blu. E poco più in là, il bambino, arrivato con la nonna sul binario, scalpita perché ha visto il babbo scendere dalla carrozza. E i tre venditori ambulanti con le grosse borse di plastica azzurra e il mazzo di ombrelli al braccio si allontanano chiacchierando. E i ragazzacci che l’altro giorno mi hanno sfregiato, sempre a ridere sguaiati, spingendosi goffamente, e dandosi delle spallate, per fortuna oggi non hanno intenzione di fermarsi. Ed ecco anche la ragazza nomade, quella con le lunghe trecce nere, con il cagnolino e l’organetto, la gonna a fiori e i sandali sui calzettoni a righe, anche per lei la giornata volge al termine.

E poi, anche tra l’asfalto, il cemento o l’acciaio, specialmente in primavera, qualche volta arriva una piacevole piccola sorpresa colorata, come per esempio questa:

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Dove vorranno andare?

Oggi propongo un post un po’ visionario… Sarà mica colpa del caldo?

Fa già caldo di prima mattina, oggi, Minosse si è alzato presto stamani. All’orizzonte l’aria è già tremolante per il calore della superficie del terreno, sarà una giornata torrida. Sul binario, la solita gente, aspetta. C’è meno gente del solito, le scuole sono chiuse e in molti sono già in ferie, beati loro. Non mi rendo nemmeno conto di come sono arrivata qui, sul punto dove ogni mattina aspetto il treno, ho utilizzato il mio pilota automatico. Al mio fianco, su una panchina, due ragazze leggono. Accanto alla panchina, oggi, noto una presenza insolita: un paio di scarpe.

Sono scarpe da ginnastica, ma non di quelle alla moda, anzi, diciamo, un po’ bruttine. Sono molto consumate: i lacci sono tutti arrotolati, sono stati legati e sciolti un sacco di volte, sembra. La superficie di pelle, originariamente bianca, adesso è grigia, in molti punti sciupata e, soprattutto nella parte anteriore, tutta screpolata.   Devono aver fatto molti chilometri, quelle scarpe.  Chissà se a piedi o di corsa, sull’asfalto oppure, magari, tra i ciottoli di una stradina di campagna. Chissà, forse hanno scalato delle montagne. Oppure, forse, tutte quelle screpolature sono dovute alla salsedine, per aver corso chilometri e chilometri lungo una spiaggia.

La loro posizione non è casuale e nemmeno statica. Non sembrano proprio due scarpe buttate via, abbandonate. Sono quasi allineate, guardano verso il binario due, all’incirca come le  molte altre scarpe che stanno aspettando il treno lungo il marciapiede, comprese le mie. La destra è leggermente più avanti della sinistra, le punte sono un po’ in fuori. Pare che abbiano una propria identità e che stiano per scattare da un momento all’altro. Chissà, dove vorranno andare?

Arriva il treno, la mia attenzione si distrae da questa insolita visione mattutina. Salgo i gradini, entro nella carrozza, mi siedo. Attraverso il vetro del finestrino vedo di nuovo le scarpe. Il treno riparte, per un attimo mi pare di percepire un loro movimento, un breve scatto. Ma è solo per un istante, mi accorgo subito che è un effetto beffardo del moto relativo.