il grande e potente… Azz

In questo periodo dell’anno, in cui il mio orario di partenza la mattina coincide più o meno con l’alba, il cielo a volte regala degli spettacoli che compensano, almeno parzialmente, il disagio della levataccia. Stamani, per esempio, uno spesso strato di nuvole scure spadroneggiava a est, diventando via via più sottile e rarefatto nella parte alta del cielo, per poi svanire verso ovest. Il sole tentava con fatica di aprirsi uno spiraglio, come se dovesse sollevare una pesante serranda arrugginita e, mi piace immaginare, per lo sforzo era diventato tutto rosso. L’atmosfera era avvolta da questa luce morbida, nei toni dell’arancio, del rosa, del giallo. Tutto sembrava più bello: i visi ancora assonnati dei pendolari, il vetro sudicio dell’ascensore, le baracche abbandonate, persino le macchinette distributrici di cibarie e bevande, sul cui vetro si specchiavano i riflessi rossastri, avevano un inaspettato fascino. Mi sono spostata lungo il binario, verso la fine del marciapiede, per ammirare lo spettacolo e fare qualche foto. A un certo punto una lama di luce ha colpito i binari in un tratto che iniziava pochi metri davanti a me e proseguiva fino al punto ideale in cui, dopo una leggera curva verso sinistra, convergevano, all’orizzonte, rendendoli luccicanti come se fossero fatti d’oro. Una via dorata, quindi, anche se, invece che di mattoni, era fatta di ferro.
IMG_20140916_072021
Ho lasciato liberi di correre lungo quei binari luminosi la fantasia e i ricordi delle letture di quando ero piccola, e allora, ecco che la ragazzina “emo” con i capelli per metà neri e per metà blu e gli stivaletti pieni di borchie metalliche che brillavano, come d’argento,  è diventata Dorothy, il signore elegante con il completo grigio e la borsa per il portatile si è trasformato nell’Uomo di Latta, quel ragazzo con i vestiti trasandati, i capelli e la barba incolti non poteva che essere lo Spaventapasseri e la signora seduta sulla panchina, con quella cascata di riccioli biondi, il Leone pauroso. Tutti in attesa del treno per la Città di Smeraldo (previsto in arrivo con dieci minuti di ritardo). La magia è durata solo pochi secondi, poi le nuvole hanno avuto la meglio e tutto è tornato grigio come sempre. Sono rimasta sospesa, ancora per qualche istante, in questa specie di sogno ad occhi aperti, ma ci ha pensato la gracchiante voce dell’altoparlante, l’uccellaccio del malaugurio di noi poveri pendolari, a riportarmi alla realtà quotidiana: “Si avverte la gentile clientela che il treno 12345 proveniente dalla Città di Smeraldo e diretto alla Strega del Sud –quello che sto aspettando io, per intenderci- oggi non sarà effettuato per un guasto al treno, Trenitalia si scusa per il disagio”. Ed è da questo triste e così poco poetico epilogo della vicenda che trae origine il titolo del post 🙂

Annunci

Da qualche parte, oltre l’arcobaleno

Pendolo partì di casa, come ogni giovedì mattina, alle sette e mezzo. Chiuse la porta con le solite tre mandate e s’incamminò verso la stazione. Lì avrebbe preso il treno che lo avrebbe portato a Cittàgrande, dove lavorava allo sportello dell’ufficio reclami di un Grande Magazzino specializzato nella vendita di elettrodomestici di tutti i tipi. Come ogni mattina lo aspettavano un sacco di clienti inferociti, già s’immaginava, sarebbe ritornato per l’ennesima volta il tizio arrogante a cui non funzionava l’aspirapolvere, ne aveva già comprati tre modelli (ma cosa ci faceva, quello lì, con gli aspirapolvere, vallo a sapere), e poi la signora in lacrime perché la lavatrice nuova si era mangiata il suo maglione preferito, e la ragazza un po’ svampita, in crisi perché il forno a microonde non dava segni di vita dopo appena una settimana dall’acquisto, e così via. Non che lui si intendesse di elettronica, anzi,  le cose tecnologiche non lo avevano mai interessato particolarmente. Probabilmente quel posto di lavoro lo aveva ottenuto più per la pazienza e la capacità di rimanere impassibile di fronte alle scenate e offese dei clienti inferociti che per le sue effettive competenze. Ma, in questi tempi di crisi era bene tenerselo stretto, il lavoro, anche se non era proprio quello a cui aspirava.

Uscendo dal cancello del giardino, quel giovedì mattina, notò una luce strana: stava piovendo, il cielo era scuro, ma le strade, le case, erano insolitamente luminose. Alzando lo sguardo, rimase sorpreso da uno spettacolo inconsueto. Un gigantesco e brillante arcobaleno attraversava il cielo da nord a sud, un arco perfetto e completo, con tutti i colori dell’iride: rosso, arancione, giallo, verde, azzurro, indaco e violetto. Che bellezza! Uno così perfetto, erano anni che non ne vedeva, a pensarci bene, forse, non ne aveva mai visto.

È un segno, pensò. Decise di andare a vedere dove andava a finire, invece di andare al lavoro, non sembrava molto lontano. Nella peggiore delle ipotesi avrebbe preso il treno dopo e sarebbe arrivato in ritardo, il direttore del Grande Magazzino gli avrebbe fatto una bella ramanzina, ma, tanto, lavorando all’ufficio reclami, c’era abituato. Se fosse stato fortunato, invece, magari avrebbe potuto trovare la leggendaria pentola d’oro nascosta dal folletto, di cui aveva sentito raccontare quando era piccino.

Invece di andare alla stazione, si diresse verso sud, dove l’arcobaleno sembrava più vicino. Camminava con il naso all’insù, ignaro degli ostacoli che avrebbe trovato.

Attraversò la strada davanti a casa senza guardare, per poco non venne investito da un tizio in motorino che gli lanciò una sfilza di accidenti.

Proseguì sul marciapiede, dopo pochi passi si scontrò con una signora canuta con un paio di spessi occhiali da vista, che stava andando a fare la spesa. “E stia attento!”, brontolò. Se ne andò borbottando contro i giovani di oggi che non hanno rispetto delle persone anziane.

Attraversò la piazzetta, per fortuna senza intoppi, ed entrò nei giardini pubblici. Andava spedito, perché sapeva che l’arcobaleno non dura molto e gli sembrava che stesse iniziando a sbiadire un po’ nella parte centrale. A un certo punto sentì un “ciak”. No, purtroppo non era quello di un regista che dava il via alle riprese di un film con protagonista la sua attrice preferita. Era invece il rumore della sua scarpa sinistra che si scontrava con la cacca di un cane. Era gigantesca! Il produttore sicuramente era stato quel sanbernardo dei suoi vicini di casa. E, a giudicare dalla consistenza e dall’odore, doveva essere fresca di giornata. Maledizione, pensò, ma poi si ricordò che porta fortuna. Mentre si puliva alla meglio con un fazzolettino di carta, continuava a ripetersi: “E’ un altro segno, oggi deve essere la mia giornata fortunata”.

L’arcobaleno era sempre più sbiadito, doveva sbrigarsi. Riprese il cammino a passo spedito, continuando a guardare ancora per aria, invece che di fronte a sé, nonostante tutto quello che gli era successo. E infatti dopo pochi metri si andò a scontrare con un alberello dal tronco sottile ma la chioma folta, ancora piena di foglie colorate, anche se eravamo quasi alla fine di novembre. L’alberello tremò per la botta e si scrollò di dosso tutte le goccioline di pioggia cadute nella notte, facendo al nostro Pendolo una bella doccia.

Nemmeno questo lo fece desistere, continuò imperterrito a inseguire l’arcobaleno attraverso stradine, vialetti, scale. Gli sembrava di aver percorso un bel po’ di chilometri e che fosse passato un sacco di tempo, quando finalmente arrivò alla meta. Dell’arcobaleno era rimasto solo un piccolo spicchio e in fondo c’era… il treno per Cittàgrande in partenza dal binario tre! Non si era accorto che tutto il suo tragitto lo aveva portato dove si recava ogni mattina, sulla banchina della stazione.

Sulla panchina, un bambino suonava un motivetto allegro con un flauto di Pan. Guardandolo bene, quel bambino aveva la barba lunga e il viso pieno di rughe. Vedendo Pendolo, smise di suonare e si mise a ridere sguaiatamente. “Sei il folletto della pentola, vero? Dove l’hai nascosta?” E il piccoletto, riuscendo a fatica a calmarsi dalle risate, “Ti ho fregato, era dall’altra parte dell’arcobaleno!”

Era troppo deluso per mettersi a discutere, con un folletto poi. Se lo avesse visto qualcuno, lo avrebbe preso per pazzo. Pendolo rinunciò alla pentola d’oro, si godette ancora per qualche istante l’ultimo spicchio di arcobaleno rimasto e salì sul treno, pronto come ogni mattina ad affrontare la consueta sfilza di reclami e lamentele.

Pendolare con la testa tra le nuvole

La vita da pendolare non è sempre grigia…