Natale pendolare #21

Decorazioni natalizie a tema sull’albero pendolare 🙂

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L’omino con il palloncino

Non mi piacciono molto le scritte dei graffitari improvvisati che imbrattano e deturpano i muri della città, specialmente quando oggetto di queste forme di comunicazione sono i palazzi storici e le opere d’arte del centro. Da un po’ di tempo però in giro per Firenze mi capita di imbattermi in  graffiti particolari, che rappresentano un uomo stilizzato, minuto, disegnato con tratto nero, in compagnia di un cuore rosso o appeso ad un palloncino, sempre rosso. In alcuni disegni appare una scritta, una specie di didascalia, free, fly, fly away, exit. Alcuni sono firmati con una lettera, K.

Questi disegni catturano la mia attenzione per la semplicità del tratto e la delicatezza, contrapposta all’ostentazione e alla roboante invadenza che caratterizza spesso queste forme di rappresentazione grafica. L’omino nero, piccolo al cospetto del cuore rosso, o trascinato via dal palloncino, mi ispira simpatia, specialmente in quei disegni dove, per la velocità, perde il cappello in volo.

Oggi pomeriggio quindi ho approfittato della passeggiata domenicale per improvvisare una specie di “caccia fotografica” all’omino col palloncino rosso per le vie del centro di Firenze, nei dintorni di piazza del Duomo e piazza Santa Croce. Ed ecco i risultati.

L’uomo col fiore in bocca

Ieri sera dopo cena sono tornata alla stazione, ma non per prendere il treno, per una volta. Nel piazzale della stazione andava in scena “L’uomo col fiore in bocca” di Luigi Pirandello: non avevo mai visto quest’opera teatrale, in realtà non l’avevo neanche letta, e sono stata felice di aver avuto questa occasione, proprio vicino a casa, proprio nella stazione da dove ogni giorno partono i miei viaggi pendolari.

Qui trovate notizie sull’evento.

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Si tratta di un atto unico, di durata abbastanza breve, in cui uno sconosciuto, malato terminale di cancro, si racconta a un viaggiatore che ha appena perso il treno, nel caffè di una piccola stazione di provincia. Il dialogo tra una persona “comune” ed una che sa di essere a breve condannata ci fa riflettere sul rapporto dell’uomo con la morte. Per l’uomo dal fiore in bocca, che sa di avere a disposizione ormai poco tempo, tutti i particolari e le sfaccettature della vita di tutti i giorni assumono un valore immenso.

Una nota particolare: la rappresentazione doveva iniziare con la partenza del treno per Firenze Santa Maria Novella, che, come al solito, è arrivato con venti minuti di ritardo! Più realistico di così…

Riporto alcune parti dell’opera, qui trovate il testo integrale.

L’uomo dal fiore. […]

E così, ha lasciato tutti quei pacchetti in deposito alla stazione?

L’avventore. Perché me lo domanda? Non vi stanno forse sicuri? Erano tutti ben legati…

L’uomo dal fiore. No, no, non dico!

Pausa

Eh, ben legati, me l’immagino: con quell’arte speciale che mettono i giovani di negozio nell’involtare la roba venduta…

Pausa

Che mani! Un bel foglio grande di carta doppia, rossa, levigata… ch’è per se stessa un piacere vederla… così liscia, che uno ci metterebbe la faccia per sentirne la fresca carezza… La stendono sul banco e poi con garbo disinvolto vi collocano su, in mezzo, la stoffa lieve, ben piegata. Levano prima da sotto, col dorso della mano, un lembo; poi, da sopra, vi abbassano l’altro e ci fanno anche, con svelta grazia, una rimboccaturina, come un di più per amore dell’arte; poi ripiegano da un lato e dall’altro a triangolo e cacciano sotto le due punte; allungano una mano alla scatola dello spago; tirano per farne scorrere quanto basta a legare l’involto, e legano così rapidamente, che lei non ha neanche il tempo d’ammirar la loro bravura, che già si vede presentare il pacco col cappio pronto a introdurvi il dito.

L’avventore. Eh, si vede che lei ha prestato molta attenzione ai giovani di negozio.

L’uomo dal fiore. Io? Caro signore, giornate intere ci passo. Sono capace di stare anche un’ora fermo a guardare dentro una bottega attraverso la vetrina. Mi ci dimentico. Mi sembra d’essere, vorrei essere veramente quella stoffa là di seta… quel bordatino… quel nastro rosso o celeste che le giovani di merceria, dopo averlo misurato sul metro, ha visto come fanno? se lo raccolgono a numero otto intorno al pollice e al mignolo della mano sinistra, prima d’incartarlo.

Pausa

Guardo il cliente o la cliente che escono dalla bottega con l’involto appeso al dito o in mano o sotto il braccio… Li seguo con gli occhi, finché non li perdo di vista… immaginando… – uh, quante cose immagino! Lei non può farsene un’idea.

Pausa – Poi, cupo, come a se stesso:

Ma mi serve. Mi serve questo.

L’avventore. Le serve? Scusi… che cosa?

L’uomo dal fiore. Attaccarmi così – dico con l’immaginazione – alla vita. Come un rampicante attorno alle sbarre d’una cancellata.

Pausa

Ah, non lasciarla mai posare un momento l’immaginazione: – aderire, aderire con essa, continuamente, alla vita degli altri… – ma non della gente che conosco. No, no. A quella non potrei! Ne provo un fastidio, se sapesse, una nausea. Alla vita degli estranei, intorno ai quali la mia immaginazione può lavorare liberamente, ma non a capriccio, anzi tenendo conto delle minime apparenze scoperte in questo e in quello. E sapesse quanto e come lavora! fino a quanto riesco ad addentrarmi! Vedo la casa di questo e di quello; ci vivo; mi ci sento proprio, fino ad avvertire… sa quel particolare alito che cova in ogni casa? nella sua, nella mia. – Ma nella nostra, noi, non l’avvertiamo più, perché è l’alito stesso della nostra vita, mi spiego? Eh, vedo che lei dice di sì…

[…]

Non vede la relazione? Neanche io.

Pausa

Ma è che certi richiami d’immagini, tra loro lontane, sono così particolari a ciascuno di noi; e determinati da ragioni ed esperienze così singolari, che l’uno non intenderebbe più l’altro se, parlando, non ci vietassimo di farne uso. Niente di più illogico, spesso, di queste analogie.

[…]

Io le dico che ho bisogno d’attaccarmi con l’immaginazione alla vita altrui, ma così, senza piacere, senza punto interessarmene, anzi… anzi… per sentirne il fastidio, per giudicarla sciocca e vana, la vita, cosicché veramente non debba importare a nessuno di finirla.

Con cupa rabbia:

E questo è da dimostrare bene, sa? con prove ed esempi continui, a noi stessi, implacabilmente. Perché, caro signore, non sappiamo da che cosa sia fatto, ma c’è, c’è, ce lo sentiamo tutti qua, come un’angoscia nella gola, il gusto della vita, che non si soddisfa mai, che non si può mai soddisfare, perché la vita, nell’atto stesso che la viviamo, è così sempre ingorda di se stessa, che non si lascia assaporare. I1 sapore è nel passato, che ci rimane vivo dentro. I1 gusto della vita ci viene di là, dai ricordi che ci tengono legati. Ma legati a che cosa? A questa sciocchezza qua… a queste noje… a tante stupide illusioni… insulse occupazioni… Sì, sì. Questa che ora qua è una sciocchezza… questa che ora qua è una noja… e arrivo finanche a dire, questa che ora è per noi una sventura, una vera sventura… sissignori, a distanza di quattro, cinque, dieci anni, chi sa che sapore acquisterà… che gusto, queste lagrime… E la vita, perdio, al solo pensiero di perderla… specialmente quando si sa che è questione di giorni.

 

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Buon Natale!

In questi giorni di vacanza i piccoli amici di Pendolo se ne stavano sulla mensola della libreria e si annoiavano un po’… Ormai erano abituati a accompagnare il loro amico umano  nei suoi viaggi da pendolare, si divertivano a guardare gli altri umani alle prese con le gioie e i dolori quotidiani. Ma soprattutto a loro piaceva il treno: quell’enorme bestione meccanico che ogni giorno ingurgitava tutta quella gente, la portava in giro nella sua pancia e dopo un po’ la scaricava a destinazione.

Sulla mensola della libreria di Pendolo, c’era chi era un po’ triste, perché il Natale a volte mette anche un po’ di tristezza, no?

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Poi c’era chi era arrabbiato, parecchio arrabbiato, nonostante il Natale, nonostante le vacanze…

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C’era chi soffriva molto il freddo e chi, invece, si trovava particolarmente bene in inverno…

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Ma tutti, chi più chi meno, si annoiavano un po’…

“Allora, che si fa qui fino all’Epifania? Io mi sono già rotto di leggere i titoli dei libri sulla mensola…”

“Ho un’idea, costruiamo un albero di Natale!”

“Grande idea, mettiamoci tutti al lavoro!”

Allora il Professore si occupò del progetto: base, altezza, carico massimo, numero di palline per ramo…

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Il saldatore fissò per bene la base al pavimento…

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Due esperti arrampicatori si occuparono poi di sistemare le palline sui rami, anche quelli più alti e pericolosi.

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Tutto sotto l’occhio attento dell’Omino di Pan di Zenzero, l’esperto di addobbi natalizi, e del suo amico Folletto…

E alla fine, ecco il risultato!

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Tanti auguri di Buon Natale e Felice 2014 a tutti voi da Pendolo e dai suoi piccoli amici!!

Rapsodia in blu

Sul treno, c’è chi legge, chi dorme, chi chiacchiera con il vicino, chi con il cellulare, chi gioca con il tablet,  chi scrive, chi guarda fuori dal finestrino…

… e poi c’è chi, andando a Boston con il treno e ascoltando lo sferragliare delle ruote sui binari, prende ispirazione per comporre questa cosa qui 😀

Convalescenza

A causa di un piccolo intoppo fisico (ma niente di che, eh, non vi preoccupate) devo rimanere per una settimana a casa. Niente lavoro, niente treno, niente pendolarismo. Almeno per un po’. Nel weekend me la sono cavata bene, c’era Marco a casa, poi ho avuto qualche visita da parte di genitori e parenti. Ma stamani, sola, di lunedì, verso le dieci già vagavo senza meta per la casa. Alla televisione non c’era niente, del computer mi ero già stufata, avevo anche letto un bel po’ del libro. Non potevo di certo uscire, con questo tempo.

Seduta pigramente sul divano, mi sono accorta di una faccina familiare che, dalla cornice Ikea sullo scaffale del mobile del soggiorno, mi sorrideva. Era la faccia allegra della mia nonna, che se n’è andata l’anno scorso, proprio in questo periodo. Come presa da un’improvvisa ispirazione, mi sono alzata, sono andata a cercare lo spiano di legno e l’ho sistemato sul tavolo in cucina. Ho preso il pacco della farina  e le uova, ho disposto un po’ di farina sullo spiano, formando una fontana, ho spaccato le uova e ho iniziato a impastare. Ho torturato a lungo quella palletta di impasto giallo, con i palmi delle mani, con forza. Lavorare un impasto con le mani è una delle attività che più mi rilassano. Come andare nel bosco a raccogliere le castagne. O in estate, a cercare i funghi e le more. E poi, passare le more per fare la marmellata. E guardare le more passate nella pentola che bollono pigramente, mentre un profumo meraviglioso si spande nella cucina.  Tutte attività a cui, ora che ci penso, è da un bel po’ che non mi dedico quasi più. Perché non ho mai tempo e anche quando ce l’avrei, magari mi dedico ad altro.

Mi ha insegnato mia nonna a fare la pasta all’uovo. Mi ha detto tante volte di stare attenta all’inizio quando inizi a mescolare gli ingredienti, che le uova scappano da tutte le parti sporcando ovunque. Della consistenza della pasta, che deve essere bella liscia. Di quanto è difficile trovare le condizioni di umidità ideali perché la sfoglia non si secchi troppo e neppure si appiccichi tutta insieme.  Anche se era da tanto che la facevo, stamani mi sono tornati in mente tutti questi suggerimenti, e l’impasto è venuto subito proprio bene, in modo molto semplice. Forse, essendo originaria di una terra di confine tra Toscana ed Emilia, la capacità di impastare la pasta all’uovo ce l’ho nel DNA, o forse è una specie di imprinting, visto che da piccola, in casa mia, non passava mai  una domenica mattina senza che Nonna Rosa impastasse la sfoglia.

Finito l’impasto, l’ho lasciato riposare un po’, poi l’ho tirato (con la macchinetta però, non con il mattarello!) e tagliato. Ed ecco il risultato: le mie tagliatelle! Esteticamente non sono male, no? E stasera, quando le cucinerò scopriremo anche se sono buone…

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