Dieci modi per perdere (e trovare, magari ritrovare) un ombrello

Una delle conseguenze del lavorare lontano da casa è che può capitare che le condizioni meteorologiche del posto dove abiti siano significativamente diverse da quelle dove lavori. Come stamani: appena uscita di casa diluviava, a destinazione il cielo era azzurro e la temperatura mite. Tra i vari disagi che una simile variabilità di condizioni comporta, c’è l’elevata probabilità di perdere l’ombrello. Ci sono varie occasioni per dimenticare l’ombrello, ne ho individuate almeno dieci, eccole qua:

 

  1. Ovviamente, sul treno. Salita affannosamente sulla carrozza, dispongo l’ombrello fradicio su quella specie di gradino sotto il finestrino. Mi metto a leggere o lavorare, sono così concentrata che mi accorgo all’ultimo di essere arrivata, rimetto il libro o il computer in borsa, indosso velocemente il giubbotto e scendo. Un attimo, ho dimenticato l’ombrello… Ma le porte si sono già richiuse e il treno sta ripartendo…
  2. Al bagno della stazione. Cerco di evitarlo quando possibile, ma certe volte non se ne può fare a meno. In questi casi cerco di limitare al massimo il contatto del mio corpo e delle mie cose con qualsiasi superficie estranea. Con una serie di manovre e contorsioni riesco a fare quello che devo fare… ed esco, dimenticando nell’angolino l’ombrello.
  3. Al bar. E’ un classico. Per evitare che il pavimento diventi una palude, il barista ha sistemato all’ingresso un bel portaombrelli. Ne approfitto per lasciarci il mio. Prendo il mio quotidiano cappuccino, intanto smette di piovere e spunta uno spicchio di cielo azzurro tra le nuvole. Rigenerata dalla caffeina e rincuorata dai raggi del sole, esco e me ne vado al lavoro… senza il mio ombrello.
  4. All’edicola. Chiedo il quotidiano, prendo dalla borsa il portafoglio, per farlo ho bisogno di due mani, per cui appoggio alla parte bassa del bancone l’ombrello. Prendo il mio quotidiano, pago, sistemo il portafoglio, chiudo la borsa ed esco… E l’ombrello?
  5. In ufficio. Ok, in questo caso non è che lo perdo, domani lo ritroverò nello stesso posto, il problema è che, se stasera quando torno piove, quando arrivo a casa non importa che faccia la doccia.
  6. Nella pizzeria a taglio dove sono andata a pranzo con i colleghi. Presi da una discussione di lavoro, abbiamo allungato la pausa pranzo, nel frattempo è smesso di piovere e quindi… addio ombrello!
  7. Sulla panchina lungo il binario, dove mi sono seduta a leggere in attesa del treno in ritardo. La lettura mi prende, sono molto concentrata e mi accorgo solo all’ultimo dell’arrivo del treno. Mi alzo velocemente, rimetto il libro a posto nella borsa e, ovviamente, dimentico l’ombrello.
  8. Nel sottopassaggio, mentre sto andando al binario giusto: mi arriva una telefonata, devo recuperare il cellulare dentro la borsa, appoggio un attimo l’ombrello alla parete e… rimane lì.
  9. Nella biglietteria o alla macchinetta. Ho la caratteristica di rimandare le cose che non mi piacciono più possibile. Pagare l’abbonamento mensile ovviamente fa parte delle cose che non mi piacciono, per cui per farlo aspetto sempre l’ultimo minuto della prima mattina del mese. Appoggio da una parte l’ombrello, prendo l’abbonamento, lo pago (ahimè) e me ne vado velocemente, perché il treno sta arrivando… Ma non dimentico niente?
  10. Sull’autobus. A volte quando piove a dirotto devo rinunciare alla passeggiata in centro e prendere questo scomodo mezzo di trasporto e tra la convalida del biglietto, la ricerca di una configurazione stabile, l’ombrello viene abbandonato da una parte…

 

Stamani sono partita da casa con un simpatico ombrello arancione, al ritorno non ce l’avevo più, secondo voi, dove l’avrò mai lasciato?

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Tempi moderni 2.0

E’ venerdì mattina, la stanchezza inizia a farsi sentire, arrivo alla stazione all’ultimo minuto, quando il treno sta già avvicinandosi lungo il binario due. Di solito scelgo uno dei vagoni di testa, quelli più lontani e meno affollati, ma stamani non ho tempo e salgo su uno centrale, affollato dagli studenti delle superiori. Riesco comunque a trovare un posto, mi siedo vicino al finestrino e inizio a leggere

“… Essa era alta e snella per i quindici anni appena compiuti . Aveva il volto pallido, soffuso di quella patina dell’adolescenza che è come un pulviscolo d’oro e di luna cosparso sulle sembianze, impossibile a dirsi...”

Sollevo lo sguardo dal libro, sui dedili di fronte siedono due studentesse dei primi anni delle superiori.  Quella davanti a me biascica come un cammello una gomma da masticare, digitando freneticamente qualcosa sul suo telefonino. Ha gli occhi incorniciati da un trucco pesante sui toni del nero, una maglia lunga, leggins neri su pesanti anfibi. I capelli hanno un taglio dalla geometria ben definita, asimmetrico, e sono perfettamente lisci. Un brillantino spunta dalla narice sinistra. Riprendo a leggere.

“…Gli occhi grigi acciaio infossati nelle orbite, davano al suo sguardo un che di infantile dispetto…”

 

La ragazza, con lo sguardo fisso sul telefonino, gonfia un palloncino di gomma da masticare e lo fa esplodere rumorosamente.

“…Il naso delicatissimo, come ambrato, sulle labbra che erano naturalmente rosse e scoprivano i denti piccoli e fitti. Una scialbatura di efelidi agli zigomi trascolorava sull’avorio vivo della pelle. Era bella e innocente, vergine in ogni atteggiamento, in ogni espressione…“

Dietro il mio seggiolino, tre o quattro ragazzi parlano e ridono sguaiatamente.

“…Tutte le sue parole, anche le più consumate e proverbiali, acquistavano un sapore di schiettezza, tanto si avvertiva la persuasione che le ispirava…”

La mia lettura si interrompe bruscamente, un rumore improvviso mi fa trasalire, è stato uno dei ragazzi dietro di me, che ha emesso un sonoro rutto. Non ho mai sentito una cosa del genere, non riesco a capire come un fisico  esile e acerbo come quello del quindicenne, autore della prodezza, riesca a generare una simile potenza sonora. Gli amici si complimentano con lui, ridendo e bestemmiando in modo raccapricciante.

Chiudo il libro, lo rimetto in borsa, per oggi mi è passata la voglia di leggere.  Forse bisogna che cambi genere…

 

Tempi difficili?

Dedico questo post alla mia amica  Annalisa, di professione libraia, come piccolo pensiero per il suo compleanno, che era ieri.

Ho vissuto il periodo di queste elezioni politiche con un’ansia particolare, culminata lunedì pomeriggio, alla chiusura dei seggi. Quel fatidico giorno ho cercato di sbrigare tutte le cose più urgenti in mattinata, ho mandato l’ultima email alle 15.18 e poi, come penso ogni italiano dotato di computer, mi sono collegata con i vari siti di informazione per seguire l’esito di questa direi storica tornata elettorale. E così è iniziata una danza frenetica e sincopata di sondaggi, proiezioni, exit poll, instant poll, previsioni di esperti, opinioni di opinionisti, e chi più ne ha più ne metta. Mi sono presto persa e ubriacata di quei numeri, di quelle percentuali, che ogni minuto paventavano scenari diversi. Per poco non ho perso il treno, presa com’ero dalle ultime notizie. Sul treno poi, subito mi sono collegata con il cellulare, come me hanno fatto molti miei compagni di viaggio. Sono andata a dormire appena ho visto che ormai i risultati sembravano stabilizzati, sfinita.

Martedì mi sono svegliata di cattivo umore, non mi aspettavo un esito del genere e sono rimasta decisamente delusa. Speravo che, rituffandomi nei problemi della quotidianità, mi sarebbe un po’ passata, ma non è andata proprio così. Sul treno sembrava di essere al mercato, il silenzio di ieri pomeriggio, carico di tensione e aspettative fiduciose, ormai era dimenticato. Tutti avevano da commentare, chi era contento, chi deluso, chi sorpreso. Tutti parlavano con una sicurezza e una consapevolezza notevole, “…tanto lo sapevo io che andava a finire così”, tutti sapevano cosa avrebbe fatto Bersani, cosa gli avrebbe risposto Grillo, le reazioni di Berlusconi. Come se fossero dei conoscenti, dei familiari. Che dire, beati loro, io proprio non lo sapevo che cosa sarebbe successo, chi si sarebbe alleato con chi, chi avrebbe mandato a quel paese chi altro e così via, e la cosa mi preoccupava abbastanza. Per la strada, parole come “alleanze”, “inciuci”, “rivoluzione”, “tutti a casa”, “così imparano” ecc. mi inseguivano. Al lavoro, di nuovo, un continuo discutere di politica. Sono andata a pranzo da sola, per riprendere un po’ fiato, ma, al tavolo accanto, un gruppetto di impiegati pontificava l’impresa di Grillo. Ho mangiato in fretta un pezzetto di pizza malamente riscaldato, che mi è rimasto sullo stomaco, e sono uscita. Entrata in un bar per un caffè, ho interrotto il barista dalla sua dotta dissertazione sugli errori di comunicazione del centrosinistra. Tutti a parlare, parlare, parlare, parlare, parlare, parlare…

Basta! Non ne potevo più! Avrei voluto mettermi a urlare, magari  proprio lì, in quel bar, all’improvviso, ma probabilmente la gente mi avrebbe gridato “Oh, che ti cheti? Dobbiamo parlare di politica, noi!”

Uscita di nuovo all’aria aperta e avendo ancora un po’ di tempo, sono andata a cercare un rifugio da tutto questo rumore assordante. E l’ho trovato, come spesso mi succede, in una libreria. Non c’era quasi nessuno, solo i commessi, ma erano impegnati a rimettere a posto dei volumi e non si sono curati di me. Finalmente, sola, lontano anche dai miei pensieri foschi, mi sono ripresa. Ho letto con calma i titoli sulle costole dei volumi ordinati sullo scaffale, ne ho presi alcuni, li ho aperti, sfogliati, ho letto qualche frase qua e là. Mi sono gustata con calma quei minuti di pace che finalmente ero riuscita a trovare.

Non so se gli psicologi hanno mai preso in considerazione la frequentazione di biblioteche e librerie come terapia contro l’ansia. Su di me ha veramente un effetto benefico, ma forse solo perché amo tanto i libri…

Ho scoperto prestissimo che i migliori compagni di viaggio sono i libri: parlano quando si ha bisogno, tacciono quando si vuole silenzio. Fanno compagnia senza essere invadenti. Danno moltissimo, senza chiedere nulla.”

Mi è venuta in mente proprio questa frase di Tiziano Terzani, ieri, nella libreria. Al contrario dei politici, che sbraitano alla televisione e della gente che fa loro cassa di risonanza ripetendo come pappagalli le frasi, soprattutto quelle scioccanti, i libri ti parlano solo se li interpelli, e lo fanno in modo discreto e silenzioso.

Sono uscita più sollevata, con meno pensieri per la testa e un libro in più in borsa.

Neanche a farlo apposta, si trattava di “Tempi difficili” di Dickens.

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