Alla ricerca di…

Nei moderni treni pendolari è sempre più frequente trovare carrozze dove i sedili non sono organizzati in gruppi di quattro, vis à vis, per intenderci, ma sono disposti a coppie, tutti nello stesso verso, come sui pullman, con direzioni opposte sui due lati del corridoio. Questa sistemazione ha l’indubbio vantaggio di poter garantire un maggiore numero di posti a sedere ai viaggiatori, ma toglie un po’ di comfort e, perché no, di poesia, al viaggio in treno. Avere di fronte il retro dei due sedili antecedenti dà inoltre la sensazione di chiuso, di essere isolati, soli con i propri pensieri. Così finisce che, costretti in questo spazio limitato, che erroneamente percepiamo come intimo e privato, non ci rendiamo conto che a pochi passi di distanza, in direzione opposta, un’altra pendolare, con un libro in mano, una blogger per di più, ci sta osservando…

 

La faccia non è nuova, anzi, è una di quelle figure che incontro quasi quotidianamente, che mi sembra di conoscere, nonostante non ci abbia mai scambiato parola. Maschio, alla soglia degli –anta, aspetto molto curato. Veste sempre abiti molto eleganti: giacca, cravatta, in genere in colori scuri, all’orecchio porta sempre un auricolare. Per questi motivi dentro di me l’ho soprannominato “l’agente Smith”.

Con gli occhi semichiusi nascosti da un paio di lenti scure, guarda fuori dal finestrino il paesaggio che corre verso di lui: le colline, gli alberi, il cielo, le nuvole, l’infinito….

E cerca… cerca dentro di sé, cerca ciò che non può trovare, là, fuori.

Un ricordo del passato, reminiscenze di un’infanzia che ormai è svanita, oppure un pensiero fisso, dentro la sua mente, nel punto più nascosto, inaccessibile. Come un’odiosa incrostazione, lo infastidisce, lo turba, vorrebbe eliminarla con tutte le sue forze. Ma prima deve scovarla, nelle oscure caverne del suo inconscio…

E ci mette davvero tutto il suo impegno in questa estenuante ricerca di se stesso… aiutandosi con il dito indice della mano destra, alternato con il mignolo.

Cerca, cerca ovunque, esplora ogni pertugio, con minuziosa perizia. Periodicamente estrae le falangi dalle oscure cavità, distoglie lo sguardo dal paesaggio e osserva il risultato, per poi riprendere, imperterrito, questo lavoro di manuale pulizia interiore.

La sua intensa attività distoglie la mia attenzione dal libro che sto leggendo per alcuni istanti. Cerco di non fissarlo troppo, non vorrei turbarlo in questo momento d’intimità e mi costringo a concentrarmi sulle pagine, che però non riescono a scorrere.

E ancora, prima una falange, poi anche un pezzetto della seconda, per raggiungere le profondità più recondite del proprio “io” e liberarle dalle impurità e dalle incrostazioni. I suoi occhi, sempre persi, verso l’orizzonte, l’infinito, ignorano la presenza degli altri viaggiatori.

Tutta la magia di questi lunghi istanti di vita pendolare svanisce all’improvviso, con un trillo metallico: come destatosi da un sogno, estrae dalla tasca l’impeccabile smartphone nero e risponde alla chiamata. Dopo pochi istanti arriviamo alla sua fermata e, sempre parlando al telefono, scende dal treno.

Incontri su un treno… del diciannovesimo secolo

Si era all’inizio della primavera. Era già il secondo giorno che ero in viaggio. Capitava spesso che nel vagone entrassero persone che percorrevano brevi distanze e dopo un po’ scendevano. Ma tre passeggeri, oltre a me, erano in viaggio fin dalla città di partenza del treno: una signora bella e non più giovane, che fumava molto, dal volto emaciato, con indosso un soprabito di foggia maschile e un berretto in testa; un suo conoscente, uomo loquace sui quaranta, che portava un abito nuovo e di un’eleganza piuttosto ricercata, e infine un uomo che si teneva un po’ in disparte, di bassa statura, dai movimenti bruschi, non ancora vecchio, ma con certi capelli crespi incanutiti precocemente e degli occhi straordinariamente brillanti che si spostavano velocemente da un oggetto all’altro. Indossava un soprabito vecchio, ma di taglio elegante, dal bavero di pelo di agnello, e un alto berretto, anch’esso d’agnello. Quando si sbottonava il soprabito, si vedeva che portava sotto la poddevka e una camicia ricamata di foggia russa. Questo signore presentava inoltre la peculiarità che ogni tanto emetteva degli strani rumori, come se si schiarisse la voce o se scoppiasse in una risatina subito interrotta.

Per tutto il viaggio questo signore aveva accuratamente evitato ogni rapporto e ogni forma di contatto con gli altri passeggeri. A ogni approccio rispondeva brevemente e seccamente, e per tutto il tempo non aveva fatto altro che leggere, oppure guardar fuori dal finestrino fumando, o bere del tè o mangiare qualcosa che tirava fuori da un suo vecchio sacco.

Mi sembrava che la solitudine gli pesasse ed ero stato più volte sul punto di attaccar discorso con lui, ma ogni volta che i nostri sguardi s’incontravano – cosa che accadeva spesso, giacché sedevamo in diagonale l’uno di fronte all’altro – lui subito distoglieva lo sguardo, prendeva il suo libro o si metteva a guardare fuori dal finestrino…

Lev Tolstoj, Sonata a Kreutzer, traduzione di Gianlorenzo Pacini, collana Universale Economica «I classici», Feltrinelli.

 

Mentre aspetto il treno…

Oggi, mentre aspettavo il treno, ho letto questo:

[…] “Sulla scia di questa dimostrazione riguardante l’effetto dei nostri atti sull’insorgere delle cose dell’esistenza, segnalo che, se la previsione frettolosa viene spesso punita, lo è altrettanto l’attesa forsennata. Mentre l’essere umano immagina, con il suo fare ingenuo, che scrutare il futuro farà accadere il futuro, lasciatemi dire subito che prende una cantonata, e non ci giro intorno. Così accade con l’autobus, e scelgo un esempio di portata internazionale. Per estendere l’universalità del discorso si può sostituire l’autobus con la linea 4 del metrò, è equivalente. Dopo quattro minuti di attesa, tempo massimo che possa tollerare un essere umano normalmente strutturato qualunque sia l’evento auspicato (e qui non parlo di mia sorella, che è un caso del tutto particolare perché aspettare le piace e non desidera che l’evento si verifichi, ebbene sì, ragazzo mio, tua zia, ma non voglio annoiarvi con i miei guai di famiglia), dopo quattro minuti il viaggiatore scruta con muto fervore la strada, il viale, i binari, la pista, nella speranza di veder comparire il veicolo. Scruta, e con questo sovrappiù di sorveglianza del reale conta di provocare il verificarsi dell’evento.

È un errore fatale. Più scrutate e più l’autobus (il metrò, la piroga, il vaporetto) recalcitra. Uno scrutamento eccessivo può addirittura indurre il blocco completo del traffico. E perché? Perché scrutare significa sorvegliare, sorvegliare significa attendersi, attendersi significa assoggettarsi, e assoggettarsi significa diluirsi nella schiavitù, proprio così, ragazzo mio. E sappi che né all’autobus, né alla piroga, né al treno a vapore piace rispondere alla supplica di una creatura della cui felicità diventa di colpo responsabile. Fa dietrofront, e ne ha assolutamente diritto. Per l’autobus, obbedire, andare a collocarsi alla fermata,  significa assumersi il rischio non indifferente di alienare la propria libertà cedendo alla preghiera che grava sul suo collare a spalla. La servile attesa del viaggiatore può provocare, per feedback, la schiavitù dell’autobus. Da cui si evince che il principio dell’attesa determina il blocco istantaneo del veicolo per un naturale riflesso di sopravvivenza. Invece, chiudete gli occhi, comportatevi con disinvoltura, e l’autobus passerà.

Attenzione, vi metto in guardia, poiché l’autobus è tutt’altro che stupido, tanto vale saperlo subito: la finta disinvoltura, per quanto allettante, viene subito decifrata come vera attesa e non funziona. Donde la massima: squallidi stratagemmi, miseri risultati. Perciò non si tratta di fingere la disinvoltura, ma di compiere, durante l’attesa, un esercizio di intensa meditazione che vi introdurrà alla disinvoltura autentica. Questo stratagemma, frutto di anni di pratica, garantisce il sistema più sicuro per essere trasportati senza grosse preoccupazioni.” […] 

Fred Vargas

Piccolo trattato sulle verità dell’esistenza.

Einaudi Stile Libero Extra, 2013, pag. 25-27

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Mi raccomando, chiama Massimo!

E’ lunedì, il cielo è grigio, cade una pioggerella leggera, troppo leggera per aprire l’ombrello, ma sufficiente per inumidire i miei capelli e renderli orrendi. La sveglia è suonata con troppa irruenza, sono ancora sotto shock, il caffè che ho preso a colazione non ha fatto alcun effetto. Ho due occhiaie che mi rendono simile a un panda. L’umore è dello stesso colore del cielo: grigio.

Alla stazione, cerco di evitare qualsiasi interazione con altre forme di vita pendolare. Non ho voglia di mettermi a chiacchierare, di sentir raccontare cosa hanno fatto nel fine settimana i miei compagni di viaggio, non ho voglia di discutere del meteo o delle recenti vicende politiche, di imparare nuove gustosissime ricette, di lamentarmi dei ritardi dei treni.  All’arrivo del Regionale Veloce, studio accuratamente il flusso di persone e scelgo la carrozza più lontana, di solito più vuota delle altre.

Lo so, lo so, sono antipatica, stamani, e allora? Avete qualcosa da ridire in proposito?

Per fortuna lo scompartimento è quasi deserto, saremo in tutto sette o otto, non di più. Scelgo il posto in fondo, in modo da non avere vicini accanto o davanti. Il viaggiatore più prossimo è seduto più avanti, sulla destra. Dal mio posto vedo solo le sue gambe accavallate e il quotidiano che sta leggendo. Bene, si preannuncia un viaggio tranquillo. Prendo il libro dalla borsa, cerco il punto dove sono arrivata e inizio a leggere.

Arrivata alla fine del capitolo, alzo per un attimo lo sguardo e noto che il mio vicino  ha posato il quotidiano sul sedile davanti a lui, utilizzandolo per distendere le gambe ed evitare di posare le scarpe sulla seduta. Sembra essere proprio comodo. Gli arti inferiori sono mollemente incrociati all’altezza delle caviglie, le punte dei piedi e delle ginocchia sporgono in fuori, il bacino è scivolato in avanti. Indossa un paio di scarpe di cuoio nero, non nuove ma curate, strette da due lacci sottili, un paio di pantaloni scuri, ma non troppo eleganti. La posa rilassata li ha fatti risalire un poco, rivelando, sotto, un paio di calzini di colore bordeaux e di lunghezza insufficiente,  e un paio di centimetri almeno degli stinchi villosi.

Riprendo la lettura, anche se per poco: sono circa a metà della seconda pagina del nuovo capitolo quando una fastidiosa musichina richiama brutalmente la mia attenzione. È la suoneria del cellulare del mio vicino. Che, con molta calma, sufficiente a sviluppare completamente il tema melodico, si accinge a rispondere. La conversazione si svolge con un livello di emissione acustica simile alla suoneria.

“…”

“Vi siete sentiti poi ieri sera?”

“…”

“Mi ha detto che ti chiamava, ti ha chiamato?”

“…”

“Ah, l’hai chiamato tu? E che cosa ti ha detto?”

“…”

“Ah, ho capito, e poi?”

“…”

“Giusto, io però prima sentirei anche Massimo.”

“…”

“Sì, hai ragione, ma chiama anche Massimo, prima!”

“…”

“Sì, sì, ma Massimo lo sa sicuramente…”

“…”

“No, no, lui lo sa, sono sicuro, lo ha finito la settimana scorsa…”

“…”

“Ho capito, ma io sentirei anche Massimo, prima…”

“…”

“Non ce l’hai il numero di Massimo? Aspetta, te lo do io!”

“…”

“…”

“… aspetta, non lo trovo Marco, Matteo, Massimo, ma questo non è quel massimo lì, aspetta, Massimo… Massimo… forse è questo… no…”

“…”

“…”

“Eccolo, ci sei? Allora, tre-tre-otto…”

“…”

“Prego, mi raccomando, chiamalo, Massimo, senti lui come ha fatto, vedrai che te lo dice!”

“…”

“Comunque se vuoi stare tranquillo senti Massimo, te lo dico, io!”

“…”

“…”

“Vai, ci sentiamo dopo, ciao!”

“…”

“Ciao!”

Lo scompartimento torna in una quiete ovattata, in sottofondo si sente solo lo sferragliare delle ruote sui binari e saltuariamente la voce dell’altoparlante che ci ricorda di convalidare il titolo di viaggio. Dalla postazione del mio vicino, adesso, arrivano pochi, sommessi rumori: il click della chiusura della borsa, seguito dal fruscio di un sacchetto di carta e quindi da un piacevole profumo di mandarini. Riprendo la lettura. Vado avanti ancora tre pagine e poi riecco l’ormai familiare musichetta da cellulare.

“Pronto?”

Risponde il mio vicino, con la voce un po’ impastata, poiché, nonostante stia parlando al cellulare, non smette di mangiare i suoi mandarini.

“…”

“Ah, e che ti ha detto Massimo?”

“…”

“…”

“…”

“Lo sapevo, Massimo è una garanzia!”

“…”

“Visto? Hai fatto bene a chiamarlo!”

“…”

“Ok, va bene, fammi sapere come va, poi! Ci sentiamo, ciao!”

Continuo a leggere, questa volta mi concentro di più. Solo quando sono quasi arrivata mi accorgo che il mio compagno di viaggio è già sceso, in una delle fermate intermedie.

Esco dalla stazione, m’incammino verso l’uscita. Ho ancora sonno, ma l’umore è un po’ migliorato.

Perché adesso so che, qualsiasi cosa mi capiterà oggi, ho già pronta la soluzione: chiamerò Massimo!

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Un posto anche per me

Stanotte, Marisa, sono quello che percorre una strada deserta e pensa che tutto questo camminare magari possa aiutare.

Da lontano le finestre con le tende tirate si illuminano al cambio di immagine della televisione.

Tengo il passo e so che in quelle case c’è la vita. I padri con i figli, le mogli con i mariti. Sbucciano mandarini e guardano tutti assieme un telefilm. Oppure litigano e si dicono le peggio cose per poi fare pace. O tenersi il muso.

[…]

Io sono un intruso in questa città, ma vorrei fosse veramente mia. E io vorrei essere suo.

Lo so, mentre cammino e guardo quelle finestre, che non ho una vita.

Francesco Abate, Un posto anche per me, Einaudi.

http://www.einaudi.it/speciali/Francesco-Abate-Un-posto-anche-per-me

Un anello per ghermirli

La linea ferroviaria tra Granburrone e Minas Tirith è caratterizzata, nella zona dove un tempo si trovavano le antiche miniere di Moria, da un lungo tratto in galleria. Il moderno tunnel è stato realizzato solo di recente per abbreviare il percorso, che prima passava dalla Torre di Saruman, facendo un giro molto più lungo e tortuoso. Le ferrovie della Terra di Mezzo si stanno aggiornando, altroché.

Stamani, proprio mentre il mio treno attraversava questo tetro passaggio tra le montagne, davanti a me si è seduto un tipo dall’aspetto poco gradevole: andatura dinoccolata, schiena curva, pelle grigiastra, pochi capelli, lunghi e appiccicosi, un paio di occhi rotondi e sporgenti su un viso magro e grinzoso. Emanava un fastidioso odore, che sapeva di stantio e di pesce. Nonostante la sua presenza non troppo rassicurante, ho continuato a leggere il mio libro, cercando di non curarmi troppo di lui. Con la coda dell’occhio ho notato comunque che mi stava studiando, per cui ho cercato di non estraniarmi troppo, come faccio di solito quando mi concentro nella lettura, e di mantenere un certo livello di attenzione.

A un certo punto, mi sono accorta che dalla sua manica è scivolato qualcosa per terra, il gesto è stato dissimulato con due sonori colpi di tosse:

“Gollum! Gollum!”

Era un oggetto luccicante: un grosso anello dorato, tipo quello che il Signore Oscuro aveva forgiato per domare tutti gli altri e che quel Frodo Baggins della Contea era riuscito a distruggere. Gli mancava solo la scritta sulla superficie laterale nei caratteri strani, della lingua oscura che ormai nessuno capisce più. Dopo un attimo, il tipo losco ha finto una faccia sorpresa, ha raccolto l’anello e me l’ha mostrato, tutto contento:

“Guardi, ssssignora, le è caduto un anello!”

Ed io, prontamente:

“No, no, non è mio.”

Lui allora si è piegato un po’ in avanti, avvicinando l’anello al mio viso, perché lo guardassi bene:

“Guardi che bello, è d’oro, un vero tessssoro, chissssà quanto vale!”

Ho continuato a fissare il mio libro, anche se quella presenza inopportuna mi disturbava. Avevo già capito che il tipo voleva farmi la classica truffa dell’anello: mi avrebbe offerto di prenderlo, spacciandolo per un oggetto di valore e pretendendo in cambio di un po’ di soldi. Ma è vecchia, ormai, non ci casco più!

E infatti dopo poco ha iniziato:

“Lo prenda lei, guardi com’è bello, è d’oro, ssssi vede!”

Certo, come no, sapesse, caro signore, quanti anelli d’oro ho trovato per terra sul treno, ne ho una collezione a casa! Dunque: ho i tre anelli dei re degli elfi, sette dei nani e otto di quelli degli umani, guardi, me ne mancava giusto uno e per finire un’altra serie… Ma per favore!

“No, guardi, non m’interessa.” Ho risposto, un po’ scocciata.

Ma lui ha continuato a insistere, con quella fasssstidiosa essssse sssssibilante e quegli occhiacci malefici. Anche il suo alito sapeva di pesce. Ho portato pazienza per un po’ ma alla fine ho sollevato il viso dal libro, l’ho guardato male e ho esclamato:

“Non lo voglio, ho detto!”

Rendendosi conto che non avrei ceduto alla sua offerta, si è alzato, tutto risentito, ed è andato a sedersi davanti a una ragazza straniera, alla quale ha ripetuto la scenetta con lo stesso, sgualcito, copione, ottenendo peraltro lo stesso magro risultato.

Che poi, a pensarci bene, non bisogna mai accettare degli anelli nelle gallerie di Moria. Guardate quanti guai ha combinato quel Bilbo della Contea a prenderlo a Gollum: ci hanno dovuto scrivere un librone di migliaia di pagine e quel regista neozelandese ci ha dovuto girare ben sei film per raccontarli tutti!20140122_203256

Compagni di viaggio dell’anno passato

Finisce un anno, ne inizia uno nuovo. E’ tempo di bilanci: consuntivi e preventivi. Liste di buoni propositi appese ovunque. Statistiche, numeri.

E poi oggi sarebbe il anche secondo compleanno di questo blog! Eh già, sono ben due anni che sono qua a raccontare le mie avventure pendolari… come passa il tempo!

Allora oggi ho deciso di dare un po’ di numeri e tirare qualche somma, tanto per essere originale, appunto.

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Stamani, mentre vagabondavo in modo abbastanza inconcludente sul mio account di Anobii, mi è venuta la curiosità di rivedere che cosa ho letto nel corso dell’anno appena passato. Come ho raccontato in vari post, io leggo soprattutto in treno, mentre mi sposto da casa al lavoro e viceversa. I libri sono i miei più cari compagni di viaggio, non ne posso proprio fare a meno. Quando finisco un libro a metà strada, quando lo dimentico sul comodino di camera, il viaggio mi sembra troppo più lungo.

Leggo soprattutto libri-libri, quelli di carta, insomma. anche se ultimamente ho provato a scaricare qualche ebook, il fascino delle pagine da sfogliare rimane unico. Mi piacciono le librerie: quelle nuove e moderne, con caffè  e tavolini inclusi, ma anche quelle vecchie e polverose, che vendono libri fuori stampa e usati. Mi piacciono le bancarelle di libri nei mercatini, prendere i libri più consumati e ingialliti e andare a sbirciare, nella prima pagina, la dedica. Mi piacciono le biblioteche, in particolare quella del paesino sull’Appennino dove sono cresciuta, quando posso ci vado e prendo in prestito libri che parlano della storia locale.

Ma sto divagando… Torniamo ai libri di questo duemilatredici appena concluso.

Dunque, Anobii, che ha una memoria sicuramente migliore della mia, mi informa che nell’anno appena passato ho concluso  quarantatre libri, per un totale di diecimilaquattrocentoquarantasei pagine.

Il primo libro che ho concluso è stato “La Fata Carabina” di Pennac, l’ultimo, ovviamente, “Il Canto di Natale” di Dickens, che rileggo periodicamente ogni due o tre Natali.

I libri che ho amato di più quest’anno sono stati i tre di Pennac, sulle disavventure del povero Malaussène, letti in ordine sparso in diversi periodi dell’anno: “La Fata Carabina”, “La Prosivendola” e “Il Paradiso degli Orchi”. Me ne mancano ancora tre, mi sto attrezzando per il duemilaquattordici.

Altri propositi di lettura per il duemilaquattordici? Non ne voglio fare, tanto lo so che non li rispetterò (troppe volte mi sono detta: “Ho deciso: entro quest’anno leggerò Guerra e Pace!” senza riuscirci)…

Sarà comunque un duemilaquattordici pieno di libri, ho anche montato una lunga scaffalatura Ikea nello studio, che è ancora mezza vuota. L’amore per i libri e per la lettura l’ho sempre avuto, fin da bambina. Il tempo per leggere, invece, me lo regala il mio pendolarismo.

 

 

 

 

 

Si ricomincia?

Il rientro dalle ferie è un momento di transizione, spesso di cambiamento. Un po’ come alla fine dell’anno, è tempo di bilanci e buoni propositi. Anche io, anche quest’anno, mi sono fatta la consueta lista delle cose che vorrei fare da ora in poi. Come ogni lista di questo tipo è destinata inesorabilmente a rimanere per un po’ sulla scrivania, per poi essere via via seppellita da altri fogli.

Non è stata una bella estate per me: ho vissuto un bel concentrato di traumi di vario tipo e l’abbondanza di tempo libero delle vacanze non mi ha decisamente aiutato a superarli. Per distrarmi, per rubare spazio ai pensieri cupi, ho letto un bel po’ di libri. Tra questi mi è capitato tra le mani Metello di Vasco Pratolini.

Mi è rimasta impressa una pagina, la numero ottantatre della mia edizione per la precisione: mi ha fatto tornare in mente le mattine tutte uguali lungo la banchina ad aspettare il treno. Nonostante sia passato solo un mese o poco più, mi sembrano mattine di un’altra epoca, di un’altra vita.

E c’è un’alba, simile a mille altre che hai visto nel corso della tua vita, con la luce che è grigia e lentamente si schiara, e si colora, e dapprima è celeste, non rosa, è poi rosa, quindi in un baleno, da dietro ai poggi, sbuca il sole, e il cielo, investito da tanta luce, sembra scattare più in alto. Tutto quanto accade in codesto giorno non potrà trapassare dalla memoria. E’ il giorno in cui, a nostra insaputa, la nostra vita si volta come si volta sul palmo, il dorso di una mano.

A Metello a dire il vero quel giorno le cose non andarono tanto bene, ma non vi voglio raccontare perché, se vi interessa e se non lo avete già fatto, leggete il libro 🙂

Io però queste parole le voglio vedere in positivo, come una specie di auspicio, per me, per tutte le persone che con me hanno sofferto in questo periodo, e per tutti quelli che ne hanno bisogno: che una mattina, magari uguale a tutte le altre, possa succedere qualcosa che dia una bella scossa positiva alla nostra vita.

E da lunedì si riparte, con il treno, con la vita da pendolare e con il blog!

2012-11-08 06.29.15

 

 

Scrittori in carrozza!

Ho ricevuto per email l’invito a partecipare a un concorso letterario ferroviario… proprio in tema con il blog! Conoscendo le mie non eccelse abilità letterarie, la carenza di fantasia e ispirazione di questo periodo e la mia proverbiale discontinuità, non so se riuscirò a partecipare… Comunque potrebbe essere divertente e invito i colleghi pendolari blogger a prenderlo in considerazione 😀
Riporto di seguito il testo dell’email
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«ODDIO, QUANTA GENTE!
CHISSÀ CHE STORIA OGGI MI TOCCHERÀ ASCOLTARE…!»
 
È PARTITO IL CONCORSO LETTERARIO
“SCRITTORI IN CARROZZA!”
 
TRENORD E L’UNIVERSITÀ CATTOLICA PREMIANO
I RACCONTI PIÙ BELLI DI CHI VIAGGIA IN TRENO
 
Gli elaborati dovranno essere inviati entro il 30 settembre 2013
Milano, 17 giugno 2013 – «Scrittori in carrozza!» è il primo concorso letterario proposto da Trenord e Università Cattolica del Sacro Cuore, rivolto a tutti i viaggiatori, che vuole dare voce a chi ogni giorno vive il treno, non solo come mezzo di trasporto ma anche come vero e proprio luogo dove le persone si incontrano e si raccontano, come testimoniato dal sempre più diffuso utilizzo dei social network. Il viaggio può diventare quindi narrazione fino a suscitare esperienze letterarie.
Il concorso si affianca a quello in cui si cimenteranno i partecipanti al corso di alta formazione «Il piacere della scrittura» dell’Università Cattolica. Senza costi per l’iscrizione e totalmente gratuito per i partecipanti, è dedicato in particolare ai pendolari, abbonati e non, dai giovanissimi che utilizzano il treno per andare a scuola a tutte quelle persone che lo utilizzano quotidianamente per recarsi sul posto di lavoro.
Chi viaggia con Trenord potrà partecipare con scritti inediti ambientati sul treno, in lingua italiana e della lunghezza massima di ventimila battute (spazi compresi). L’incipit degli elaborati dovrà essere lo stesso per tutti: «Oddio, quanta gente! Chissà che storia oggi mi toccherà ascoltare…!»
Gli interessati troveranno tutte le informazioni (dal bando di concorso al regolamento alla semplice procedura per l’iscrizione gratuita) sul sito di Trenord alla pagina trenord.it/concorso_letterario. Gli elaborati dovranno essere inviati, secondo le modalità indicate, entro il 30 settembre 2013.
Una Giuria composta da scrittori, docenti universitari, giornalisti ed esperti di comunicazione valuterà i racconti e selezionerà i vincitori. Il professor Ermanno Paccagnini e il professor Giuseppe Farinelli, direttore e condirettore del corso «Il piacere della scrittura», saranno rispettivamente presidente e vicepresidente della Giuria.
I migliori dieci autori, viaggiatori-scrittori, saranno premiati con la pubblicazione delle loro storie in un apposito volume. I primi tre classificati riceveranno inoltre in omaggio un abbonamento familiare, valido nel weekend su tutte le direttrici della Lombardia (annuale per il primo classificato, semestrale per il secondo e trimestrale per il terzo).

Tutti i racconti premiati e quelli ritenuti meritevoli saranno anche pubblicati sul sito di Trenord.

19 marzo

Nonno, ma oggi non arriva il treno?

Viaggia con un po’ di ritardo, Lorenzo, bisogna aspettare…

Uffa ma io mi annoio, è sempre in ritardo!

Stai buono dai, e non andare di là dalla linea gialla, che se arriva la Frecciarossa ti porta via!

Uffa, ma quando arriva?

Dai Lorenzo, vieni qua che ti leggo il libro!

Prese il libro dalla tasca interna del giubbotto, aveva la copertina di cartone verdolino, gli angoli un po’ sciupati, le pagine ingiallite. Apparteneva a suo figlio ed erano anni che giaceva immobile nella libreria della sua vecchia camera. “Che strano”, gli venne da pensare, “a mio figlio non ho mai letto un libro”.

Dai nonno, leggi!

Va bene, va bene, che fretta hai? Tanto bisogna aspettare il treno…

“…E il povero Pinocchio cominciò a piangere e a berciare così forte, che lo sentivano da cinque chilometri lontano.

Geppetto, che di tutto quel discorso arruffato aveva capito una cosa sola, cioè che il burattino sentiva morirsi dalla gran fame, tirò fuori di tasca tre pere, e porgendogliele, disse:

 — Queste tre pere erano per la mia colazione: ma io te le do volentieri. Mangiale, e buon pro ti faccia.

— Se volete che le mangi, fatemi il piacere di sbucciarle.

 — Sbucciarle? — replicò Geppetto meravigliato.

 — Non avrei mai creduto, ragazzo, mio, che tu fossi così boccuccia e così schizzinoso di palato. Male! In questo mondo, fin da bambini, bisogna avvezzarsi abboccati e a saper mangiare di tutto, perché non si sa mai quel che ci può capitare. I casi son tanti!

— Voi direte bene, — soggiunse Pinocchio, — ma io non mangerò mai una frutta, che non sia sbucciata. Le bucce non le posso soffrire. ―

 E quel buon uomo di Geppetto, cavato fuori un coltellino, e armatosi di santa pazienza, sbucciò le tre pere, e pose tutte le bucce sopra un angolo della tavola.

Quando Pinocchio in due bocconi ebbe mangiata la prima pera, fece l’atto di buttar via il torsolo: ma Geppetto gli trattenne il braccio, dicendogli:

 — Non lo buttar via: tutto in questo mondo può far comodo.

 — Ma io il torsolo non lo mangio davvero!… — gridò il burattino, rivoltandosi come una vipera.

 — Chi lo sa! I casi son tanti!… — ripetè Geppetto, senza riscaldarsi.

 Fatto sta che i tre torsoli, invece di essere gettati fuori dalla finestra, vennero posati sull’angolo della tavola in compagnia delle bucce.

 Mangiate o, per dir meglio, divorate le tre pere, Pinocchio fece un lunghissimo sbadiglio e disse piagnucolando:

 — Ho dell’altra fame!

 — Ma io, ragazzo mio, non ho più nulla da darti.

 — Proprio nulla, nulla?

— Ci avrei soltanto queste bucce e questi torsoli di pera. — Pazienza! — disse Pinocchio — se non c’è altro, mangerò una buccia. —

 E cominciò a masticare. Da principio storse un po’ la bocca; ma poi, una dietro l’altra, spolverò in un soffio tutte le bucce: e dopo le bucce, anche i torsoli, e quand’ebbe finito di mangiare ogni cosa, si battè tutto contento le mani sul corpo, e disse gongolando:

 — Ora sì che sto bene!

 — Vedi dunque, — osservò Geppetto, — che avevo ragione io quando ti dicevo che non bisogna avvezzarsi né troppo sofistici né troppo delicati di palato. Caro mio, non si sa mai quel che ci può capitare in questo mondo. I casi son tanti!… —“

Nonno, nonno, arriva, guarda!

Visto come va veloce stasera? Ci credo, è in ritardo…

Che bello! Da grande voglio diventare il pilota della Frecciarossa…

Va bene, Lorenzo, ora però andiamo a casa che sennò la tu’ nonna si preoccupa…

2012-07-05 14.36.16

Note: il post è dedicato a tutti i Geppetti, il testo del settimo capitolo de “Le Avventure di Pinocchio” l’ho ripreso da qui.