Consolazione pendolare

Ecco il gelato del pendolare, per superare il caldo e la stanchezza di questi giorni non c’è niente di meglio! 🙂

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è passato il Carnevale

Mercoledì mattina, piove e i treni sono in ritardo. Decido di ingannare l’attesa prolungata più del solito prendendo un caffè al bar della stazione. Entro, faccio lo scontrino, mi avvicino al bancone e ordino la bevanda al barista. Ascolto distrattamente la radio, sta passando “I will survive”, inizio a canticchiarla.

“First I was afraid, I was petrified…” Muovo appena le labbra, emettendo un suono debole, almeno un’ottava sotto alla brillante voce di Gloria Gaynor, biascicando le parole delle strofe, che non ricordo bene. Noto che altri avventori del locale stanno facendo altrettanto: il labiale è confuso e incomprensibile in tutto il pezzo tranne nella parte “I will survive, eh, ehi” e nella seguente parte strumentale. Mi sembra un brano azzeccato, stamani.

Proprio mentre la canzone sfuma, entra nel locale un personaggio noto. Si tratta di un signore che trovo spesso nella stazione e che in più di un’occasione ha “attaccato bottone”, tentando di coinvolgermi in improbabili discussioni teologiche e di appiopparmi uno dei numerosi opuscoli a sfondo religioso che porta sempre con sé. Cerco di mimetizzarmi con gli arredi del bar, non ho proprio voglia sentire le sue teorie sulla fine del mondo, stamani. Per fortuna, però, la sua attenzione è rivolta al barista.

“Buongiorno!” irrompe con entusiasmo, decisamente non corrisposto dal suo interlocutore. “Come va, stamani?”

“Male!” risponde il barista, tra il distratto e lo scocciato, “Stamani è cominciata male. Non vedi? Piove…”

“Ehhhh” risponde l’uomo con gli opuscoli, un “eeehh” lungo, abbastanza lungo da contenere un “Non ti angustiare troppo, amico mio, c’è di peggio…” e, continua, “Se va male, è perché è passato il Carnevale!

Ed è con questa riflessione profonda, così profonda che non credo nemmeno di averla capita bene, che, di soppiatto, esco dal bar e vado, sotto la pioggia, a prendere il treno. In ritardo.

L’uomo col fiore in bocca

Ieri sera dopo cena sono tornata alla stazione, ma non per prendere il treno, per una volta. Nel piazzale della stazione andava in scena “L’uomo col fiore in bocca” di Luigi Pirandello: non avevo mai visto quest’opera teatrale, in realtà non l’avevo neanche letta, e sono stata felice di aver avuto questa occasione, proprio vicino a casa, proprio nella stazione da dove ogni giorno partono i miei viaggi pendolari.

Qui trovate notizie sull’evento.

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Si tratta di un atto unico, di durata abbastanza breve, in cui uno sconosciuto, malato terminale di cancro, si racconta a un viaggiatore che ha appena perso il treno, nel caffè di una piccola stazione di provincia. Il dialogo tra una persona “comune” ed una che sa di essere a breve condannata ci fa riflettere sul rapporto dell’uomo con la morte. Per l’uomo dal fiore in bocca, che sa di avere a disposizione ormai poco tempo, tutti i particolari e le sfaccettature della vita di tutti i giorni assumono un valore immenso.

Una nota particolare: la rappresentazione doveva iniziare con la partenza del treno per Firenze Santa Maria Novella, che, come al solito, è arrivato con venti minuti di ritardo! Più realistico di così…

Riporto alcune parti dell’opera, qui trovate il testo integrale.

L’uomo dal fiore. […]

E così, ha lasciato tutti quei pacchetti in deposito alla stazione?

L’avventore. Perché me lo domanda? Non vi stanno forse sicuri? Erano tutti ben legati…

L’uomo dal fiore. No, no, non dico!

Pausa

Eh, ben legati, me l’immagino: con quell’arte speciale che mettono i giovani di negozio nell’involtare la roba venduta…

Pausa

Che mani! Un bel foglio grande di carta doppia, rossa, levigata… ch’è per se stessa un piacere vederla… così liscia, che uno ci metterebbe la faccia per sentirne la fresca carezza… La stendono sul banco e poi con garbo disinvolto vi collocano su, in mezzo, la stoffa lieve, ben piegata. Levano prima da sotto, col dorso della mano, un lembo; poi, da sopra, vi abbassano l’altro e ci fanno anche, con svelta grazia, una rimboccaturina, come un di più per amore dell’arte; poi ripiegano da un lato e dall’altro a triangolo e cacciano sotto le due punte; allungano una mano alla scatola dello spago; tirano per farne scorrere quanto basta a legare l’involto, e legano così rapidamente, che lei non ha neanche il tempo d’ammirar la loro bravura, che già si vede presentare il pacco col cappio pronto a introdurvi il dito.

L’avventore. Eh, si vede che lei ha prestato molta attenzione ai giovani di negozio.

L’uomo dal fiore. Io? Caro signore, giornate intere ci passo. Sono capace di stare anche un’ora fermo a guardare dentro una bottega attraverso la vetrina. Mi ci dimentico. Mi sembra d’essere, vorrei essere veramente quella stoffa là di seta… quel bordatino… quel nastro rosso o celeste che le giovani di merceria, dopo averlo misurato sul metro, ha visto come fanno? se lo raccolgono a numero otto intorno al pollice e al mignolo della mano sinistra, prima d’incartarlo.

Pausa

Guardo il cliente o la cliente che escono dalla bottega con l’involto appeso al dito o in mano o sotto il braccio… Li seguo con gli occhi, finché non li perdo di vista… immaginando… – uh, quante cose immagino! Lei non può farsene un’idea.

Pausa – Poi, cupo, come a se stesso:

Ma mi serve. Mi serve questo.

L’avventore. Le serve? Scusi… che cosa?

L’uomo dal fiore. Attaccarmi così – dico con l’immaginazione – alla vita. Come un rampicante attorno alle sbarre d’una cancellata.

Pausa

Ah, non lasciarla mai posare un momento l’immaginazione: – aderire, aderire con essa, continuamente, alla vita degli altri… – ma non della gente che conosco. No, no. A quella non potrei! Ne provo un fastidio, se sapesse, una nausea. Alla vita degli estranei, intorno ai quali la mia immaginazione può lavorare liberamente, ma non a capriccio, anzi tenendo conto delle minime apparenze scoperte in questo e in quello. E sapesse quanto e come lavora! fino a quanto riesco ad addentrarmi! Vedo la casa di questo e di quello; ci vivo; mi ci sento proprio, fino ad avvertire… sa quel particolare alito che cova in ogni casa? nella sua, nella mia. – Ma nella nostra, noi, non l’avvertiamo più, perché è l’alito stesso della nostra vita, mi spiego? Eh, vedo che lei dice di sì…

[…]

Non vede la relazione? Neanche io.

Pausa

Ma è che certi richiami d’immagini, tra loro lontane, sono così particolari a ciascuno di noi; e determinati da ragioni ed esperienze così singolari, che l’uno non intenderebbe più l’altro se, parlando, non ci vietassimo di farne uso. Niente di più illogico, spesso, di queste analogie.

[…]

Io le dico che ho bisogno d’attaccarmi con l’immaginazione alla vita altrui, ma così, senza piacere, senza punto interessarmene, anzi… anzi… per sentirne il fastidio, per giudicarla sciocca e vana, la vita, cosicché veramente non debba importare a nessuno di finirla.

Con cupa rabbia:

E questo è da dimostrare bene, sa? con prove ed esempi continui, a noi stessi, implacabilmente. Perché, caro signore, non sappiamo da che cosa sia fatto, ma c’è, c’è, ce lo sentiamo tutti qua, come un’angoscia nella gola, il gusto della vita, che non si soddisfa mai, che non si può mai soddisfare, perché la vita, nell’atto stesso che la viviamo, è così sempre ingorda di se stessa, che non si lascia assaporare. I1 sapore è nel passato, che ci rimane vivo dentro. I1 gusto della vita ci viene di là, dai ricordi che ci tengono legati. Ma legati a che cosa? A questa sciocchezza qua… a queste noje… a tante stupide illusioni… insulse occupazioni… Sì, sì. Questa che ora qua è una sciocchezza… questa che ora qua è una noja… e arrivo finanche a dire, questa che ora è per noi una sventura, una vera sventura… sissignori, a distanza di quattro, cinque, dieci anni, chi sa che sapore acquisterà… che gusto, queste lagrime… E la vita, perdio, al solo pensiero di perderla… specialmente quando si sa che è questione di giorni.

 

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Di oroscopi, di (foto)romanze e di orbite ellittiche

Sottotitolo: Riflessioni sconclusionate di una pendolare al bar della stazione, davanti al suo cappuccino.

Più che al bar della stazione, questa mattina, mi sembra di essere in una puntata di “The Walking Dead”.  Il locale pullula di non-morti, o meglio, di non-svegli, con le facce di un poco rassicurante color grigiastro, che strascicano i piedi mentre si avvicinano prima alla cassa e poi al bancone. Per fortuna, invece dei loro simili televisivi, sempre a caccia di carne umana di cui cibarsi, questi anelano solo un po’ di caffeina, una sostanza miracolosa in grado di riportarli nel mondo dei viventi. Sono anch’io una di loro, ovviamente.

Le uniche ad avere un po’ di vitalità sono le bariste, intente come sempre a destreggiarsi tra un caffè lungo in tazza grande, uno  basso in vetro, un latte macchiato tiepido e un ginseng.

In questa mattinata assonnata, le conversazioni sono scarse e a volume molto basso. Non si distinguono nemmeno le singole voci, si sente solo un leggero e ovattato brusìo, i viaggiatori di passaggio nel bar, ancora in modalità “risparmio energetico”, limitano al minimo le emissioni acustiche.

Su questo soffice sottofondo si staglia, leggermente in rilievo, la voce della radio. Il volume è piacevolmente contenuto, tiene compagnia senza imporsi, con discrezione.

A quest’ora di solito passano sempre dei grandi classici della musica italiana, quei pezzi che tutti, proprio tutti, anche quelli con gusti sofisticati e sopraffini, non possono fare a meno di conoscere e inevitabilmente cantare, magari anche a  squarciagola: in macchina, al karaoke della festa aziendale di fine anno, quando si è ormai mezzi ubriachi, oppure sotto la doccia. Ma non a quest’ora.

Stamani, per esempio, è la volta della nostra amata Gianna da Siena.

“Ti telefono o no, ti telefono o no, io non cedo per prima…”

La massima espressione di coinvolgimento ce l’ha un insospettabile signore in giacca e cravatta, che aspetta il suo caffè,  battendo a ritmo l’indice sul bancone.

Quando parte il ritornello, lo vedo lanciarsi in un penoso playback: la sua voce è appena uno stridulo sussurro in falsetto.

“Quest’amore è una camera a gas…”

Ma si ferma subito, perché si incarta con le parole. Lo capisco, anch’io faccio sempre confusione e non mi ricordo mai se viene prima la “finta sul ring” o il “palazzo che brucia in città”.

Sulle ultime note della canzone si intromette una suadente voce femminile.

“Ariete: buongiorno, amici dell’Ariete…”

Seduta al tavolino del bar, osservo quasi ipnotizzata le volute bianche e marroncine che si sono create sulla superficie del mio cappuccino mescolando lo zucchero. Non ci credo negli oroscopi, ma quello della radio trasmesso la mattina mentre sono al bar e aspetto il treno, un po’ mi piace. Perché, pur non credendoci, non fa mica male sentirsi dire da quella voce sicura che oggi sarà una giornata splendida. Se ci fate caso, negli oroscopi alla radio dicono sempre cose belle, della serie “oggi farai un incontro che cambierà la tua vita”, oppure “amici del Sagittario, siete davvero in splendida forma oggi!”, oppure “nessuno potrà resistere al fascino che vi regala Venere, amici dell’Acquario”. Il messaggio più crudele che ho sentito finora è stato: “Attenzione, amici del … (non me lo ricordo), Mercurio in quadratura porta instabilità, copritevi quando uscite, altrimenti rischiate di prendere un raffreddore”. Ah, quindi sarebbe colpa di Mercurio che ce l’ha con un segno zodiacale sfigato se uno prende il raffreddore? Non del fatto che siamo in pieno inverno? Mah…

Vergine…

Ci siamo quasi, tra poco tocca a me. Vediamo cosa mi dice oggi…

Complimenti cari amici della Bilancia! Marte in transito nel vostro segno vi regalerà forza e bellezza. Vi sentirete davvero invincibili, oggi!

E bravo Marte, mi ci voleva proprio uno come te, stamani. Già che sei in transito nel mio segno, ti andrebbe di andare a quella riunione soporifera al posto mio, oggi pomeriggio? E visto che ti senti invincibile, puoi  convincere quelli della commissione a finanziare il mio progetto? Tanto, cosa hai da fare, tu, oggi? Hai solo da piroettare su te stesso e contemporaneamente percorrere un’orbita ellittica della quale il centro del Sole è uno dei fuochi, che ti ci vuole? Ok, devi stare attento che il quadrato del tempo che impieghi a percorrere la tua orbita sia proporzionale al cubo della tua distanza media dal Sole,  ma lo fai da ormai un sacco di anni, non ti dovrebbe costare tanta fatica. Pensaci bene, caro Marte, sei un pianeta fortunato, tu. Non hai mica sei miliardi di rompiscatole che ti pesticciano, ti sforacchiano, ti insozzano, ti affumicano, ti prosciugano, Te ne stai lì solo soletto, in mezzo al sistema solare… ma non ti annoi neanche un po’?

“Scorpione…”  

La parte che mi interessava dell’oroscopo è finita ed è finito anche il cappuccino. È l’ora di avviarsi verso il binario per prendere il treno. Ah dimenticavo, già che sei in transito da queste parti, caro Marte portatore di forza e bellezza, vedi di farlo arrivare in orario, almeno oggi.

A proposito di oroscopi, aruspici, di quelli che leggono il futuro nei fondi del caffè, ecco quello che mi è apparso un po’ di tempo fa, mescolando il cappuccino (non ho ritoccato la foto, giuro, a parte un filtro di Instagram)… sarà un segno? Che vorrà dire? Mah…

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La banalità di un cappuccino

Alla stazione di arrivo, sono in coda alla cassa del bar: ho solo dieci minuti di tempo, ma un’assoluta necessità direi quasi fisiologica di caffeina, per partire con la giornata lavorativa.

Davanti a me ci sono tre persone: due ragazze, probabilmente studentesse universitarie, e una signora più matura con un trench marrone.

È il turno della signora:

<<Buongiorno, un caffè e una pasta, per favore.>>

La cassiera:

<<Sono due euro, che pasta le do?>>

<<Quella lì con la crema, no, non quella, che mi sembra bruciacchiata, l’altra, ecco sì, quella! Me la incarta per favore? Grazie, arrivederci.>>

La signora si sposta al lato della coda e sistema nel borsellino decorato da strass il resto. È il turno delle ragazze, che stanno parlottando tra loro. La cassiera le incoraggia:

<<Prego?>>

Si fa avanti una delle due:

<<Buongiorno, un’informazione: nel caffè al ginseng c’è la caffeina?>>

La cassiera, chiaramente non troppo preparata sull’argomento, risponde con malcelata incertezza:

<<Non credo, no, no, in quello al ginseng la caffeina non c’è…>>

La signora col trench, intanto, s’intromette:

<<Io invece sapevo che c’era… Sì, sì, una minima parte di caffeina c’è anche nel caffè al ginseng, anch’io lo prendo a volte, mi piace…>>

Guardo l’orologio, impaziente, rischio di fare tardi… La ragazza si consulta con l’amica:

<<Allora che si fa? Se c’è la caffeina, tu non lo puoi bere… Prendiamone uno in due, vai, se lo assaggi e basta vedrai che non ti fa niente!>>

La ragazza paga e prende il resto e insieme all’amica si sposta verso il bancone. Finalmente è il mio turno.

<<Buongiorno. Un cappuccino, per favore.>>

<<Vuole anche una pasta?>>

<<No, no, solo un cappuccino.>>

Pago in fretta, prendo lo scontrino e mi avvicino al bancone. Davanti a me ho le tre donne di prima e una coppia, un uomo e una donna, entrambi molto alti di statura, con un bel fisico atletico, arrivati dall’altra cassa. È il loro turno per ordinare, inizia la donna:

<<Un caffè alto, macchiato con latte di soia.>>

<<Non abbiamo latte di soia, mi spiace…>>

<<Ma alla cassa mi avevano detto che ce l’avete… Vabbè lasci stare, un caffè alto e basta allora.>>

Tocca al suo compagno ordinare:

<<Per me un latte macchiato tiepido, con pochissimo caffè se possibile.>>

Poi ecco le nostre tre conoscenze, la signora col trench:

<<Un caffè al vetro non troppo alto… Mi può passare lo zucchero di canna?>>

Seguono le due ragazze del ginseng, e finalmente, arriva il mio turno:

<<Buongiorno, un cappuccino per favore…>>

Il barista indugia qualche secondo, attendendo qualche requisito fantasioso, ma io non aggiungo altro. Lui allora m’incalza:

<<Normale?>>

Rispondo, forse un po’ bruscamente:

<<Sì, sì, normale>>

Il barista, deluso, inizia la preparazione della ormai tanto attesa bevanda. Il tempo a mia disposizione è quasi finito, bevo il mio cappuccino “normale” in fretta e per poco non mi scotto. Esco dal bar con una fastidiosa sensazione di inadeguata banalità.

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