Forse, sull’autobus…

Per evitare la pioggerella fastidiosa di questi giorni, oggi pomeriggio ho rinunciato alla consueta e salutare passeggiata dall’ufficio alla stazione e ho preso l’autobus. Nonostante sia abbastanza affollato, riesco con sollievo a trovare un posto a sedere. Fuori dal finestrino è già quasi buio e non c’è molto da vedere, per cui mi volto verso la parte interna del mezzo, per curiosare un po’ tra i miei odierni compagni di viaggio. Come al solito, quella che mi si presenta davanti è una accozzaglia di personaggi curiosi ed eterogenei. Davanti alla porta di uscita, una ragazza si sorregge con entrambe le braccia ad uno dei supporti. È piuttosto alta e sottile, indossa un elegante tailleur pantalone nero, dalla giacca s’intravede un’impeccabile camicia candida. La carnagione olivastra, i lunghi capelli lisci e corvini, gli occhi grandi e allungati svelano un’origine probabilmente mediorientale. A poca distanza, sempre in piedi, appeso a uno dei supporti verticali, un uomo di statura ben più bassa si dondola per effetto del moto del mezzo: in avanti nelle frenate, all’indietro durante le ripartenze, in direzione laterale nelle curve. Ha posato sul pavimento, tra le gambe, una borsa di carta plastificata, ornata con motivi natalizi. Nel gruppetto di sedili allineati nella parte posteriore dell’autobus noto un ragazzetto, seduto in modo scomposto, con il punto di appoggio dei glutei sul bordo anteriore della seduta, le gambe piegate in fuori, come quelle di un burattino buttato per terra a casaccio, il cavallo dei pantaloni molto prossimo alle ginocchia. Le spalle sono un po’ curve, alle orecchie porta un paio di auricolari bianchi, collegati allo smartphone stretto nella mano sinistra. In testa indossa un berretto con la visiera un po’ storta e girata verso l’alto.

Accanto a lui, un uomo magro e canuto, siede diritto con le mani sulle ginocchia, una delle due regge una borsetta di plastica bianca, senza particolari iscrizioni o marchi, con vari oggetti dentro. Ho deciso: è lui il protagonista del viaggio di oggi.

Poco dopo la mia salita, dalla borsa estrae una grossa lattina bianca, con il tappo di plastica arancione, sulla sommità, e si mette a leggere le scritte sul lato posteriore del contenitore, quelle piccoline dove sono riportate le indicazioni per l’uso e la composizione del prodotto. È una confezione di acquaragia, la riconosco. Da una parte intravedo il tipico simbolo quadrato arancione con la croce nera che avverte della pericolosità della sostanza. L’uomo si impegna molto nella lettura: strizza gli occhi per mettere meglio a fuoco i minuscoli caratteri e contemporaneamente allontana la confezione. “Perché non ho preso gli occhiali con me?” immagino che si stia domandando.

Inizia così il mio consueto passatempo dei forse. Forse sta facendo un lavoretto di restauro, a casa. Forse si tratta del vecchio mobiletto che era nel ripostiglio, quello di legno massello che sta per essere sostituito da una più pratica scaffalatura dell’Ikea, quello che dovrebbe essere gettato via, ma l’uomo c’è troppo affezionato e, allora, perché non risistemarlo e metterlo in fondo al corridoio? Forse aveva già preparato tutto: lo aveva svuotato, spostato nel garage, sistemato su un tappeto di fogli di vecchi giornali. Forse la moglie l’ha anche brontolato per la confusione. Chissà se è sposato. Sbircio l’anulare della mano sinistra: non porta la fede, rimango con il dubbio. Forse si è accorto solo alla fine che gli mancava proprio l’acquaragia, o forse l’ha finita a metà del lavoro. Forse gli è scivolato il barattolo e ha sparso tutto il contenuto sul pavimento. Forse è uscito per andare a ricomprarla lasciando tutto in disordine, tra i brontoloni della moglie: “Che confusione, ma cosa stai combinando? Sei sempre il solito!”

Forse, tutto sommato, è quasi contento che l’acquaragia sia finita. Forse il barattolo non si è rovesciato per caso. Forse ci ha ripensato, quel mobiletto non è poi un granché. Forse aveva una gran voglia di uscire e non sentire più quella brontolona. Forse gli ci voleva proprio una bella gita in uno di quei grandissimi e fornitissimi negozi di oggetti per il bricolage, dove potersi perdere in mezzo ai lunghissime scaffalature, tra scatolette, bombole di vernice di tutti i colori, attrezzi per qualsiasi necessità, cacciaviti di tutte le fogge, e, ancora, tasselli, viti, cornici, solventi, chiavi inglesi, chiavi di tutte le nazionalità, rotoloni, rotolini, sacchi di terriccio, sementi, contenitori, lampadine, mensole, pannelli di compensato… forse

Il mio fantasticare è interrotto dall’arrivo di altri due ragazzi, quasi cloni di quello seduto in fondo all’autobus: berretto con la visiera storta in testa, girata verso l’alto, jeans con il cavallo molto basso, auricolari alle orecchie. Appena intravedono il loro compagno, gli si avvicinano e lo salutano con un secco “Oh!” Si mettono a parlare e ridere sguaiatamente insieme. Dopo qualche convenevole uno dei due ultimi arrivi prende il suo smartphone, stacca le cuffie e, strisciando freneticamente l’indice sullo schermo, richiama l’attenzione degli altri due: “Oh, ragazzi, guardate qua, troppo forte!” Dal dispositivo parte una musica ritmata, riesco a intravedere sullo schermo un altro ragazzo, vestito come i tre, che canta, o, per meglio dire, recita una lunga filastrocca, la cui cadenza è sottolineata da ampi movimenti rotatori in avanti delle braccia. I tre commentano entusiasti la performance del rapper del telefonino: “Figo!” esclamano a turno.

L’uomo con l’acquaragia, seduto proprio lì accanto, smette di leggere le istruzioni sulla confezione del solvente e viene attratto dalla nuova sorgente sonora. Si protende verso il gruppetto dei tre in modo vistoso: essendo seduto in modo eretto ed essendo i sedili leggermente sopraelevati rispetto al pavimento, la sua testa li sovrasta. Inizia anche lui a fissare il piccolo schermo, come se nulla fosse, come se conoscesse bene i tre giovani. Rimangono così per alcuni istanti, finché il ragazzo seduto non si accorge della nuova presenza e si volta, rivolgendo verso l’uomo uno sguardo tra l’interrogativo e il risentito e girando le spalle in modo da chiudere il piccolo capannello ed escluderlo. L’uomo non gli dà troppo peso, continua a fissare con divertito interesse lo schermo del telefonino. Anche uno dei due ragazzi in piedi si gira verso di lui, e inizia a fissarlo, solo allora l’uomo si rende conto della sua estraneità e si rimette composto sul suo sedile. Riprende la lattina di acquaragia e ricomincia a leggere le scritte piccoline strizzando gli occhi e allungando le braccia.

Ed è così che lo lascio quando, alla fermata della stazione, scendo dall’autobus.

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6 thoughts on “Forse, sull’autobus…

  1. Una volta i passeggeri sugli autobus allungavano il collo per leggere il giornale degli altri, oggi per guardare sugli smartphone. Il fastidio è lo stesso (ma mica poi sempre), ma mi dispiace per l’uomo e la sua acquaragia…

  2. Quando siamo in giro interagiamo sempre di più con smartphone, tablet, PC. I nostri occhi sono fissi su quello schermo, e non ci accorgiamo di quanto il tempo scorra, e di chi abbiamo accanto.

      • Già. Cerchiamo persone, luoghi, situazioni lontane da noi e non viviamo quelle che realmente abbiamo attorno. Siamo protèsi sempre verso qualcosa che non c’è in quel momento: nei locali è pieno di tavoli dove tutti hanno in mano uno smartphone o un tablet e sembra che siano ognuno a casa propria. Mi ci metto anch’io, in particolare per il navigatore: in qualche modo ti fa trascurare il processo mentale di memorizzazione dei percorsi, e sto cercando di limitarlo. Per il resto quando sono fuori, stacco la connessione dati e quindi tutto torna “come un tempo”, due risate, quattro chiacchiere ed il calore che un oggetto tecnologico non potrà mai offrire.

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