Cacciatori (di) pendolari

Prendere il treno, spesso e volentieri, è come andare al cinema o a teatro, anzi, talvolta è anche meglio. L’unico inconveniente è che non si può scegliere il titolo della rappresentazione a cui assisteremo, e neppure il genere. Può capitare un dramma familiare, un rocambolesco film d’azione o di fantascienza, un thriller mozzafiato, un documentario naturalistico… nessuno può saperlo a priori.

Il treno in questo viaggio di ritorno non è troppo affollato. Seduto davanti a me, in diagonale rispetto al mio sedile, un canuto signore dal fisico ingombrante è intento ad aggeggiare con le dita cicciottelle sullo schermo del suo tablet. Il libro che sto leggendo è bello, ma un po’ impegnativo: soprattutto il pomeriggio, fatico a mantenere la concentrazione e spesso mi distraggo. Nel gruppetto di quattro sedili dalla parte opposta del corridoio ci sono altri due viaggiatori, nella stessa configurazione.

Lei è una ragazza bella, di una bellezza di altri tempi, aggraziata. Non la bellezza sfacciata, ostentata, a cui siamo abituati. La corporatura è sottile, la postura composta: siede con la schiena ben dritta e le gambe unite. Le lunghe dita affusolate reggono un libro voluminoso con la copertina scura. La carnagione è chiarissima, sembra di porcellana, come le bambole antiche. I capelli ricci sono raccolti in una treccia morbida che dalla nuca scende fino a metà della schiena.

Lui è quasi sdraiato, una gamba è stesa fin sotto il sedile di fronte, l’altra è piegata, con il piede appoggiato su quella specie di piccolo gradino tra la parete e il pavimento che c’è in alcuni tipi di carrozza. Il viso vistosamente abbronzato è in parte nascosto da un paio di occhiali da sole, anche se il sole non c’è. Indossa un paio di jeans strappati, stivaletti e una T-shirt abbastanza aderente, che mette in bella mostra un fisico ben scolpito in palestra. È impegnato in una rumorosa conversazione telefonica, parla in italiano, con accento spagnolo. Il tono della voce è caldo, grave. Mi ricorda quella di Antonio Banderas, che teoricamente sarebbe o vorrebbe essere sensuale, ma nella mia mente suscita le immagini del Gatto con gli Stivali di Shrek e della gallina Rosita.

Dopo qualche minuto dalla partenza, la telefonata finisce, finalmente. Con la coda dell’occhio mi accorgo che sta fissando in modo ostinato la ragazza di fronte. Prima attraverso le lenti scure, poi, per enfatizzare, se possibile, l’atto, fa scendere gli occhiali sul naso, piegando la testa in avanti. Altro che sguardo fugace, questa è proprio un’accurata scansione 3D.

“Eccoci”, penso tra me e me, “stiamo per assistere a un abbordaggio in piena regola, da manuale!”

La ragazza percepisce lo sguardo ossessivo del suo vicino e reagisce con fastidio, aggiustando la postura sul sedile e avvicinando il libro al viso, per immergersi ancora di più nella lettura. L’attacco visivo continua, in modo palese, sfacciato. Sembra quasi di assistere a una scena di caccia. Ci starebbe bene, a questo punto, come sottofondo, l’ Aria sulla quarta corda di Bach e una voce fuori campo che ci spiega la scena: “…ed ecco il leopardo, il grosso felino acquattato nella folta vegetazione della savana che ha appena avvistato e sta puntando una giovane antilope, l’attacco del predatore è questione di attimi…“

E, infatti, all’improvviso:

“Cosa stai leggendo, di bello?”

La ragazza solleva lo sguardo dalle righe del proprio libro e lo rivolge, timorosa, al vicino compagno di viaggio. Sembra arrossire leggermente sulle guance.

“Un libro per l’università” risponde, titubante.

“Ah sembra interessante, cosa studi?”

“Lettere classiche.”

Il dialogo s’interrompe per un attimo. La ragazza ne approfitta per rituffarsi nelle pagine del libro. L’uomo non si è rassegnato, anzi, ha ripreso a studiare la preda con assiduità. Ed ecco, inevitabile, il secondo assalto, questa volta più diretto:

“Ma lo sai che sei bellissima?” esordisce, inaspettatamente.

Inizio quasi a pensare di non essere sul treno, stasera, ma sul set di un film tratto dai libri di Federico Moccia. La ragazza, di nuovo, smette di leggere, le guance adesso sembrano infuocarsi. Non risponde subito.

“Sì, sei bellissima. Non te lo dico per dire, me ne intendo, io!”

La storia si sta facendo avvincente, vediamo un po’ cosa si inventa, adesso.

“Sai, faccio il fotografo, io. Di moda… Hai mai fatto la modella?”

“N-no…” balbetta lei.

“Peccato, saresti perfetta! Ti piacerebbe provare?”

“N-non lo so… n-no…”

“Non ti fidi? Ah che sciocco, non mi sono nemmeno presentato, piacere, Manolo Espadrillas!”

(il nome, ovviamente, l’ho cambiato: Manolo viene da un aitante –almeno sulla carta- chitarrista che ha animato una serata nella località balneare dove ho trascorso le ferie… mentre Espadrillas è la prima parola spagnola con la “s” in fondo che mi è venuta in mente!). Porge la mano abbronzata, ornata da due grossi anelli su pollice e indice, alla ragazza, che educatamente risponde all’invito. Appena riesce a carpire l’arto della sua preda, l’uomo lo attrae verso di sé e lo circonda con l’altra mano. La ragazza si ritrae imbarazzata.

“Guarda”, le dice mostrandole lo schermo del cellulare e avvicinandosi in modo da invaderle con decisione lo spazio, “questo è il mio profilo Facebook, hai visto quanti contatti ho? Sono un fotografo famoso, sai”.

Ecco, secondo me questa è stata una caduta di stile da parte sua: misurare le proprie e altrui capacità sulla base dei contatti in qualche Social Network non mi sembra proprio il massimo. Ma, come si dice, in guerra, in amore, e durante un abbordaggio sul treno -aggiungo io- tutto è concesso.

“Guarda, queste sono alcune delle mie foto… Hai visto che belle?”

La ragazza sbircia timidamente lo schermo, combattuta tra l’imbarazzo e la curiosità.

“B-belle, sì, davvero…”

Come è andata a finire? Sinceramente, non lo so, il treno è arrivato nella mia stazione durante lo show delle foto sul cellulare e mi sono persa l’epilogo di questa storia. Arrivata a casa, prima di dimenticare il nome del nostro viaggiatore-cacciatore ho preso il computer (sono curiosa come una scimmia, lo so 🙂 ), ho aperto Facebook e, nella casellina in alto, per la ricerca, ho digitato Manolo Espadrillas (non importa che proviate anche voi, come ho già detto ho camuffato il nome!).

E… sorpresa! Era tutto vero! La sua foto sul profilo lo ritraeva in posa studiatamente plastica, sdraiato, ripreso dall’alto, in bianco e nero, sguardo fatale, da “Bello e Impossibile”. Non c’erano dubbi, era proprio il mio compagno di viaggio del pomeriggio. Ormai incuriosita, ho continuato a sbirciare nel suo profilo: aveva, effettivamente, un paio di migliaia di contatti, tra cui spiccavano parecchie ragazze sciantose, probabilmente modelle o aspiranti tali. Viste le sue impostazioni della privacy, praticamente inesistenti, ho potuto vedere anche le famose foto: realizzate in studio o in ambienti lussuosi, ritraevano soprattutto donne bellissime avvolte in abiti mozzafiato, molto chic. Chissà se, tra qualche tempo, tra questi trofei di caccia, troveremo anche la ragazza con la treccia che oggi pomeriggio leggeva sul treno…

 

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7 thoughts on “Cacciatori (di) pendolari

  1. beh se studia lettere classiche sarà riuscita, mi auguro, a non farsi “intortare” dal viscidone. E pensa che se lei dovesse leggere il tuo blog e ritrovarsi nella storia, magari ci può raccontare la fine.

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