Il treno dopo

A volte mi capita di dover far tardi al lavoro e di prendere il treno dopo, vale a dire quello che parte un’ora dopo l’orario solito. Ieri sera ho dovuto prendere il treno dopo al treno dopo. Mi sono quindi ritrovata alla stazione intermedia, dove devo cambiare, all’ora in cui di norma ho già finito di cenare, di rimettere a posto in cucina e mi sto avviando verso il meritato riposo sul divano.

Stanca morta, mi guardo intorno, un po’ disorientata. Questo luogo di transito dovrebbe essere ormai familiare, invece a quest’ora a malapena riconosco la struttura dell’edificio.

Manca la luce, ormai è buio già da un po’ ed è scesa una nebbia umida e opaca che confonde le forme e nasconde le distanze.

Mancano i gruppetti di studenti di ritorno dalle lezioni a scuola e all’università, chiassosi e allegri.

Mancano le tre signore che passano il tempo del viaggio sferruzzando infaticabili il loro lavoro a maglia, che parlano sempre di analisi mediche e malattie improbabili.

Mancano i ragazzetti che tornano dagli allenamenti di calcio, sempre a discutere tattiche e decisioni del mister.

Manca quel signore in giacca e cravatta, che ha sempre il cellulare appiccicato all’orecchio. Sarà a casa a giocare con il figlioletto. Come faccio a saperlo? Semplice, ho sbirciato lo sfondo del suo tablet una volta mentre scendevo dal treno e ho notato un bambino che rideva su una bicicletta rossa.

Manca il nonno che porta il nipotino a vedere il treno.

Le serrande del bar sono abbassate. Alla biglietteria non c’è più nessuno. Osservo l’immagine di me riflessa dal vetro, è spenta e grigia.

Siamo rimasti in pochi, pendolari ritardatari, e il cupo silenzio che avvolge tutto ci allontana, sembriamo ancora meno.

Sulla panchina lungo il binario due, una donna bionda, avrà sì e no la mia età, parla da sola. Ogni tanto scoppia in una grassa risata che scuote tutta la stazione. Ha con sé uno zaino scucito e due borse di plastica gonfie di oggetti eterogenei, da cui spunta un cartone di Tavernello.

Due uomini, con la barba incolta e i vestiti trasandati, passano in rassegna le macchinette distributrici di bevande e cibarie alla ricerca di qualche monetina dimenticata.

Un controllore, con la sua valigetta nera, si avvia verso l’uscita. Ha ancora la forza e la voglia di fischiettare un motivetto allegro, che stona un po’ con l’atmosfera triste che ha intorno.

Mi sento come catapultata in un mondo parallelo, che non conosco e che temo anche un po’. Una cosa però rimane immutata rispetto alla realtà di qualche ora fa, a me più familiare. Il treno che sto aspettando è in ritardo di più di venti minuti, a  fronte dei dieci silenziosamente dichiarati dal tabellone. Ma a quest’ora nessuno lo annuncia, e nessuno si arrabbia. Tanto, ormai, non c’è più nemmeno fretta.

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12 thoughts on “Il treno dopo

  1. quanta bellezza in questo post.
    associazione di idee che mi ha evocato una tua immagine: un tempo si sbirciava (errata corrige: io sbirciavo) con la coda dell’occhio i titoli del giornale che leggeva il mio vicino di posto. oggi, non so, ma i tablet mi hanno creato un certo timore reverenziale nei confronti della privacy. difficilmente la coda del mio occhio vira, se non magari quando è palese che qualcuno stia guardando un film (ma in quel caso arriva prima l’audio); allo stesso modo, con fastidio accolgo eventuali “occhiate” quando mando messaggi o mi capita che sto guardando cose sul telefono.

    • Grazie! Lo so che non si dovrebbe sbirciare tra gli affari degli altri ma il treno bene o male costringe a ridurre le distanze con le altre persone e ogni tanto mi capita di osservare chi mi sta intorno. Non certo per fare gossip o giudicare, semplicemente per innocente curiosita`…

  2. come scrivi bene!! leggendolo ho pensato che ogni cosa, ogni casa, ogni persona ha il suo lato oscuro e il lato oscuro e quello illuminato sono più vicini tra loro di quanto si possa immagianare…e tu ieri sei finita nel lato oscuro della stazione intermedia…

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