Caro compagno di viaggio…

Caro compagno di viaggio di oggi, che condividi con me quest’angusto spazio, in piedi nel vestibolo di un treno pendolari sovraffollato a causa della cancellazione del treno precedente e surriscaldato da un sole prematuramente torrido, il fato ha voluto farci incontrare, o, meglio, scontrare, e percorrere insieme un tratto della nostra esistenza. Nonostante l’intersezione tra i nostri universi sia stata breve e fugace, mi sembra già di conoscerti un po’ e posso affermare con sicurezza di non sopportarti proprio per niente. Te lo dico chiaramente, sei odioso e antipatico. Ma oggi mi sento buona e nonostante la mia avversione nei tuoi confronti, voglio scriverti questa lettera, per darti qualche consiglio per i tuoi prossimi viaggi, casomai ti capitasse di trovarti di nuovo in una situazione come quella che stiamo passando.

Innanzi tutto, se salendo sulla carrozza sei stato fortunato e la marea umana ti ha spostato in prossimità dell’unico appiglio a cui i viaggiatori si possono sostenere, ti prego, non avvinghiartici sopra come una ballerina di lap-dance, impedendone l’accesso a chiunque e lasciando tutti gli altri in balia degli scossoni a urtare uno contro l’altro, spintonandosi, calpestandosi vicendevolmente i piedi alla vana ricerca di un precario equilibrio. E se possibile regola un po’ il volume con cui discuti con il tuo collega, che a sua volta si è letteralmente seduto sul corrimano lungo le scalette, accaparrandosi e monopolizzando un altro possibile appiglio, siete solo a un metro di distanza in fondo. A me e agli altri viaggiatori stanchi, compressi e senza sostegno, mica interessa di quel progetto megalitico a cui state lavorando. Certo, ci fa piacere che stiate preparando la missione per la conquista di Marte, brevettando un metodo sicuro per la fusione fredda o combinando un’operazione finanziaria da milioni di milioni… Se non mostriamo l’interesse che meritate è perché in questo momento siamo presi da problemi contingenti di infima importanza rispetto ai vostri, tuttavia poco gradevoli: io ad esempio sono costretta a manovre da surfista e la mia vicina, nelle mie stesse condizioni, mi ha appena calpestato l’alluce con il tacco a spillo delle sue lucide decolté.

Caro compagno di viaggio, sempre tu,  tu che viaggi con uno zaino che sembra la gobba di un dromedario nel deserto, il carapace di una testuggine delle Galapagos, perché non te lo togli di dosso, viste le condizioni in cui stiamo viaggiando? Non puoi perché custodisce i tuoi preziosi congegni tecnologici? Allora, per lo meno evita di spostarti ogni dieci secondi sbattendolo in faccia a tutti noi! Anche perché prendersi una i-paddata nel mento a pochi secondi di distanza dal perforamento dell’alluce non fa piacere, diciamo…

Ma siamo quasi arrivati, mio caro compagno di viaggio, o, meglio, io sono arrivata, mentre tu prosegui. Il treno si ferma, si aprono le porte, insieme a me devono scendere tante altre persone. Potresti, per una manciata di secondi, farti un pochino da parte, spostarti in quell’angolino che si è liberato, invece di startene lì impalato nel proprio davanti all’uscita, come un cactus nel deserto nel bel mezzo di una tempesta di sabbia, o come uno dei faraglioni di Capri, con il tuo zaino monolitico, che infrangi le onde di pendolari che vorrebbero scendere. E se ti chiedo “Permesso, per favore”, perdona il mio tono perentorio e irrispettoso, ma davanti a me già vedo la muraglia umana di quelli che vogliono salire e se perdo ancora solo qualche istante rischio di non scendere mai più e, oltretutto, di dovermi sorbire per altri interminabili minuti, la tua brillante eloquenza.

Ce l’ho fatta a scendere, finalmente, caro compagno di viaggio. Per oggi, e probabilmente per sempre, la nostra forzata convivenza è terminata. Ci rivedremo su qualche altro treno, chissà, forse in qualche altro posto, forse non ci incontreremo mai più. Ti saluto, caro compagno, in fondo mi stavi anche un po’ simpatico. Ora che ci penso, a volte, senza rendermene conto, ti somiglio anche un po’. E allora, buon viaggio, alla prossima.

2013-02-16 17.36.28

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10 thoughts on “Caro compagno di viaggio…

  1. Ah che bei (?) ricordi che mi solletichi. Gentaglia che avevo dimenticato. Come il truzzetto che ascolta la musica a palla sul 6.30, i quattro “vecchietti” che giocavano a scopa (almeno quelli divertivano!), le extracomunitarie che sbraitavano al telefono per l’INTERO tragitto del treno, in lingue sconosciute ed estiche (e irritanti quanto l’italiano). AH si, e dimentico il maledetto portatore di trolley o borsone. Che invariabilmente, quasi fosse un tirassegno, riusciva a salire e poggiarmelo direttamente sul pollicione del piede.
    Volevo quasi comprare delle bamboline da distribure ogni volta al vincitore. uno sforzo di precisione del genere va premiato, non credi?

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