Coltivare una passione

Rallentando prima di entrare in una delle stazioncine, il mio treno attraversa un’area suddivisa in tanti piccoli appezzamenti delle dimensioni di uno o due vani e limitata, dalla parte opposta alla ferrovia, dall’argine del fiume. Nei pezzetti di questo ideale patchwork crescono dei piccoli orti rigogliosi, amorevolmente accuditi da una schiera di volenterosi pensionati.

Di tanto in tanto la mia attenzione viene catturata da uno di questi, mi piace vedere come si trasforma con il passare dei giorni e delle stagioni. Osservando bene ho avuto modo di conoscere, anche se solo di vista, il suo custode. E’ un uomo che probabilmente ha passato la settantina, non molto alto, con la schiena parecchio curva, come se portasse un carico pesante sulle spalle. Il fisico è asciutto, le gambe magre e storte. Quando cammina zoppica un po’ dalla parte destra, ho visto. I tratti del viso sono forti, gli zigomi evidenti, il naso lungo, con una bella gobba nel mezzo, la pelle arsa dal sole, solcata da rughe profonde. Un cappello copre spesso i pochi capelli grigi.

Contrariamente a me, che passo di lì grossomodo sempre alla stessa ora, i suoi tempi sono cadenzati con quelli del sole: in estate, visto che le giornate sono lunghe e torride, la mattina è già lì a lavorare, mentre il pomeriggio non c’è, fa troppo caldo. In inverno invece è più raro vederlo a quell’ora.

In primavera e autunno a volte capita di passare proprio mentre sta arrivando la mattina o rientrando il pomeriggio. Se la temperatura è mite si sposta con una bicicletta che in origine doveva essere azzurra, ma che adesso è coperta quasi uniformemente da uno strato di ruggine marroncino. Quando la temperatura è troppo bassa o minaccia di piovere, lo vedo arrivare con una Panda bianca, vecchio modello.

Viene quasi tutti i giorni all’orto. Ci sono tante cose da fare: vangare, zappare, seminare, rincalzare le piantine piccole, innaffiare, togliere le erbacce, sostenere le piante con dei paletti, potare, dare il ramato ai pomodori, rimuovere le piante morte, ripiantarne di nuove…

Con tutte queste cure, l’orticello non può che essere un piccolo giardino. E’ bello vedere, in primavera, man mano che le piantine spuntano, formarsi un caleidoscopio verde: il verde scuro del rosmarino, il verde quasi grigio della salvia, il verde brillante del prezzemolo, il verde chiaro e lucido del basilico, il verde un po’ blu del cavolo nero, il verde tenue delle piantine di insalata appena nate. Man mano che le settimane passano, tra tutti questi verdi iniziano a spuntare altri colori: il giallo dei fiori di zucca, il rosso dei pomodori, il viola delle melanzane. In autunno l’aspetto dell’orto è apparentemente un po’ più trascurato, le piante di pomodori iniziano a seccare, l’insalata e il prezzemolo sono stati rimossi. Resistono alcuni grossi cavoli e due belle zucche arancioni.

In inverno l’orticello cade in una specie di letargo, non ci sono più colori brillanti ma un uniforme tappeto grigio e marrone. Il custode dell’orto non si vede, sembra tutto abbandonato. Sembra, ma non è, me ne accorgo da pochi piccoli dettagli, come alcuni  oggetti spostati, tracce delle ruote della macchina nel fango. Anche se tutto dorme, c’è sempe tanto da fare e da preparare.

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3 thoughts on “Coltivare una passione

  1. Che nel post. Sa di terra. Sa di buono. Grazie.
    Mio padre aveva un orto al limitate della sua casa si apriva la campagna e il proprietario della terra gli ha dato il permesso di fare un orto. Ci ha speso tempo e amore e ha fatto uno splendido orto terrazzato di cui anche io godevo i frutti, riscoprendo i sapori genuini che il supermercato non conosce. Il terremoto lo ha distrutto, indirettamente. Hanno dovuto codtruire le nuove scuole su quel terreno e dove ptima crescevano pomodori é nato, a tempo di record, il parcheggio delle medie.

    • Grazie! Anche mio padre tiene un orto, prima di lui mio nonno. Devo dire che piacerebbe anche a me, ma chi ce l’ha il tempo? E poi non sono mica sicura di essere capace… Al massimo posso tenere due o tre piantine con salvia, rosmarino e basilico sul terrazzo, rubare qualcosa nel fine-settimana dall’orto del babbo e guardare quelli dal finestrino del treno.
      Mi dispiace davvero che il terremoto, anche se indirettamente, abbia portato via il vostro!

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