Pendolari in umido

Piove, senti come piove, Madonna come piove, senti come viene giù… Piove, senti come piove, Madonna come piove, senti come viene giù… Cantava Jovanotti un po’ di tempo fa.

Quando piove, la vita del pendolare si complica ulteriormente. Peggiorano le condizioni del traffico, i ritardi dei treni, e poi lungo tratti a piedi bisogna stare più attenti: le macchine che passano sulle pozzanghere, i passanti che ti vengono incontro a testa bassa puntandoti addosso l’ombrello come un ariete, rischiando di accecarti con le stecche. Insomma, un inferno.

Intendiamoci, a me la pioggia piace. Quando sono in casa e non devo uscire. Quando d’estate ci sono quaranta gradi e porta un po’ di refrigerio. Quando sono sotto le coperte e sento le gocce picchiettare sui vetri della finestra. Ma non oggi, proprio, oggi, no.

E’ lunedì, la settimana è iniziata normalmente, la giornata è passata con le consuete attività. Manca solo un’ora, sto completando le ultime cose, quando sento il rumore di una chiamata su Skype. Mi hanno convocata in una riunione non prevista, dobbiamo pianificare un nuovo progetto, la scadenza è a breve e la nostra presenza è strategica. In altri termini, stasera devo rimanere al lavoro un’ora in più. Vabbè, non è la prima volta, non sarà certo l’ultima. La riunione si svolge senza grosse sorprese, esco, come previsto, un’ora dopo il consueto. Se tutto va bene, riuscirò a prendere il treno delle diciotto e trenta.

Se tutto va bene.

Nel frattempo, arriva il diluvio. Inizia una pioggia fitta e insistente, intervallata da brevi ma frequenti scrosci. Con queste condizioni meteo, vado a prendere l’autobus. Mentre mi avvicino alla fermata, rischio di essere investita da un’automobile sulle strisce pedonali. Gli automobilisti con la pioggia diventano particolarmente aggressivi. Non mi investe, per fortuna, ma già che c’è pensa bene di passare sopra a una pozzanghera e farmi una bella doccia. Maledico lui e anche qualche suo consanguineo. Sotto la pensilina dell’autobus, siamo tutti stipati e fradici. L’autobus passa con quindici minuti di ritardo, pieno zeppo di gente con ombrelli gocciolanti. E’ il caos. Le più comuni norme di civile convivenza sono totalmente disattese: adolescenti che rubano il posto a sedere agli anziani, gente che sale prima di far scendere, un sottofondo di turpiloqui di vario genere. Ad un certo punto una donna che sta per scendere pensa bene di aprire l’ombrello dentro al bus, si incastra nella porta, ostruendo il passaggio sia a quelli che salgono che a quelli che devono uscire. Alla fermata dopo sale un venditore ambulante, con una grossa borsa di plastica azzurra e un minuscolo ombrello a fiori. Esclama: “Porco diavolo, si stava meglio in Africa!” Come dargli torto, in questi momenti!  L’autobus si infogna nel traffico intorno a una rotonda vicino alla stazione. Anche se non sono esperta di rotonde, quella lì deve essere stata proprio progettata male, visto che, invece di favorire il deflusso del traffico, lo congestiona in modo impressionante. Ormai ho la certezza di aver perso il treno. Scendo dall’autobus, entro nella stazione e un barlume di speranza si riaccende: il mio treno ha dieci minuti di ritardo e sta partendo in quel momento. Ovviamente oggi è al binario più lontano, quello senza nemmeno la pensilina. Con altri due pendolari iniziamo lo scatto verso il binario cinque. Una corsa ad ostacoli oggi resa ancor più interessante dal pavimento scivoloso, segnalato da quei simpatici cartelli gialli con disegnato un omino in procinto di cadere. La discesa delle scale del sottopassaggio, rivestite in travertino, è particolarmente insidiosa. Risalgo i gradini del sottopassaggio a due a due. Arrivata in cima però, la delusione: il treno ha già le porte chiuse e sta iniziando  muoversi. Dal finestrino, il capotreno ci guarda, stringe le spalle e ci fa un mezzo sorriso, che vorrebbe forse essere di scusa e di comprensione, ma a me sembra più un sadico ghigno soddisfatto.

Mi rassegno ad aspettare, con i piedi fradici e l’umore nero che più nero non si può, altri cinquanta minuti per il treno successivo.

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