Do you speak English?

Oggi* cambio di orario e di mezzo. Sono seduta nella sala d’attesa della stazione degli autobus, aspettando la mia corsa, prevista in partenza per le 13.35. Accanto a me un turista giapponese fissa  già da un po’ la stessa pagina della guida che ha in mano, probabilmente si è appisolato, ma da qui non riesco a capire bene. Ecco arrivare due adolescenti appena usciti da scuola, strascicando i piedi: il primo è esile e minuto, ha una criniera bionda che gli scende fin sulle spalle, abbigliamento e accessori da metallaro, il secondo, un po’ più alto e robusto, sfoggia una bella acconciatura da “Ultimo dei Mohicani” e una ricca collezione di pearcing sulle orecchie e sul sopracciglio sinistro. Alla mia sinistra, all’angolo, una tranquilla signora, ha con se una piccola valigia un po’ rétro, piena zeppa.

Al nostro eterogeneo gruppetto in attesa si avvicina un’altra signora, visibilmente disorientata, visibilmente nord-europea, guardando alternativamente una mappa che regge con la mano sinistra, essendo la destra impegnata nel trascinare un trolley blu scuro, e un punto imprecisato di un orizzonte che non esiste, essendo tutti noi dentro a un’autostazione.

La nuova arrivata si siede titubante accanto all’altra signora, le due sono quasi coetanee, stimo, ma totalmente diverse tra loro: la prima arrivata è bassa, cicciottella, con i capelli mori raccolti dietro la nuca, la turista disorientata è invece alta, magra, con un collo molto lungo e capelli biondissimi tagliati a caschetto. Lo so, la descrizione sembra un po’ stereotipata, ma è proprio così che erano queste due mie compagne di attesa di autobus delle 13.35 di ieri.

Dopo un breve sorriso e un educato saluto, la signora appena arrivata rivolge all’altra la classica domanda:

“Exuse me, do you speak English?”

L’altra rimane un attimo interdetta, inizia a scuotere la testa per negare, ma non fa in tempo a rispondere niente che la nostra turista continua:

“I need to go to S’nta M’ria N’v’lla railway station…”

Nel sentire le parole “Santa”, “Maria” e “Novella” la passeggera autoctona si illumina. Certo che lo sa dov’è! E non sarà certo la non conoscenza della lingua a impedirle di comunicarlo. Insomma, siamo o no discendenti di Marco Polo e Cristoforo Colombo? Figuriamoci se non riuscirà a far capire da questa turista danese, tedesca, olandese o qualsiasi cosa sia, dov’è la stazione di Santa Maria Novella (che, tra l’altro, è vicinissima: basta uscire dal garage degli autobus e ce la troviamo praticamente davanti).

Inizia così una descrizione del percorso a metà tra lo spettacolo di un mimo e i comunicati della sicurezza delle hostess sugli aerei prima del decollo:

“Allora, qui fuori a destra…”

(nel pronunciare la parola destra solleva vistosamente il corrispondente braccio per far capire bene la direzione)

“…c’è l’USCITA, U-SCI-TA…”

(scandisce bene la parola USCITA, con volume molto alto, come se la non conoscenza della lingua italiana della povera turista dovesse essere necessariamente accompagnato a una qualche forma di sordità, e tracciando con gli indici delle sue mani, nello spazio davanti a lei, la parte superiore di un rettangolo delle dimensioni approssimative di una porta)

“… poi gira a sinistra…”

(evidenzia l’azione mostrando il braccio corrispondente, il sinistro in questo caso, e flettendo il polso ad angolo retto, in quello che nel suo linguaggio corporale dovrebbe rappresentare l’atto dello svoltare)

“… e va avanti per venti metri…”

(il venti è facile da rappresentare, basta mostrare per due volte le dieci dita di entrambe le mani, per essere sicura ripete questa operazione due volte, per un totale di quaranta dita)

“… poi attraversa al semaforo …”

(rappresentato formando un cerchio con i pollici e gli indici delle due mani)

“… e sale le scalette …”

(per spiegare l’azione del salire le scale, fa oscillare alternativamente indice e medio della mano destra, mentre il polso descrive una traiettoria ascendente)

“… e così arriva a Santa Maria Novella.”

La signora nord-europea osserva, durante la descrizione, con aria piuttosto dubbiosa, e ripete in scala ridotta le coreografie della sua improvvisata guida, per fissare bene le informazioni ricevute. Appena sente dire “Santa Maria Novella” capisce che il percorso virtuale è giunto a destinazione e ringrazia gentilmente. Il suo sguardo mi ricorda quello mio e dei miei compagni di classe quando il professore di chimica, alla fine della lezione, ci chiedeva: “E’ tutto chiaro?” Ed era chiaro che niente era chiaro, ma nessuno osava farglielo notare, per evitare che ripartisse con la supercazzola. E infatti la nostra turista si affretta ad alzarsi, riprende mappa e trolley, saluta educatamente tutto il gruppetto, compresi i due metallari, che ricambiano con uno sguardo distratto, e si avvia velocemente verso l’uscita.

* (in realtà la storia è di ieri ma solo oggi ho avuto tempo per trascriverla e pubblicarla)

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