Colonna sonora del pendolare/3

Eccoci qua, anche per quest’anno ce l’abbiamo fatta ad arrivare all’ultimo giorno di lavoro prima della pausa estiva. Oggi pomeriggio, in una giornata particolarmente calda e umida, arrivo qualche minuto prima alla stazione per il viaggio di ritorno che mi condurrà verso le meritate ferie. In questi giorni di solito mi prende anche un po’ di malinconia, forse per la stanchezza, oppure perché, nonostante tutto, il tran tran quotidiano fa in qualche modo compagnia, da` delle certezze, in un mondo che di certezze ne ha sempre meno. Ma, ripensandoci, macché malinconia! Mi aspettano tre settimane di riposo e svago e poi, proprio oggi mi e` arrivato il nuovo computer. Anche se teoricamente sarebbe uno strumento di lavoro, per me ormai e` diventato una specie di compagno di viaggio e, come un bimbo la mattina di Natale, non vedo l’ora di baloccarmi con questo bel giocattolo. Oggi più che mai ho bisogno di un viaggio “all by myself” come canta Celine Dion, pero`, al contrario di lei, “I wanna be”, almeno per un’oretta.
Scelgo accuratamente una carrozza vuota con aria condizionata funzionante e mi sistemo su un seggiolino abbastanza centrale, dal lato opposto al sole, apro la borsa, prendo il nuovo portatile e lo accendo.
Ad un tratto, la carrozza ha un sobbalzo, mi accorgo che e` appena salito, con la grazia di una mandria di bufali, tipo quelli del parco del Serengeti, un gruppo, o meglio un branco di giovani turisti spagnoli. Per la maggior parte sono ragazze, tutte in shorts succinti e canotte minimaliste, per la gioia dei viaggiatori di sesso maschile sparsi nel vagone, tutte con un’esasperante, inaspettata, irritante vitalità,  visti l’ora, il periodo, il caldo opprimente.
Completano il quadro dei miei compagni di viaggio di oggi, un gruppo di cinque americani: una giovane coppia con una bimba di un anno circa e una coppia più  matura, probabilmente i genitori di lei.
Il gruppo di spagnoli si sistema proprio dietro di me e ben presto il livello di emissione acustica raggiunge dei livelli che anche il più tollerante degli ispettori del lavoro definirebbe inaccettabile. Il rumore e` costituito da dialoghi a distanza, risate grasse, conversazioni telefoniche.
La cosa migliore sarebbe prendere armi e bagagli e spostarsi da un’altra parte, ma ormai mi sono sistemata, sono stanca… e poi sono arrivata prima io, ovvia! Per cercare di limitare il fastidio prendo le cuffie, le collego al telefono e inizio a ascoltare uno dei brani che ho memorizzato. Il primo che mi capita e` la Nona di Beethoven, secondo me uno dei punti più alti della musica di tutti i tempi. Mi dispiace sfruttare un simile capolavoro come tampone per le mie orecchie, come argine nei confronti del dirompente caos che si sta materializzando dietro di me.
Alzo il volume e inizio ad assaporare le prime note, ma a un tratto mi arriva anche un’altra sorgente sonora: i miei compagni di viaggio hanno pure uno stereo!
E così le note del violoncello che introduce la celeberrima melodia dell’Inno alla Gioia si mescola con un ritmo latino, enfatizzato dal tamburellare delle mani sulle cosce e dai cori starnazzanti che si uniscono al cantante nei ritornelli.
Mentre il baritono nelle mie cuffie intona: “O Freunde…”, risponde un paradossale e stonato controcanto “… quiero bailar contigo toda la noche…”
La situazione sta degenerando. Una delle ragazze ha persino la brillante idea di improvvisare, proprio in mezzo del corridoio, alcuni passi di flamenco, sotto lo sguardo stralunato degli altri passeggeri.
Come se non bastasse, zitta zitta, l’aria condizionata intanto ha smesso di funzionare. Me ne accorgo quando vedo il signore accanto a me che si sta sventolando con un foglio e che sta assumendo il preoccupante aspetto di una porchetta in una festa paesana. E mi rendo conto che anche io mi sto surriscaldando.
Per completare il quadro, ecco infine la bimba della famiglia americana irrompere nella scena con un pianto disperato. Ha del talento, la piccola, da grande potrebbe diventare un ottimo soprano drammatico.
Basta, non ne posso più. I miei timpani iniziano a supplicare le mie gambe di portarli via da quel caos e alla fine queste, nonostante la stanchezza, cedono. Mi sposto nella carrozza vicina tenendo le cuffie. Finalmente mi posso gustare l’esplosione del coro nell’Inno alla Gioia, non dico in santa pace, ma per lo meno in condizioni un po’ migliori.
E così mi lascio alle spalle i dieci minuti peggiori della giornata, probabilmente della settimana. Ma per fortuna, da oggi, per qualche giorno, i ruoli cambieranno e la turista sarò io!

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