Supercalifragilistichespiralidoso?

Stamani ho dovuto prendere il treno successivo al solito. Orario diverso significa, ovviamente, facce diverse. E, infatti, mi si siede davanti una signora mai vista, un personaggio abbastanza insolito che merita senz’altro un ritratto nel mio blog.

Dai suoi gesti capisco che è, come me, una frequentatrice abituale del treno. Lo intuisco dalla sicurezza con cui sceglie il posto, dall’istintività con cui compie certe operazioni, come togliersi l’impermeabile, posare la borsa sul seggiolino accanto, sedersi.

Mi colpisce subito l’abbigliamento: indossa un paio di mocassini marrone, con una bella fibbia dorata e un tacco quadrato di quattro centimetri; una gonna beige scende diritta dalla vita a metà polpaccio, sorretta da una sottile cintura di pelle. Sotto, un paio di collant blu scuro, spessi e opachi. Un cardigan, sempre beige, ma leggermente più scuro della gonna, racchiude una camicetta color crema, abbottonata fin sotto il mento. Dal colletto spunta un sottile filo di perle. I capelli, lunghi, sono leggermente ondulati, castani, con qualche filo d’argento, soprattutto sulle tempie. Li porta raccolti in un ordinato chignon.

La borsa è un bauletto, dello stesso colore delle scarpe, riempito fino al limite della capienza.  Dalla tensione della tracolla credo che sia abbastanza pesante. Ha inoltre un’altra borsa, una shopper, realizzata in stoffa, di quelle che si usano di solito per la tappezzeria, decorata da una datata fantasia floreale su sfondo azzurro. Dalla forma della borsa intuisco che contenga un libro e dei fogli.

La pelle tutto sommato liscia del viso, il trucco, presente ma impercettibile e gli occhi sorridenti, rendono indefinibile l’età di questa signora.

Mi ricorda tanto Mary Poppins, e infatti in testa inizia a frullarmi l’indimenticabile motivetto infantile “Basta un poco di zucchero e la pillola va giù…”. Immagino che da un momento all’altro estragga dalla borsa una pianta, una lampada, un tavolino, una tovaglia, e che trasformi la nostra porzione di carrozza ferroviaria nell’angolo di una sala da the.

Come se leggesse i miei pensieri, appena partiti, prende la shopper e ne estrae… un pacco di fogli protocollo a righe piegati a metà, scritti solo nella parte sinistra, racchiusi da una fascetta che li identifica come IV B.

Questo personaggio inusuale, che sembra aver preso vita da una foto ingiallita di mia nonna, quindi, è una professoressa. Dalla shopper spunta il libro, noto che ha la copertina è sciupata e gli angoli sono arricciati, probabilmente anche a causa dei troppi viaggi in treno, le pagine sono dilatate dall’inserimento, in vari punti, di foglietti, fotocopie e ritagli vari. “La letteratura italiana nell’Ottocento” si intitola il libro, quindi, si tratta di una professoressa di lettere. Chissà se si fa chiamare prof o profe, come usa di questi tempi, non mi sembra proprio il tipo.

Dalla borsa estrae un paio di occhialini da presbite e una penna rossa. Il suo sguardo cambia: non è più la sorridente Mary Poppins, adesso mi ricorda di più la Signorina Rottenmeier di Heidi.

Analizza con cura il pacco, ne estrae uno dei compiti e inizia a leggere. Dopo pochi minuti, verso metà della prima pagina, la vedo interrompersi. Le sopracciglia si corrugano, le labbra si serrano. Estrae la penna dal tappo con la stessa solennità con cui un cavaliere estrae la spada dal fodero, mentre si accinge ad affrontare un’orda di barbari.

Il combattimento ha inizio, la spada inizia a infierire sul povero compito. Dapprima la professoressa sottolinea la frase su cui si era interrotta, poi traccia un ovale intorno a una delle parole e inizia a scrivere qualcosa a fianco. L’inchiostro rosso, come il sangue, inizia a sgorgare a fiumi dalle ferite inferte al malaugurato tema. D’altra parte, come si dice, “ferisce più la penna della spada”.

Gira pagina, continua a massacrare la sua vittima, il tratto si fa sempre più pesante, incide solchi profondi sul foglio e trapassa fino a quelli successivi. La professoressa continua freneticamente a cancellare, segnare, evidenziare, torturare lo scritto, finché arriva all’ultima pagina.

Giunta in fondo, si ferma. Un attimo di pausa che sembra lunghissimo, quasi solenne. Ripercorre il compito dall’inizio, lo osserva con altero distacco. Aggiunge ancora qualche segno qua e là. E infine, arriva il colpo di grazia, sotto il nome della vittima, nel retro del foglio: un quattro e due tratti orizzontali paralleli, tracciati velocemente, racchiusi in un cerchio quasi perfetto, percorso dalla spietata penna due volte, velocemente. Quattro meno meno, è il verdetto. Ancora una pausa, come per riprendere fiato. Poi il compito viene archiviato e sostituito da un altro. La scena si ripete per altre tre volte. Nel frattempo si avvicina la nostra destinazione. Alla fine del quarto compito la professoressa rimette il tappo alla penna rossa, si toglie gli occhiali, si sistema un ciuffo che dalla fronte le è sceso sul viso. Ripone i compiti e prende dalla borsa un’altra penna, una stilografica nera, e un’agenda con la copertina azzurra con un motivo floreale. La apre al giorno di oggi e con calligrafia elegante e delicata, non sembra possibile che sia la stessa mano di prima, segna alcuni appunti, prima di scendere.

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