Ombre nella nebbia

In inverno il pendolare non vede mai la luce del sole. Parte la mattina che è ancora buio e torna a casa un bel po’ dopo il tramonto. E’ un po’ triste, effettivamente. Il percorso è sempre lo stesso: esce di casa la mattina in punta di piedi per non svegliare il condominio, poi percorre la strada verso la stazione, solitamente invasa dal rumore del traffico,  ma non a quest’ora. Poche macchine sfrecciano velocemente, sembra quasi che non vogliano farsi vedere. Poche persone, o meglio ombre, si aggirano lungo il marciapiede, a testa bassa, senza curarsi di quello che li circonda. D’altra parte cosa vuoi metterti a guardare, sono anni che la strada, le persone, gli alberi, i cassonetti, le macchine e i motorini parcheggiati sono gli stessi. A quest’ora spesso c’è una nebbia pungente, che nessun cappotto riesce a non far passare, che ti entra nelle ossa e rimane lì con te per tutto il giorno. La nebbia avvolge tutto sotto il suo manto ovattato e offusca la vista, le ombre che si muovono velocemente sono ancora più lontane.

Le ombre sono sempre le stesse, le vedi ferme lungo il binario. C’è un signore che fuma sempre e che, quando arriva il treno, è quasi scocciato perché deve spengere la sigaretta, c’è una ragazza che ammiro tantissimo, perché è sempre truccata alla perfezione, ma come fa? A che ora si alza? Io a malapena riesco a sciacquarmi il viso e togliersi il pigiama! C’è il gruppetto delle professoresse del liceo: a turno ogni mattina correggono i compiti, si lamentano dei loro studenti e parlano di cose che ai miei tempi a scuola non c’erano, tipo progetti e laboratori interdisciplinari, ma a scuola non si va più a studiare?. C’è la gatta con gli stivali, una signora con un’acconciatura e delle mèche che mi ricordano l’Uomo Gatto della trasmissione di Papi – ve lo ricordate?- di un po’ di anni fa, che spesso indossa degli stivaloni da moschettiere sopra i leggins…

Una mattina di queste, un po’ di tempo fa, ero all’ingresso del sottopassaggio, quando una di queste ombre mi si avvicinò e interruppe questo silenzio ovattato: “Buongiorno signora, lei ha dei debiti?” Come scusi? A causa del sonno non avevo ben inteso cosa volesse questo tipo da me. L’ombra intervenne, di nuovo: “Lei ha dei debiti?”  Un po’ stordita risposi: “Non che io sappia…” E lei, di nuovo: “Fa bene, è sempre meglio non avere debiti…” E qui la conversazione si interruppe perché, una volta tanto puntuale, arrivò la quotidiana caffettiera con le ruote e iniziò il mio viaggio verso una nuova giornata di lavoro.

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